Un’indigestione di funivie

[La nuova telecabina “Cortina Skyline”. Immagine tratta da www.impianticortina.it.]

Amore e odio. Un po’ come per una cosa dolce che ci piace tanto, il cioccolato per esempio, ma che abbiamo mangiato troppo e ora ci ripugna. Così sono le nostre funivie. Chi non ha amato quelle storiche, le prime che solcavano i cieli delle Alpi come le funivie del Cervino (al Plateau Rosa, la scomparsa Furggen…), quella del Monte Bianco (sostituita con l’”ottava meraviglia” dello Skyway), la dismessa funivia di Punta Indren che ci depositava direttamente sul ghiacciaio (oggi per vederlo ci vuole il binocolo)… E alzi la mano l’alpinista che non ne ha mai usufruito, con gratitudine! Ma ora l’indigestione è totale, e ogni nuovo progetto ci pare insensato e predatorio, un insulto al paesaggio.
Tra le cose migliori che ho letto, c’è il prossimo completamento della funivia che entro l’anno collegherà lo stabilimento della Melinda con la miniera Rio Maggiore, in Val di Non, dove con i nuovi ampliamenti verranno stoccate 40.000 tonnellate di mele risparmiando 12.000 chilometri annui oggi percorsi dai camion. E a proposito di “funivie orizzontali”, come non citare la recente Skyline di Cortina tra Son dei Prade e Bai de Dones, lunga oltre quattro chilometri e mezzo per un dislivello di appena 243 metri: porta 1800 persone l’ora ed è stata concepita per “alleggerire dal traffico” la statale tra Cortina e il Passo Falzarego e liberare il parcheggio a monte. Un’iniziativa ad alto rischio ambientale venduta come “tassello fondamentale per l’ulteriore sviluppo turistico dell’area attorno a Cortina d’Ampezzo”. Come se ce ne fosse bisogno. Come se, l’esperienza insegna, una strada asfaltata potesse essere sostituita da una (costosissima) funivia. Diamo più opportunità di raggiungere un luogo e il traffico si moltiplicherà, invece che diminuire.

[Tratto da Ma quante belle funivie. Troppe, forse di Paolo Paci, pubblicato su “Montagna.tv” il 29 gennaio 2025. Cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Personalmente ho sempre amato le funivie, sovente capolavori di arditezza tecnologica e ingegneristica oltre che il mezzo di trasporto che probabilmente più di ogni altro ha cambiato il destino delle nostre montagne. Un tempo soprattutto in bene, oggi di frequente in male, cioè dove la loro funzione logistica originaria è stata sostituita da una meramente commerciale, in forza della quale le funivie non sono più “semplici” mezzi di trasporto ma strumenti di marketing a mero scopo di lucro e, a volte, di propaganda ideologica. Legittimo tutto ciò? Non dico di no, almeno fino a che i cavi delle funivie non imprigionino le montagne ad una sorte del tutto antitetica alla loro realtà e alle proprie specificità – quelle specificità che sarebbero il tesoro più prezioso anche per il turismo, principale fautore delle funivie oggi, il quale tuttavia spesso non è più in grado di comprenderne il valore perché troppo concentrato a voler accrescere a dismisura i propri, di “valori”, a discapito di tutto e tutti.

[La funivia di Melinda in Val di Non. Immagine tratta da www.funivie.org.]

Questa settimana in “Orobie Extra”, su Bergamo TV e online

Mercoledì 12 febbraio scorso sono stato ospite di “Orobie Extra”, la trasmissione di Bergamo TV curata e condotta da Cristina Paulato, per parlare di iperturismo o overtourism, tema che veramente appare tra i più “caldi” del momento ed è bene che lo sia, visto come è stato sostanzialmente sottovalutato fino a oggi in montagna e non solo.

Insieme a me erano ospiti Stefano Sala, Project Manager dell’Università della Montagna/Unimont di Edolo, centro universitario d’eccellenza nell’analisi delle realtà dei territori montani tra le quali ovviamente quella turistica, e Resi Pedercini, Direttore Generale dell’Azienda Speciale Tignale Servizi che gestisce il comparto turistico della nota località sul Lago di Garda, la quale col tempo è diventata una meta ideale per il turismo lento e di qualità grazie a un progetto partecipato di sviluppo della comunità locale finalizzato alla tutela del patrimonio storico, culturale ed ambientale che ha saputo rimarcare l’identità territoriale peculiare di Tignale.

