“ReImagine Winter” al Monte San Primo e ai Piani di Artavaggio

In occasione della mobilitazione nazionale diffusa ReImagine Winter, organizzata dal collettivo di THE OUTDOOR MANIFESTO che si terrà domenica prossima 12 marzo e sulla quale ho scritto qui, tra i diversi eventi che si terranno un po’ ovunque su Alpi e Appennini vi segnalo i due che riguardano altrettante questioni delle quali mi occupo e scrivo spesso, qui sul blog e altrove, al Monte San Primo e ai Piani di Artavaggio:

L’evento del San Primo è a cura del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, quello ad Artavaggio è curato dai circoli Lecco e Lario Sponda Orientale di Legambiente. Cliccate sulle locandine per ingrandirle.

L’invito è ovviamente a parteciparvi e così portare il proprio sostegno a una mobilitazione, e in generale agli scopi che si propone, quanto mai necessaria e dal valore profondamente civico. Una manifestazione di amore, sensibilità e cura verso le nostre montagne, un patrimonio di inestimabile valore che tutti quanti abbiamo il diritto e il dovere di salvaguardare: il che non significa affatto non farci nulla, come qualcuno crede, ma fare cose con buon senso e, appunto, piena consapevolezza di quel valore e di quanto importante sia per tutti.

“Neve Diversa 2023”, il nuovo report

In Italia, complice la crisi climatica, è sos neve. Una neve sempre più rara – visto che su Alpi e Appennini a causa dell’aumento delle temperature nevica sempre di meno con impatti negativi anche sul turismo invernale e sulla stagione sciistica – e una neve sempre più costosa dato che per compensare la mancanza di quella naturale, l’Italia punta sull’innevamento artificiale, una pratica non sostenibile e alquanto cara sperperando anche soldi pubblici. A parlar chiaro sono i dati del nuovo dossier di Legambiente “Nevediversa 2023. Il turismo invernale nell’era della crisi climatica” presentato oggi a Torino, con il patrocinio della Città Metropolitana di Torino, e in cui l’associazione ambientalista fa il punto della situazione.
L’Italia, stando alle ultime stime disponibili, è tra i paesi alpini più dipendenti dalla neve artificiale con il 90% di piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%). La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. Preoccupante il numero di bacini idrici artificiali presenti in montagna ubicati in prossimità dei comprensori sciistici italiani e utilizzati principalmente per l’innevamento artificiale: sono ben 142 quelli mappati nella Penisola per la prima volta da Legambiente attraverso l’utilizzo di immagini satellitari per una superficie totale pari a circa 1.037.377 mq. Il Trentino Alto Adige detiene il primato con 59 invasi, seguito da Lombardia con 17 invasi e dal Piemonte con 16 bacini. Nel Centro Italia, l’Abruzzo è quello che ne conta di più, ben 4. In parallelo, nella Penisola nel 2023 aumentano sia gli “impianti dismessi” toccando quota 249, sia quelli “temporaneamente chiusi” – sono 138 – sia quelli sottoposti a “accanimento terapeutico”, ossia quelli che sopravvivono con forti iniezioni di denaro pubblico, e che nel 2023 arrivano a quota 181.

Avete letto qui sopra qualche passaggio dal comunicato stampa relativo alla presentazione – avvenuta ieri, martedì 7 marzo a Torino – del report Neve Diversa 2023. Il turismo invernale nell’era della crisi climatica, come sempre curato da Legambiente. Vanda Bonardo, che nella sua veste di Responsabile Alpi per l’associazione ambientalista è una delle referenti principali del report e dei temi in esso analizzati, sarà presente venerdì prossimo 10 marzo a Lecco (si veda la locandina qui accanto, cliccateci sopra per ingrandirla) in occasione della serata organizzata per la presentazione del libro Inverno liquido e per avviare un conseguente confronto sui temi del turismo invernale (e non solo) sulle nostre montagne tra i relativi amministratori pubblici e i soggetti privati che vi operano a vario modo e che saranno presenti all’incontro. Riguardo la nuova edizione del dossier, Bonardo osserva che «La neve artificiale che negli anni ottanta era a integrazione di quella naturale, ora costituisce il presupposto indispensabile per una stagione sciistica, a tal punto che i comprensori per sopravvivere richiedono sempre nuove infrastrutture. Non si considera però che se le temperature aumenteranno oltre una certa soglia, l’innevamento semplicemente non sarà più praticabile se non in spazi molto ristretti di alta quota, in luoghi dove i costi già elevati della neve e della pratica sportiva subiranno incrementi consistenti, tanto da permettere l’accessibilità dello sci alpino unicamente ad una ridotta élite, così come accadeva nel passato. Lo ripetiamo, le nostre montagne stanno cambiando: pochissima neve, nevica più tardi e la neve è più bagnata e più pesante. È la fine di un’epoca, che però deve essere accompagnata da un nuovo modo ecosostenibile di ripensare il turismo insieme ad un nuovo approccio culturale. Per questo è fondamentale sostenere le buone pratiche che si stanno sviluppando nelle nostre montagne.»

