Il fascino discreto (e un po’ magico) del Monte di Brianza

[Il Monte di Brianza dalla sommità del Monte Tesoro. Foto di © Alessia Scaglia; cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il Monte di Brianza è uno dei quei luoghi per diverse “ragioni” (tutte assolutamente opinabili) troppo poco considerati e apprezzati. Vuoi perché troppo “facile” da raggiungere, così a ridosso della Brianza (come suggerisce il toponimo) e del milanese, vuoi perché monte dalle fattezze di tozza collinona boscosa priva delle più suggestive asperità tipiche della montagna “vera”, vuoi perché troppo bassa al cospetto dei monti vicini, ben più elevati e rinomati al confronto dei quali sembra appiattirsi intimorito. Be’, tutte cose oggettive ma fuorvianti, perché il Monte di Brianza è invece un luogo assolutamente affascinante e ricchissimo di numerosi piccoli e grandi tesori, un lembo di rigogliosa Natura inopinatamente poco contaminato e antropizzato a pochi km dall’ultracementificata (e inquinata) Brianza e dalla grande Milano, che veramente sembra galleggiare tra i troppi e disordinati segni dell’uomo in questo territorio come un’isola magica, misteriosa e attraente (si veda l’immagine notturna nella galleria fotografica qui sotto e la macchia scura del monte tra le mille luci dei paesi e delle città d’intorno, per cogliere una tale percezione), nella quale il vagare – tra i suoi boschi lungo sentieri e mulattiere secolari che raggiungono luoghi di delicata e antica bellezza – (ri)genera sensazioni piacevolissime, tanto imprevedibili quanto intense.

Ci si sente sospesi, sul San Genesio (altro toponimo del monte, dal nome di una delle sommità principali) in una sorta di piega dello spaziotempo, nella quale certamente giungono i rumori e le visioni della pianura ma sono come filtrati dai “bordi” della sfera ambientale che circonda la montagna e la separa, in modo geograficamente indistinto ma paesaggisticamente netto, dal resto del mondo d’intorno. Ci si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria da impianti industriali e strade estremamente trafficate ma da essi ci si sente ben più lontani: forse proprio grazie al vivido e inatteso piacere di ritrovarsi in un’isola di virente quiete così bella e – per molti, ribadisco – inaspettata, che risintonizza i sensi su armonie diverse, fuori dall’ordinario.

Volendo lasciar libera la mente di vagare nei reami della fantasia, verrebbe da pensare che, muovendosi sul placido crinale del Monte di Brianza – che ha orientamento Nord-Sud, più o meno – lungo il sentiero che lo percorre interamente, ci si potrebbe credere in cammino lungo la schiena del Genius Loci del monte, il cui corpo si manifesti nelle fattezze di un ciclope addormentato a pancia in giù, appunto, la testa nascosta sotto il Monte Barro (l’altura adiacente a settentrione) e le gambe che affondano nelle pianure a Sud, verso le colline del Curone; un gigante placidamente a riposo ma assolutamente vivo, vibrante di energia e vitalità al punto da poterla percepire, camminandoci sopra, e sentirla come una forza naturale preziosa e benefica, di quelle che certi luoghi speciali sanno emanare consentendo a chi vi si trova di stare bene lì, di sentirsi ben accolti e compiaciuti di starci. E, a ben vedere, quanto vi ho appena raccontato può essere considerato un volo della fantasia solo nella sua forma metaforica dacché, al di là delle mere suggestioni “letterarie”, veramente il Monte di Brianza – o il suo Genius Loci – emana una propria vitalità peculiare: tenue, delicata, eterea più che altrove, in territori montani maggiormente scenografici (per l’immaginario comune), eppure nitida, a suo modo definita, che si può cogliere con un minimo di sensibilità in più rispetto all’ordinario.

Comunque, anche chi invece volesse far vincere la fantasia sulla razionalità e da essa lasciarsi piacevolmente irretire, sul San Genesio può farlo “a ragione”, viste le numerose leggende che sul monte si possono trovare, e che la fotografa Maria Cristina Brambilla ha raccontato sul numero di novembre 2020 della rivista “Orobie” e in questo suggestivo video:

Insomma: se non l’avete mai fatto prima, o non ancora con la più consona e sensibile attenzione, esploratelo, il Monte di Brianza. Per farlo in modo ben consapevole, potete consultare il sito web dell’Associazione Monte di Brianza (dal quale ho tratto anche le fotografie qui presenti), dove trovate ogni informazione utile al riguardo e molte altre suggestioni altrettanto utili e intriganti.

Camminare sulle parole #5

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono quiqui, qui e qui.)