Una puntata di “Orobie Extra” molto sul pezzo, insomma, densa di considerazioni importanti e per molti aspetti indispensabili. La potete rivedere domenica alle 20.30 su Bergamo TV oppure sempre nel sito dell’emittente. O cliccando sulle immagini qui sopra, ovviamente.

Ringrazio di cuore Cristina Paulato e la redazione di “Orobie” per l’invito e l’opportunità offerta, e mi auguro che, se vedrete la puntata, la potrete trovare interessante e stimolante.

Impianti e piste vs apres-ski. Il futuro del turismo invernale in montagna passa (anche) da questa “sfida”?

[Apres-ski a Courchevel, sulle Alpi francesi. Immagine tratta da www.skibasics.com.]
Il Post”, che negli ultimi tempi si è fatto particolarmente attento alle variegate fenomenologie che caratterizzano il turismo contemporaneo, incluso quello montano, lo scorso 5 febbraio ha pubblicato un interessante articolo sul “fenomeno” (appunto) dell’apres-ski, l’aperitivo sulla neve organizzato dai locali pubblici di molte stazioni sciistiche con contorno – solitamente – di musica ad alto volume, luci led, performer e cose affini. Qualcosa di abbastanza simile ad una discoteca a cielo aperto, in pratica, che a quanto scrive “Il Post” è diventata in molti casi un’attrazione a sé stante, pensata per «Una clientela per cui, molto più spesso che in passato, saper sciare è secondario: i locali che offrono questi après-ski sono quasi sempre raggiungibili con seggiovie e funivie, utilizzabili poi anche per tornare a valle, oppure direttamente a piedi.»

Addirittura “Il Post” si spinge a ritenere questi apres-ski un’attrazione alternativa alla vera e propria pratica dello sci, sempre più difficoltosa data la crisi climatica in divenire e i costi crescenti, che magari alcuni preferiscono spendere in un passatempo più divertente della salita e discesa delle piste. «L’aperitivo non si nega a nessuno e non possiamo pensare che la neve in alcuni posti sia finalizzata solo al gesto sportivo» afferma al riguardo il gestore di alcuni locali suddetti, rimarcando che i locali come il suo «sono la risposta» ai problemi che arriveranno quando sarà difficile trovare le condizioni per sciare in molte località che oggi basano la propria economia sul turismo, soprattutto invernale. Detto tra noi mi sembra una cosa un po’ campata per aria, almeno al momento, ma tant’è.

Comunque leggete l’articolo de “Il Post” per saperne di più al riguardo e avere la questione più chiara.

[Qui a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]
Ora: al netto che queste cose obiettivamente si manifestano come «‘na cafonata» (cit.), non tanto per sé stesse quanto per il contesto nel quale vengono forzatamente inserite – lo stesso gestore suddetto giustifica gli apres-ski così: «Il momento dell’aperitivo è il più interessante perché è legato al tramonto, è un momento un po’ romantico, il più instagrammabile di tutti: stiamo lì con la musica, il sole che scende, e siamo presi bene» – affermazioni per le quali chiunque conosca la montagna vera non saprà se sia più opportuno ridere o indignarsi – dicevo, al netto di ciò che nel concreto sono questi apres-ski e considerando come sostenibile ciò che scrive “Il Post” e affermano gli stessi gestori dei locali in questione, cioè che possano sempre rappresentare nel prossimo futuro un’attrazione alternativa alla sempre più problematica pratica dello sci (un po’ come le discoteche/i disco bar della riviera romagnola, in pratica), mi chiedo: sono peggio questi apres-ski, con il loro contorno di inquinamento sonoro e luminoso, cafonate varie e assortite, disturbi serali alla quiete pubblica e selvatica e di controcultura (se non di barbarie) montana, oppure sono peggio i nuovi o rinnovati impianti di risalita e le piste agibili solo grazie alla neve artificiale che si pretende di far girare anche se le condizioni climatiche e ambientali renderanno ciò sempre più insostenibile?

Detto in altro modo: è più degradata (o “valorizzata”, se si osserva la questione dalla parte opposta) la montagna-discoteca degli apres-ski o la montagna-luna park di certi comprensori sciistici?

