Henry David Thoreau, “Camminare” (Mondadori)

3Dnn+8_11B_pic_9788804585602-camminare_originalFosse per me, le opere di Henry David Thoreau le farei adottare dalle scuole come libri di testo.
Ecco, potrei pure chiudere qui questa mia “recensione”, e avrei detto con efficace sunto buona parte di ciò che volevo dire. Tuttavia, appena dopo aver formulato un tale pensiero, di sicuro mi verrebbe pure da dire (ovvero: mi viene da dire) che, a ben vedere, un po’ tutta la nostra vita deve essere una scuola – concetto comune e parecchio abusato ma senza dubbio sostenibile – dacché lungo tutta l’intera esistenza, dai primi vagiti fino agli ultimi istanti, c’è sempre da imparare. Quindi, Thoreau lo farei leggere sempre, a chiunque, perché sempre da Thoreau – innegabilmente uno dei padri fondatori del pensiero virtuoso moderno/contemporaneo – si può imparare qualcosa.
Camminare (Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862) non è certamente tra le opere maggiori del grande pensatore americano, ma nel suo “piccolo” (in senso di lunghezza del testo) la propria essenza fondamentale la possiede di sicuro. Figlio del Walden e di tutta l’articolata e profonda esperienza dalla quale poi Thoreau trasse la celeberrima opera, Camminare – lo dice il titolo stesso – è un saggio breve su tale arte tanto fondamentale per il benessere psico-fisico dell’uomo. Ovviamente nulla che sia legato alla mera attività motoria, che anzi è la base intrinseca per far sì che il muoversi a passo lento nella Natura riporti in qualche modo l’uomo in una condizione di giusto equilibrio con il mondo che ha intorno e che vive dunque, inevitabilmente, con sé stesso. Il tutto, grazie all’immenso potere rigeneratore e purificatore della Natura incontaminata e selvaggia, ovvero «Come se l’innocenza vegetale avesse la magica virtù di rendere innocente colui che la contempla» – evidenza postulata dal critico letterario elvetico Jean Starobinski e citata da Massimo Jevolella nella prefazione al testo. Cosa assolutamente vera, per quanto mi riguarda: pochi ambiti sul pianeta come il bosco riescono a riequilibrare le cose della (mia) vita lungo una linea nuovamente dritta e chiara, un filo rosso che dalla possanza dei tronchi delle piante, dall’ombra delle chiome e dalla luce che vi filtra, dal terreno adornato di foglie, dal silenzio che lì regna ovvero dai suoni flebili e delicati che in toto richiamano alla mente il più alto concetto di “afflato” vitale, sa guidare attraverso il tempo verso le migliori direzioni possibili. Ma certamente, se negli anni ho potuto comprendere una tale così preziosa prerogativa offerta a noi umani dalla Natura, è stato anche grazie alle letture dei testi di Thoreau – vedi sopra sulla necessità della loro lettura, appunto.
Camminare, in effetti, richiama quella citata prerogativa naturale in tutta la sua molteplice elementalità anche nel suo essere, a propria volta, tanto breve quanto sfaccettato e nematicamente dinamico, come d’altronde è proprio dello stile di Thoreau. In meno di 50 pagine, infatti, il filosofo di Concord cammina letterariamente non solo nella Natura selvaggia e incontaminata ma pure attraverso diversi altri temi che alla pratica del camminare egli correla in modo più o meno diretto – temi filosofici generali quantunque assai quotidiani (niente di professorale, insomma), storici, geografici, sociali, antropologici, religiosi – fornendo in tal modo anche attraverso la lettura del proprio testo la sensazione vivida di come il cammino non sia solo una mera attività fisica, anzi, come sia una fondamentale chiave di accesso a buona parte delle cose che animano il mondo intorno ai sentieri, ai tratturi e alle strade camminate, anche ovviamente – soprattutto forse – della parte di mondo più antropizzata e apparentemente meno correlabile all’ambito naturale.
Non a caso Camminare è un testo che si trova spesso anche nei corsi di psicologia motivazionale, quale esempio di alta e profonda consapevolezza del gesto compiuto nonché dei suoi effetti diretti e indiretti, oltre che di presa di coscienza dei propri mezzi e dei relativi bisogni e volontà. E non a caso, Thoreau è stato uno dei più grandi postulatori filosofici della necessità di un’autodeterminazione civica dell’individuo – quella poi postulata nel trascendentalismo – verso la piena consapevolezza comunitaria della società e, di contro, dell’affrancamento totale o quasi dal potere superiore, inevitabilmente oligarchico, illiberale, antidemocratico e, al fine di preservarsi e proliferare, calpestante i diritti fondamentali dell’uomo – credo sia inutile citare la sua Disobbedienza civile, al riguardo. In buona sostanza, come se il camminare nella Natura più selvaggia e dunque meno antropizzata fosse (e sia) metafora della necessità di starsene il più lontano possibile dalle cose meno virtuose e più potenzialmente pericolose generate dalla civiltà umana, quando strutturata per meri fini di potere.
Per questo Camminare – opera non primaria tra quelle di Thoreau, ribadisco, e di lettura rapidissima – è a suo modo un testo fondamentale da leggere, da comprendere e, se possibile, da mettere in pratica nelle proprie possibilità. C’è un passaggio, nel testo, che mi è parso non dico il più significativo – dacché tale lo è tutto, il libro – ma forse quello che riesce in breve a evidenziare lo spirito di fondo con il quale Thoreau lo scrisse e che, mi viene da pensare, volesse trasmettere ai suoi lettori: “Posso agevolmente camminare per dieci, quindici, venti e più miglia, partendo da casa, senza incontrare alcuna abitazione, senza attraversare alcuna strada se non dove lo fanno la volpe e il visone: prima lungo il fiume, e poi il ruscello, e poi i campi e i boschi. Per miglia e miglia intorno non vi sono abitanti. Da alcune colline appaiono in lontananza le dimore dell’uomo e la sua civiltà. Gli agricoltori e le loro opere sono appena più visibili delle marmotte e delle loro tane. L’uomo con le sue faccende, Chiesa e Stato e scuola, e i suoi traffici e i suoi commerci, le sue fabbriche e la sua agricoltura, e la sua politica, la più pericolosa di tutte: mi rallegra vedere quanto poco spazio occupino nel paesaggio.” (pag.25)
Ecco: nessun atteggiamento misantropico ma, al contrario, di rinnovata e naturale socialità, lontana da bieche e pericolose zavorre ideologiche e politiche e semmai ben vicina a ciò che, alla fine di tutto, resta la cosa più importante che noi (come ogni altra creatura di questo mondo) possediamo e dobbiamo difendere: la vita. Niente di meno, niente di più.

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