Sovente, la nostra percezione di “bellezza” nel paesaggio è legata a una conseguente percezione di “sicurezza”, la quale in molti casi deriva dal cogliere in quel paesaggio i segni per noi più riconoscibili: quelli della presenza umana, cioè i segni dell’antropizzazione dei territori. Tuttavia una concezione del genere della bellezza del paesaggio è evidentemente indiretta e subalterna, quantunque oggettiva: molto spesso l’azione dell’uomo nel territorio è un elemento virtuoso di generazione del paesaggio, ma altre volte, e in modo crescente negli ultimi decenni, diventa un’evidente seppur ignorato fattore di degrado estetico, e non solo.

L’imprescindibile Thoreau, in questa citazione tratta da Camminare (è a pagina 25), vuole invece evidenziarci un aspetto correlato alla realtà appena descritta, apparentemente opposto ma forse non così tanto: l’assenza di antropizzazione (non della mera presenza umana, che altra cosa) dall’ambito naturale è a sua volta un elemento di bellezza alternativo e, per certi versi, “paradossale”. È tale perché da sempre noi umani siamo stati abituati a riconoscere la bellezza soprattutto dove essa è dipesa o dipende dall’intervento antropico, appunto, che in molti casi non è affatto in armonia con il paesaggio naturale: e le eventuali disarmonie si fanno lampanti e particolarmente fastidiose proprio in montagna, territorio tanto di propria valenza estetica assoluta quanto per ciò estremamente delicato e facilmente attaccabile.

Anche perché non ci si deve dimenticare che se ordinariamente l’intervento antropico è inteso di natura materiale – edifici, strade, sbancamenti, eccetera – c’è pure un’antropizzazione immateriale che risulta disarmonica, se non antitetica, al concetto di “bello” e al paesaggio montano: è quella purtroppo presente troppo spesso nei modelli mentali sui quali siamo portati a concepire il paesaggio montano, i quali ci rendono “accettabile”, ovvero non criticabile se non addirittura “bello”, un intervento antropico pur pesante solo perché “funzionale” a certi agi umani. In effetti pure con le idee, che conformano lo sguardo con il quale osserviamo e concepiamo il paesaggio (formando il relativo immaginario condiviso) si può provocare un danno e un abbruttimento del paesaggio, il quale molto presto, ormai sdoganato concettualmente e introdotto a forza nell’immaginario suddetto con la giustificazione di chissà quali “convenienze”, presto si materializzerà nel territorio, con relativi e ancor più pesanti danni.

Insomma: in molti casi, forse, non riusciamo a cogliere la bellezza autentica e “naturale” che c’è sui monti non perché non la vediamo con gli occhi, ma perché non la “vediamo” con la mente, non sappiamo (più) percepirla, la mente non riesce a comprenderla e ciò non per mancanza di sensibilità, semmai per la presenza ingombrante nella mente di idee, concezioni e immaginari fuorvianti, che sovente non c’entrano nulla con la nostra relazione col paesaggio ma ne inficiano il valore e l’essenza, diventano poi elementi di giustificazione assai biechi di eventuali danni. Provare a “disantropizzare” la mente, per così dire, da quelle idee e immaginari generati dal nostro “dominio” sul paesaggio e sovente così perniciosi per esso, potrebbe essere un passo importante per saper cogliere, considerare e godere la bellezza in esso presente. Un esercizio – in tal senso sì – profondamente antropico ovvero umano, senza dubbio.

Camminare sulle parole #4

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono qui, qui e qui.)

Ciò che Barry Lopez sostiene, in questo passaggio tratto da Una geografia profonda (è alle pagine 34-35) è una di quelle cose così chiare ed evidenti ovvero “ordinarie”, nella nostra relazione di esseri umani e creature viventi con il paesaggio, da finire per essere trascurate e ignorate, paradossalmente. Eppure è una cosa assolutamente fondamentale: il paesaggio esteriore che noi “vediamo”, cioè che concepiamo e definiamo come elemento culturale, si riflette sempre, inevitabilmente, dentro di noi, generandoci un relativo paesaggio interiore che, in pratica, racchiude forma, sostanza e senso della nostra presenza nel luogo dal quale si genera il paesaggio in questione. Conseguentemente, da un lato si genera e definisce ogni elaborazione di quel paesaggio, il suo valore culturale e antropologico, la sua identità, e dall’altro lato si genera la nostra identità in relazione ad esso: riconosciamo il luogo e riconosciamo noi stessi in esso, non sentendoci smarriti in quel luogo e tanto meno dentro di noi.

Posto ciò, e dato che anche la concezione e la determinazione del valore estetico (o quello presumibilmente tale) è uno degli elementi del processo appena descritto, per lo stesso principio non si può definire un paesaggio come “bello” oppure “brutto” senza prima considerare che il paesaggio siamo noi a crearlo, è frutto in buona parte della nostra relazione, esteriore e interiore, con ciò che abbiamo intorno, della nostra sensibilità più intima e del bagaglio culturale che ciascuno possiede: tutti elementi con i quali interpretiamo ciò che colgono i nostri sensi – e questo accade anche inconsciamente, sia chiaro.

