Un ottimo (non)consiglio per quando siete nel dubbio

[Foto di Kasuma F. Gruber su Unsplash.]

Quando sei nel dubbio, mettiti in moto.

Questa affermazione di David Herbert Lawrence fin da quando la lessi per la prima volta l’ho resa uno dei princìpi fondamentali (quattro o cinque in tutto, non di più) sui quali cerco di elaborare la mia esistenza quotidiana. Nella mia interpretazione, il «dubbio» è qualsiasi situazione di difficoltà, materiale e immateriale, o di crisi, una circostanza che mette in dubbio la realtà personale fino a quel momento vissuta e in un modo o nell’altro impone una decisione; il «moto» è invece l’andare propriamente detto, soprattutto il cammino, il mettersi in viaggio ma considerando che per me è “viaggio” ogni passo mosso appena oltre l’uscio di casa con la predisposizione di esplorare, conoscere, vivere il mondo e il paesaggio esteriore per farne paesaggio interiore, ben sapendo che il mondo, anche quello domestico e quotidiano, non è mai uguale a se stesso ed è in costante cambiamento. Ma qualsiasi viaggio, quando sia vero, autentico e consapevole, va bene al riguardo, dalla passeggiata di pochi minuti a piedi all’esplorazione di un angolo di mondo lontano, tanto più che «i viaggi sono i viaggiatori», come diceva Pessoa.

Una pratica, questo mio “moto” (che immagino sarà condivisa anche da molti di voi), la quale si rivela duplice: ogni passo messo nel paesaggio esteriore produce pensieri nella mente e coloriture nel paesaggio interiore, l’un moto che alimenta l’altro, un’elaborazione costantemente reciproca che aiuta in maniera ancora più intensa a risolvere qualsiasi dubbio, o quanto meno ad averne una visione più chiara e utile alla sua risoluzione. D’altro canto è moto compiuto e autentico anche quello del pensiero, praticabile pure da fermi se proprio non si abbia la possibilità di muoversi con il corpo. È una preziosa manifestazione di libertà (non a caso si usa spesso l’espressione «libero pensiero» per chi dimostri particolare brillantezza mentale) che infatti difficilmente si riscontra i coloro i quali “ragionano” di pancia o per frasi fatte e idee altrui, dimostrandosi sovente privi di dubbi e conformi a presunte “verità assolute” («La fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità finora credute», Friedrich Nietzsche, un altro di quei miei quattro-cinque princìpi fondamentali).

[Foto di Franco Michieli, tratta dalla sua pagina Facebook.]
Per questo, quando qualcuno che dice di essere «nel dubbio» per qualcosa chiede a me un consiglio per dirimere tale sua condizione di perplessità, sono abbastanza restìo a darne: innanzi tutto, perché al netto della gratitudine alla persona per la considerazione della quale mi fa oggetto, temo di non essere così all’altezza di farlo, di dare consigli veramente validi e preziosi nonché soprattutto indipendenti dalla mia sfera personale (il «se fossi in te farei così» a volte mi pare introduca più un’ingiunzione che un consiglio la quale non tiene conto che ogni individuo fa a sé, anche quelli che usano più la pancia che la testa nel (s)ragionare). Inoltre, perché certi dubbi di genesi prettamente personale credo abbisognino di soluzioni altrettanto personali, il più possibile scaturenti dall’individuo stesso e dalla sua dimensione individuale. Il che non significa che non si possano e debbano accogliere i buoni consigli che altri sapranno dare, ci mancherebbe, ma che in ogni caso, qualsiasi sia la loro costruzione, le suddette soluzioni devono essere un’elaborazione assolutamente personale, il più possibile convinte e consapevoli, manifestazione evidente del proprio pensiero e della personalità specifica.