Come ribadisco da tempo, sono temi, questi, ormai imprescindibili nell’analisi e nella gestione della realtà contemporanea nei territori di montagna, non solo in chiave turistica, e lo saranno sempre più nei prossimi anni. Anche per questo l’incontro di Lecco, contestuale alla situazione delle montagne locali e delle loro stazioni turistiche – che appaiono in diversi aspetti emblematiche per molti altri territori montani italiani – risulta quanto mai importante e interessante, anche per il prestigio dei relatori coinvolti e, appunto, per la confermata presenza di molti amministratori pubblici locali, cosa non scontata e per ciò sicuramente apprezzabile.

Per tutto ciò i report Neve Diversa rappresentano anno dopo anno uno strumento di conoscenza della realtà turistico-sciistica delle montagne italiane non solo illuminante ma pure vieppiù necessario, vista la situazione climatica, ambientale, economica e culturale che stiamo vivendo: da leggere, studiare e meditare approfonditamente. Una realtà che, ribadisco nuovamente, non interessa soltanto le montagne, chi ci vive e chi le frequenta, ma tutti noi e il nostro mondo, per la cui geografia i monti costituiscono un elemento imprescindibile da riequilibrare finalmente con ogni altro e con il corso della storia che tutti insieme stiamo vivendo.

Per leggere il comunicato stampa riguardante la presentazione di Neve Diversa 2023 cliccate qui, mentre per scaricare il report in formato pdf, cliccate sull’immagine in testa al post.

Alla faccia della siccità

Condivido pienamente e rilancio la denuncia che qualche giorno fa l’amico Michele Argenta ha diffuso, ad esempio sulla sua pagina Facebook dalla quale l’ho tratta.
Continuare a leggere o sentire sui media d’informazione gli allarmi, anche istituzionali, per la grave situazione di siccità che già si presenta in Nord Italia e lungo le Alpi scarsamente innevate e per quanto di ancora peggio potrebbe avvenire la prossima estate se non vi saranno precipitazioni abbondanti, e al contempo leggere che i comprensori sciistici continuano a consumare acqua per produrre neve artificiale come se nulla fosse, per di più annunciando di farlo con un tono che suona alquanto presuntuoso, non è definibile come “criminale” solo perché non esistono leggi che lo sanciscono. Ma dal punto di vista morale, ambientale, culturale, civico, un comportamento del genere dettato dalla mera volontà di salvare i propri tornaconti a dispetto di qualsiasi altra cosa e di chiunque altro che dall’industria sciistica non tragga benefici, è difficile non definirlo delinquenziale. Pur cercando (con sforzi immani) di comprendere le ragioni dei gestori delle piste da sci, ma senza per questo potersi alienare dalla realtà dei fatti o fregarsene del tutto come essi sembra facciano pervicacemente.

Ecco: ormai lo sci, per come spesso si manifesta, oggi pare sempre più un’alienazione rispetto alla realtà montana. Non altro di presumibilmente positivo, tutt’altro.

Davide Sapienza, “uomo-mappa”

Venerdì 3 marzo, a Ciserano con Davide Sapienza per il Festival “Tierra!”, è stata un’altra bellissima serata di parole, dialoghi, scritture, incontri, considerazioni, idee, opinioni, visioni, intorno al tema de La natura piccola ma non solo, per la quale ringrazio il folto pubblico presente, Ornella Bramani che con la solita competenza e cordialità ha organizzato il tutto, e ovviamente Davide, innanzi tutto amico prezioso oltre a tutto quanto di prestigioso è e fa.