Quindi, prima di stabilire il valore estetico del paesaggio, dovremmo prima interrogarci, ovvero metterci in dubbio, la capacità personale di “creazione” del paesaggio, e ciò lo possiamo fare solo quando siamo in grado, almeno minimamente, di comprendere cosa i nostri sensi colgono di ciò che c’è intorno a noi così come, ugualmente, quanto di ciò che abbiamo intorno influenza la nostra percezione e la nostra sensibilità al riguardo – un ambito che oggi viene praticato dalla cosiddetta psicogeografia, disciplina tanto sperimentale quanto di importanza potenzialmente concreta.

Tuttavia, è bene rimarcare che quanto afferma Lopez all’inizio della sua citazione, in relazione alla conoscenza geografica del paesaggio, è comunque qualcosa di importante per entrare in relazione con esso, anzi, è la competenza materiale basilare da affiancare alla cognizione immateriale ovvero un’ottima chiave per aprire le porte verso un rapporto più profondo e consapevole con il mondo che abbiamo intorno. In fondo, e per citare il precedente protagonista di questo cammino letterario, Davide Sapienza, «La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano» cioè, sotto molti aspetti, la geografia esteriore, con tutti gli elementi che vi afferiscono, dà forma anche alla nostra geografia interiore, arricchendola del senso e del valore culturale di quei suoi elementi. Alla fine, ribadisco, conoscere il paesaggio in questo modo significa non solo sapersi non smarrire in esso ma, ancor più, saper non smarrirsi cioè ritrovarsi in se stessi, generando un’armonia tra paesaggi esteriori e interiori essenziale e profondamente vitale.

Dislivelli #106

Ok, per ora basta con i due teatranti ammeregani, torniamo a parlare di cose interessanti.

È sempre un piacere constatare una nuova uscita del magazine “Dislivelli.eu”, edito dall’omonima associazione, perché è sempre una lettura alquanto interessante e spesso illuminante. L’ultimo numero, il 106, è uscito da poco ed è dedicato alla scomparsa repentina dei ghiacci sulle nostre montagne, un fenomeno ormai visibile a occhio nudo e a memoria d’uomo, a testimonianza degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici, che interessano non solo la montagna, ma tutto il pianeta. Perché, come spiega Enrico Camanni, se «sono circa due secoli che abbiamo convertito la repulsione per il ghiaccio in attrazione fisica ed estetica», è vero che da una parte «contempliamo la bellezza dei ghiacciai e ne celebriamo la purezza, li dipingiamo, li narriamo, li sogniamo, li scaliamo, li sciamo, li decantiamo», ma dall’altra «li mortifichiamo con i gas serra». Ammirazione e distruzione «vanno di pari passo in un evidente cortocircuito sociale, economico e culturale, perché l’uomo romantico che ama e rimpiange i ghiacciai è lo stesso uomo industriale che li umilia».

Cliccate sull’immagine della copertina, lì sopra, per leggerla online oppure per scaricarla in pdf. Buona e proficua lettura!

Noi montanari

Separando con la sua enorme massa le nazioni che ne assediano i versanti dall’uno e dall’altro lato, la montagna protegge gli abitanti, solitamente poco numerosi, che sono venuti a cercare asilo nelle sue valli. Li ospita, li fa suoi, dà loro costumi speciali, un certo genere di vita, un carattere particolare. Indipendentemente dell’etnia d’origine, il montanaro è divenuto quello che è sotto l’influenza dell’ambiente che lo circonda; la fatica delle scalate e delle penose discese, la semplicità del vitto, il rigore dei freddi invernali, la lotta contro le intemperie ne hanno fatto un uomo a parte, gli hanno dato un atteggiamento, un’andatura, un gioco di movimenti molto diversi da quelli dei suoi vicini di pianura. Gli hanno dato inoltre una maniera di pensare e di sentire che lo distingue; hanno riflesso nella sua mente, come in quella del marinaio, qualcosa della serenità dei grandi orizzonti; in molti luoghi, inoltre, gli hanno assicurato il tesoro senza prezzo della libertà.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.110; 1a ed.1880.)

Mi è tornata in mente questa citazione dell’imprescindibile Reclus nel sentire le “rimostranze” di un conoscente (peraltro era da un po’ che non ne ricevevo, pensavo quasi che la loro “epoca” fosse passata!) il quale, per la prima volta e per un impegno di lavoro, è salito nel comune montano dove abito. «Ah, ma dove vivi? Che strada, tutte curve, e c’era nebbia, non si vedeva nulla, poi arrivo su, non c’è in giro nessuno… ma siete sperduti nel nulla, lì!»

Fate conto che il luogo di mia residenza in questione è a meno di 10 km di strada (asfaltata, eh!) dalla iperantropizzata Brianza e a 40 minuti d’auto da Milano, mica in un vallone sperduto delle Svalbard. Ecco.

Be’, a sentire quelle sue parole, mi è tornato in mente Reclus e mi sono sentito un privilegiato, a poter vivere così “sperduto nel nulla”. Già.