Quindi, se qualcuno dice a me di essere «nel dubbio» per qualcosa, io molto banalmente ma alquanto sentitamente gli dico: be’, mettiti in moto. E mentre ti muovi usa quel moto per dare energia alla mente come al corpo e liberare il pensiero. Forse così troverai la soluzione al tuo dubbio ma, se anche non la troverai, vedrai le cose molto più nitidamente e potrai capirne meglio il senso e la sostanza, esattamente come, muovendoti nel paesaggio ergo esplorandolo passo dopo passo, ne comprenderai meglio le forme, gli elementi che contiene, le geografie, le peculiarità, gli angoli più belli e quelli meno interessanti, la storia, la bellezza, il fascino, eccetera. Un moto generale e complessivo con il quale si può muovere ogni cosa e anche il tempo, che infatti non esiste se non a sua volta in forma di moto, ce lo insegna la fisica.

È per tutto questo che quell’affermazione di Lawrence l’ho resa un principio fondamentale per me stesso: perché non ho alcun dubbio sulla sua importanza nella mia piccola esistenza che faticosamente cerco di rendere meno inutile possibile.

«I denti di dio»

Se «Le montagne sono i denti di dio», come dice una celebre opera dell’artista Marcello Maloberti, certi impianti e certe piste da sci sono le carie e il tartaro.

(Crediti delle immagini: quella in testa al post è di Luciano Bolzoni, quelle delle piste di Cortina d’Ampezzo sono tratte dalla pagina Facebook di Mountain Wilderness Italia.)

 

L'”overtourism accidentale” di Roccaraso, e quello sistematico di altre località montane

[Immagine tratta da www.informazione.it.]
Un paio di amici che nutrono fin troppa considerazione nello scrivente mi hanno chiesto perché, dato che mi occupo spesso di overtourism in montagna, non abbia scritto nulla su Roccaraso e l’invasione di gitanti napoletani – vicenda della quale avrete certamente letto da qualche parte (altrimenti su “L’AltraMontagna” trovate forse la migliore analisi su quanto accaduto).

Be’, non ho scritto nulla semplicemente perché nella sostanza non mi sembra un caso così eclatante e preoccupante come è apparso nella forma. Trovo che sia stata più una pazziata – per dirla proprio alla napoletana – la quale, insieme all’inevitabile indignazione diffusa, ha suscitato pure l’immediata reazione degli amministratori locali i quali, al netto che la zona sia legata a triplo filo (per non dire soggiogata) al modello sciistico di massa (Roccaraso è parte del più grande comprensorio sciistico dell’Italia centro-meridionale, con tutto ciò che ne consegue), hanno preso subito contromisure al riguardo che spero concrete e non solo di facciata.

Sinceramente, più che l’estemporanea invasione di Roccaraso e dalla fenomenologia specifica che sottende, sono ben più preoccupato dalle situazioni di iperturismo ormai croniche di altre località montane italiane contro le quali invece la politica locale non fa nulla, anzi, ci marcia sopra magari fingendo ogni tanto di dirsi preoccupata e impegnata a trovare soluzioni. Belle parole alle quali tuttavia al momento non seguono fatti concreti: un caso emblematico al riguardo – del quale mi sono occupato proprio di recente grazie a un eloquente comunicato stampa di Mountain Wilderness Italia – è quello delle Tre Cime di Lavaredo, un territorio che gli stessi amministratori locali ritengono «compromesso da decenni di flussi eccessivi di turisti. Servono soluzioni per limitare gli accessi. Nella situazione attuale ci rimettiamo tutti» (si veda qui). Ma se è “compromesso da decenni”, dove sono stati tali amministratori fino a oggi? Evidentemente la situazione andava bene così com’era (ed è ancora, al momento) e in loco si è soprattutto pensato a svendere il territorio al fine di ricavarci più tornaconti possibile per poi, a danni fatti (speriamo non irreversibili) sostenere che servano «soluzioni per limitare gli accessi». Già, dopo aver ormai reso il luogo una discarica del turismo più massificato, della cultura identitaria alpina e del buon senso.