Detto in modo ancora differente e super ipotetico: se foste sulla classica torre obbligati a scegliere quale buttare giù delle due suddette “opzioni” (e giusto per non mostrarsi come quelli «che dicono sempre “no” a tutto», accusa sovente mossa a chi rimarca a vario modo critiche e obiezioni al turismo montano contemporaneo) quale buttereste da basso?

[Qui a Madonna di Campiglio. Immagine tratta da facebook.com/lab.apres.ski.]
Lo so bene che molti di voi risponderebbero con decisione «né l’una né l’altra!» perché entrambe risultano in vari modi (materiali e immateriali) dannose per molti dei territori montani alle quali vengono imposte, sono d’accordissimo. Ma, volendo stare al gioco e rendere ancora più concreta la questione: voi andreste dai responsabili del turismo di Madonna di Campiglio – una delle località citate nell’articolo de “Il Post” dove ci sono locali che fanno gli apres-ski e si sono già manifestate proteste al riguardo – a dire loro «Ok signori, facciamo che d’ora in poi non sparerete più neve artificiale sulle vostre piste adattandovi alle condizioni ambientali naturali, e in cambio potrete permettere liberamente gli apres-ski nei locali lungo le piste raggiungibili con gli impianti»?

Visto che spesso di dice di dover trovare dei “compromessi” tra le varie dinamiche in decadenza o in crescita del turismo montano, può essere quella appena ipotizzata una modalità “diplomatica” da considerare? Che ne pensate?

Lauterbrunnen e i suoi record da festeggiare, o forse no

[[Veduta panoramica di Lauterbrunnen e della sua vallata. Foto di Robin Ulrich da Unsplash.]

Siamo disperati. La gente che vive qui non ha più posto a Lauterbrunnen.

A Lauterbrunnen si sta sviluppando un turismo di massa che, già oggi, è irragionevole. Con la costruzione della nuova funivia, ogni attrazione di questo bellissimo paese viene portata a un livello sempre più insopportabile.

Quelle che avete letto sono opinioni di abitanti di Lauterbrunnen, località turistica tra le più belle e per ciò rinomate della Svizzera ormai da tempo sottoposta a dinamiche di iperturismo parecchio emblematiche rispetto alla regione alpina, non solo svizzera, e per questo analizzate con particolare attenzione dagli esperti del settore e dalla stampa elvetica. Ne avevo scritto anche io, qui e qui.

Ora però a Lauterbrunnen è stata inaugurata la Schilthornbahn, la funivia più ripida del mondo, parte del rinnovo della linea funiviaria che raggiunge la vetta dello Schilthorn, “la montagna di 007” e inevitabile, irresistibile attrazione per chissà quanti turisti da tutto il mondo – la vedete qui sotto. Sul web non mancano i commenti entusiasti sulla nuova funivia (per la sua formidabile tecnologia, soprattutto), ma sono molti di più quelli diffidenti.

[Immagini tratte da https://schilthornbahn20xx.ch/.]
Che succederà dunque a Lauterbrunnen? La località diventerà ancora più famosa di prima grazie alla “funivia dei record”, oppure perché verrà definitivamente invasa dal turismo di massa e resa invivibile ai suoi abitanti?

Lo vedremo nelle prossime puntate di questa interessante saga iperturistica alpina svizzera!

Benvenuti nell’era della deresponsabilizzazione (anche in montagna)!

Mi pare sempre di più che il tratto caratterizzante più di ogni altro l’epoca presente sia la deresponsabilizzazione, diffusa ormai ovunque.

È deresponsabilizzata la politica, che prende decisioni non in base ai benefici che apporteranno alle società che governa ma ai propri meri tornaconti propagandistici ed elettorali; sono deresponsabilizzati la stampa e i media, che non si curano più della qualità dell’informazione offerta ma puntano solo alla quantità di lettori; siamo deresponsabilizzati noi, che spesso assumiamo comportamenti, anche minimi e apparentemente innocui, solo perché ritenuti giusti e convenienti per noi (oppure semplicemente per soprappensiero) senza curarci minimamente se possano nuocere ad altri e generare conseguenze.