Nei giorni precedenti ho pensato più volte a come poter presentare Davide in un modo ovvero con parole che ancora non avessi utilizzato nei già numerosi eventi tenuti insieme e che non fossero meramente dettate dall’ammirazione che ho nei suoi confronti in quanto uomo di lettere, di pensiero, d’azione e, per tutto ciò, ispirazione potente per me fin da prima che lo conoscessi (grazie a Mirella Tenderini, altra persona meravigliosa). Poi, nella prefazione de La Valle di Ognidove scritta da Raul Montanari, libro nel quale si trova il capitolo che ha dato il titolo all’incontro di Ciserano, ho letto alcuni passaggi che mi hanno subito attivato il pensiero e la fantasia: ad esempio la citazione di Robert Louis Stevenson che si chiede, riguardo il suo celeberrimo L’isola del tesoro: «Come è possibile raccontare una storia senza partire da una mappa?» E poi, più avanti: «Uno scrittore vero, e Davide lo è, va incontro a un’esperienza inevitabile, che molti hanno descritto: non è lui a decidere cosa deve diventare parola e racconto. Lo scrittore è più piccolo delle storie che racconta; è il servo della storia e della pagina, il servo di due padrone sensuali ed esigenti. […] È la mappa continuamente ridisegnata di un sogno infinito, che come tutti i sogni – ci insegna Freud, quest’altro grande esploratore – è fatto di realtà. È preciso e mai mistificatorio: come gli angoli e le anse del mondo, come le pagine di questo libro.» Poi ho ripensato a un’affermazione tratta da uno dei libri di Davide (da Camminando) che più di altre in assoluto mi è rimasta in mente e ho reso una sorta di principio cardine della mia relazione con il mondo: «La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano». E ancora, da I Diari di Rubha Hunish: «Mi piace tracciare parole sulla carta, quasi fossero passi sicuri lungo un sentiero sconosciuto.»

Mappe, sentieri, passi, esplorazioni: ecco, se metto insieme tutti questi elementi e li riferisco a Davide, per come lo conosco e per ciò che ho tratto dai suoi libri, posso certamente affermare che io, Davide, lo concepisco (anche) proprio come una mappa, un uomo-mappa, un narratore che non solo ha raccontato e racconta luoghi, nature, paesaggi, idee, visioni, utopie, ma li rappresenta in una rete di connessioni che posso veramente immaginare come quelle che uniscono le località di una carta geografica, la cui consultazione e conoscenza sa dare una direzione, un’indicazione precisa e comunque utile a capire dove si è, cosa si ha intorno e verso dove ci si può dirigere. Montanari dice che «Lo scrittore è più piccolo delle storie che racconta» esattamente come la mappa è più piccola della parte di mondo che rappresenta, eppure senza di essa quella parte di mondo non la possiamo conoscere, non vi ci possiamo relazionare compiutamente e consapevolmente, non possiamo sapere se la direzione intrapresa sia quella giusta: e Davide rispetto alle storie che racconta e al mondo, ai mondi, alle dimensioni e a i paesaggi che narra è proprio questo. Poi Montanari scrive che lo scrittore «È la mappa continuamente ridisegnata di un sogno infinito, che come tutti i sogni è fatto di realtà», e Davide è esattamente questo, è un narratore che trae le proprie storie da un «sogno infinito» per il quale ci fa da tramite (ovvero lo fa certamente per i suoi lettori) ma nelle quali la realtà è sempre reale, precisa, non è mai campata per aria, mistificata o romanzata al punto da disconnettersi dalla verità delle cose. In questo modo Davide di questa realtà e delle sue verità sa offrirci una visione alternativa, più compiuta, più lucida e ampia, assolutamente utile a poterle comprenderle con maggior consapevolezza intellettuale e più vivida sensibilità spirituale.

Per tutto questo, così come Stevenson si chiedeva se sia possibile raccontare una storia senza partire da una mappa, mi viene da dire che certe storie si possono raccontare in mille modi ma, per conoscerle al meglio e non smarrircisi dentro, il lavoro letterario, culturale e intellettuale di Davide in quanto “scrittore-mappa” è qualcosa di assolutamente importante e necessario. Al punto che credo che in Italia certe narrazioni Davide le abbia letterariamente maneggiate come nessun altro, con una profondità e una pienezza narrativa e di significati veramente rara se non, ribadisco, unica.