[Iperturismo cornico tra Misurina e le Tre Cime di Lavaredo. Immagine tratta da qui.]
In ogni caso sapete bene che al riguardo di casi similari, cioè di situazioni di iperturismo degradante ma bene accette dai locali per meri tornaconti materiali, se ne potrebbero citare molte, sulle nostre montagne. A volte più gravi e croniche, a volte meno ma comunque caratterizzate dalle stesse dinamiche e, francamente, da simili ipocrisie. Come ha rimarcato Mountain Wilderness Italia in chiusura al proprio comunicato, riguardo le montagne (le Dolomiti e non solo) «il patrimonio da tutelare è dichiarato valore universale. E come tale va gestito». E accettare che un tesoro collettivo così inestimabile possa essere svenduto, consumato e degradato come un qualsiasi banale oggetto è una circostanza che la nostra tanto “colta”, “emancipata” e “progredita” società non può e non deve permettere.

La stampa che scrive di Milano-Cortina 2026

A un anno esatto dall’inaugurazione dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, mi pare si faccia evidente l’atteggiamento sempre più compiacente della stampa (locale e non solo) nei confronti dell’organizzazione dei Giochi, nonostante queste Olimpiadi si possano già ora annoverare tra le più criticate di sempre, per vari motivi e non solo riguardo certi casi macroscopici e particolarmente emblematici (la nuova pista di bob di Cortina ne è l’esempio principale).

Ciò in pratica significa che – sempre a mia percezione – vanno (e andranno) aumentando gli articoli viepiù celebrativi dell’organizzazione olimpica e al contempo spariscono quelli che ne registrano le voci critiche, le quali viceversa permangono e con l’avvicinarsi dei Giochi cresceranno pure.

Se tale atteggiamento può apparire “logico” (virgolette quanto mai necessarie) dal punto di vista delle testate che, in preda a costanti difficoltà finanziarie e alla necessità di accrescere i contatti alle proprie pagine (ma pure, francamente, per una certa compiacenza congenita verso i potenti di turno che molta stampa italiana frequentemente manifesta), cercano di arraffare sponsorizzazioni e sovvenzioni varie dai soggetti che partecipano all’organizzazione di Milano-Cortina 2026, peraltro spesso attivi nei territori di riferimento di quelle testate, non è ovviamente legittimo e nemmeno ammissibile che degli organi di informazione possano in qualche modo assoggettare la loro missione giornalistica di registrazione e cronaca della realtà dei fatti a obiettivi tanto materiali e così deputati all’asservimento più o meno servile (sostanzialmente inevitabile, in queste circostanze: è un cappio che ci si mette al collo, a volte consapevolmente) a chi ne è la fonte. È una questione di onestà intellettuale e di deontologia professionale, oltre che di rispetto per i propri lettori – tutti i lettori, non solo alcuni: so bene che dalle italiche parti queste siano virtù generalmente coltivate con poco impegno (eufemismo!), ma ciò non attenua il loro molteplice valore fondamentale, anzi!

Ribadisco: è una mia percezione e magari mi sbaglio, sto soltanto prendendo un abbaglio – qualcuno non mancherà di sostenerlo. Ma intanto io lo rimarco: vedremo come andranno effettivamente le cose, da qui al 6 febbraio dell’anno prossimo.

Parlando di montagne e iperturismo, a “E-planet” su Italia 1

Per chiunque se lo fosse perso – avendone sicuramente ottimi motivi, ci mancherebbe! – e magari ne fosse interessato, o per chi lo volesse rivedere così da esprimere apprezzamenti o improperi, cliccando sulle immagini qui presenti è disponibile il servizio della puntata di “E-planet” di domenica 2 febbraio, andata in onda su Italia 1, nel quale sono intervenuto per parlare di montagne e iperturismo – o overtourism.

Un argomento sempre più d’attualità (no, non solo “grazie” a simpatiche tiktoker e a partenopei in gita sulle nevi d’Abruzzo!) del quale si potrebbe ormai disquisire a lungo: come in effetti ho fatto con Sara Del Dot, la curatrice del servizio, il cui lavoro di sunto nei tre minuti e quaranta di durata dello stesso è stato encomiabile. Poche parole tra le innumerevoli spendibili sul tema ma che, mi auguro, possano comunque risultare interessanti e utili a comprenderne meglio la portata.

Ringrazio di nuovo Sara Del Dot e i suoi collaboratori per l’opportunità concessami e chiunque abbia visto o vorrà (ri)vedere il servizio.

L’intera puntata di “E-planet” del 2 febbraio la trovate qui.