E se da un lato è ovvio è naturale che si pensi prima a se stessi che agli altri, è parecchio stupido trascurare o dimenticare che, volenti o nolenti, siamo parte di un mondo, di una comunità, una società e una rete di relazioni che riverbera d’intorno il portato di ogni nostra azione, materiale e immateriale, in modi che non possiamo ignorare, accada per mera stoltezza, per menefreghismo o perché tanto ci sarà sempre qualcuno che sistemerà le cose. Senza peraltro capire, allo stesso tempo, che possiamo essere noi stessi vittime delle azioni compiute quando messe in atto con tale deresponsabilizzazione mentale, emotiva, d’animo: sia direttamente che indirettamente o per la nota Teoria delle finestre rotte, per come tali atteggiamenti pivi di responsabilità si propaghino con rapidità se non immediatamente contrastati con adeguati strumenti culturali e civici. D’altro canto il loro stesso manifestarsi è già indice di un certo rilassamento, quando non di un primigenio degrado, della società nella quale si riscontrano: nulla accade per caso, anche qui.

[Costruire impianti sciistici a poco più di 1000 metri di quota: questo, a mio parere, è un esempio di deresponsabilizzazione della politica in montagna.]
Lo stesso tratto, questa diffusa deresponsabilizzazione, la ritrovo anche nella gestione odierna dei territori montani: ad esempio quando vengano proposti progetti di turistificazione nei quali non via sia alcuna valutazione autentica delle conseguenze delle opere previste e tanto meno alcuna assunzione di responsabilità al riguardo da parte di chi le promuova e autorizzi – cosa ancora più grave quando i progetti siano finanziati con soldi pubblici, il che imporrebbe il dovere di rendere conto alla società civile, soprattutto se nel tempo quelle opere si rivelano sbagliate o causanti un danno materiale o immateriale. Ugualmente, ritrovo questa deresponsabilizzazione nel caso opposto, quando non si facciano cose per i territori di montagna e le loro comunità che ne avrebbero bisogno adducendo innumerevoli motivazioni, sovente tangibili tanto quanto inaccettabili, che in realtà celano una sostanziale noncuranza, a volte un palese cinismo, che sono figli del rifiuto di assunzione di responsabilità nei confronti di ciò che andrebbe fatto e soprattutto di chi ne dovrebbe giovare.

[Tagliare i trasporti pubblici nei territori montani, fondamentali per la vita dei residenti: un altro esempio di deresponsabilizzazione della politica sulle nostre montagne.]
Tuttavia, ribadisco, in quanto comunità sociale il cui funzionamento è ampiamente basato sul principio di causa-effetto – il meccanismo del gettito fiscale è il primo e più importante, sia esso da considerare equo o iniquo; ma si potrebbero fare mille altri esempi al riguardo – il principio di responsabilità reciproca (per cui quella collettiva è la somma di ciascuna singola) risulta altrettanto basilare e ciò vale per qualsiasi livello nel quale si struttura la società, da quelli politici più alti fino al semplice rapporto individuo-individuo. Avere la piena (o la più ampia possibile) consapevolezza delle proprie azioni e del loro portato nel mondo che abbiamo intorno è un dovere ineludibile che in fondo è anche un diritto (all’autocontrollo senza intromissioni terze) oltre che una forma assai elevata di libertà. La libertà che «non è uno spazio libero, libertà è partecipazione» come cantava Giorgio Gaber in una sua celebre canzone: partecipazione alla responsabilità collettiva del far andare bene il mondo e viverlo al meglio, ciascuno a modo suo ma tutti in armonia reciproca consapevole. Ovvero partecipare da membri attivi alla realtà del mondo, dal momento che vivere in maniera deresponsabilizzata equivale anche ad autoemarginarsi: e il non rendersi conto di ciò è il primo segnale di questa emarginazione, l’incapacità di cogliere il portato dei propri comportamenti, un po’ come il cretino che in quanto tale è convinto che i cretini siano gli altri (Fruttero e Lucentini docet, ovviamente!)

La soluzione a tutto questo? È molto semplice: tornare a essere ciò che siamo, individui sociali, membri di una società, soggetti in relazione con mille altri – è così anche se siamo i più solitari e misantropi, sia chiaro! – nonché Sapiens, dotati di un’intelligenza il cui buon uso presuppone una relativa adeguata dose di responsabilità. Che se invece viene a mancare rende subitamente stupide, insensate, scriteriate e variamente dannose qualsiasi azione realizzata: il frutto del non uso dell’intelligenza, del sonno della ragione. Che genera mostri sempre, inevitabilmente, i quali mostri per loro natura non sanno cosa sia la responsabilità, guarda caso.