Quale futuro vogliamo per le nostre montagne, e dunque per noi stessi? Ne parliamo venerdì 3 gennaio a Vilminore di Scalve, nelle Orobie

[Panorama della Valle di Scalve dalla vetta della Presolana. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dopo il partecipatissimo e a detta di molti “epocale” incontro dello scorso 28 novembre a Clusone (sul quale trovate una rassegna stampa qui), il dibattito sul presente prossimo e il futuro dei territori montani dell’alta val Seriana e della Valle di Scalve tornerà protagonista il prossimo venerdì 3 gennaio 2025 a Vilminore di Scalve, capoluogo della valle più orientale delle Prealpi Bergamasche, in un incontro pubblico incentrato sul progetto di collegamento tra i comprensori sciistici di Colere, in Val di Scalve, e Lizzola-Valbondione, in alta Valle Seriana, dal titolo “Patrimonio di tutti o parco divertimenti per pochi?”, al quale sarà di nuovo per me un grande onore e un notevole privilegio partecipare cercando di portare più dati oggettivi, argomenti, considerazioni fattuali e visioni al fine di strutturare il dibattito più ampio, compiuto e esaustivo possibile, insieme agli altri prestigiosi relatori e alle rispettive varie competenze che offriranno ai presenti anche in qualità di referenti di alcune delle principali associazioni di montagna e di tutela ambientale locali.

Come ho cercato di fare – spero comprensibilmente e costruttivamente – a Clusone, anche venerdì 3 gennaio a Vilminore presenterò una trattazione, assolutamente calata sul territorio e contestuale alla realtà del luogo e della sua comunità, che da alcuni dati oggettivi inoppugnabili riguardanti lo stato dell’arte del comparto turistico montano, in special modo invernale, offra alcuni buoni strumenti necessari ai presenti non tanto e non già per stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato ma per riflettere, valutare, analizzare, ragionare circa ciò che i progetti turistici presentati per il territorio in questione ipotizzano e di contro le reali necessità sulle quali va strutturato il presente e poi sviluppato il futuro dei suoi abitanti, che sono e devono sempre restare il centro, il fulcro, il soggetto principale e inalienabile di qualsiasi iniziativa venga proposta e magari realizzata localmente.

Il territorio di Vilminore è coinvolto solo amministrativamente dal progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola (una porzione dei tracciati di impianti e piste rientra nella sua giurisdizione comunale), ma la contiguità ad esso sicuramente genererebbe numerose ricadute di natura economica, ambientale, politica, sociale, culturale, eccetera. Ma è fuor di dubbio che un progetto che prevedere di spendere ben 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici e ciò al netto di eventuali aumenti di spesa (che sarà pressoché inevitabile registrare) su un solo modello turistico-economico, in un territorio che, inutile dirlo, soffre come molti altri simili sulle nostre montagne di notevoli carenze nei servizi di base e ecosistemici, nel sistema viario e nei trasporti pubblici, nella manutenzione idrogeologica, nel sostegno diretto ai bisogni quotidiani dei residenti nonché di carenze nel supporto alle economie circolari locali, all’imprenditoria giovanile, alle famiglie e a chiunque decide di volersi stabilire lassù assumendo un preciso impegno e una determinata responsabilità di diventare parte attiva e integrante della comunità locale, non può essere elaborato, deciso e imposto senza la più ampia interlocuzione con la comunità stessa e in base alla proposizione di ben precise domande alle quali devono essere inevitabilmente trovare delle buone risposte, dalle quali siano ricavabili azioni che apportino vantaggi a tutta la comunità e non solo a una parte – sovente assai limitata. Molto spesso invece, e soprattutto quando si abbia a che fare con interventi e investimenti di valore ingente nei quali siano di conseguenza coinvolti notevoli interessi e tornaconti particolari che mirano totalmente al risultato finale e poco o nulla all’ambito territoriale al quale vengono imposti, l’impressione vivida è che chi «faccia cose» in montagna si dia le risposte senza prima porsi nemmeno una domanda. Ma in questo modo le presunte «risposte» non avranno alcun valore effettivo, non risponderanno concretamente a nulla e a nessuno se non al mero volere di chi se le formula da sé senza che alcun altro possa intervenire.

Ciò che invece io chiederò, tra molte altre domande, ai presenti a Vilminore il 3 gennaio sarà: Quale montagna volete per voi stessi, qui in alta Valle di Scalve? Quale futuro volete e vorreste per le vostre montagne, e per i vostri figli e nipoti? Quando osservate le vostre montagne, cosa pensate di esse? Cosa pensate che siano per voi? E come vi sentite nel mentre che le osservate? Cosa volete essere voi, da qui al futuro, per le vostre montagne se vorrete continuare a viverle e abitarle? Cosa vorreste che pensasse e ricordasse chi viene e verrà in futuro a visitare le vostre montagne?

E molte altre, come detto. Senza necessità di rispondervi subito ma, innanzi tutto, di meditarle, rifletterci sopra, capirne il senso e il portato per se stessi, per il proprio paese, il proprio territorio, le sue montagne e i suoi paesaggi e il futuro di tutti. In ogni caso la mia sarà una dissertazione articolata seppure rapida e succinta, mi auguro niente affatto barbosa e anzi il più possibile coinvolgente oltre che, appunto, illuminante.

L’invito personale più che caloroso è dunque a partecipare all’incontro, i cui dettagli avrete già visto nella locandina lì sopra: che voi siate abitanti da generazioni o da poco tempo, residenti periodici, villeggianti abituali o turisti occasionali, magari in zona per passare le vacanze di fine anno, è importante che chiunque possa e voglia partecipare. Perché ognuno sta in un luogo montano, per poche ore o per una vita intera, a suo modo partecipa alla vita di quelle montagne, alimenta la loro comunità, interagisce con il paesaggio e, poco o tanto, può contribuire a rendere il luogo, Vilminore e la Val di Scalve in questo caso, un posto migliore dove vivere e dove passare una lieta vacanza.

Vi aspetto dunque, non mancate!

(Ove non diversamente indicato, le immagini fotografiche di Vilminore di Scalve sono tratte dalla pagina facebook.com/FARE.Vilminore.]

Una serata bella, potente, importante, giovedì scorso a Clusone

Immaginavo che l’incontro pubblico di ieri sera a Clusone, in alta Valle Seriana (Bergamo), significativamente intitolato “Quale montagna vuoi?”, poteva risultare parecchio importante e mi auguravo fosse partecipato, ma di sicuro non pensavo così tanto, con la sala piena come un uovo – l’immagine lì sopra è eloquente – di persone attente per tutte le tre ore abbondanti della serata (ma avremmo potuto andare avanti tutta la notte) e nessuno che se ne sia andato prima, numerosi interventi appassionati che, ciascuno a proprio modo, hanno raccontato la quotidianità del territorio in questione, le sue peculiarità, le criticità, le necessità, un dibattito fremente, a tratti rude in forza di certe idee e visioni diverse se non opposte (ma è bene che lo sia stato), innumerevoli stimoli sui quali poter costruire altrettante dissertazioni, le espressioni facciali di molti quanto mai indicative degli stati d’animo e della soddisfazione di essere parte del momento…

Insomma, è stata una serata veramente bellissima, per la quale bisogna essere grati a chiunque vi abbia partecipato, dal primo degli organizzatori all’ultimo del pubblico. Qualcuno è arrivato a dirmi che raramente prima di ieri sera in valle si è visto un incontro talmente importante, profondo e vibrante, i cui echi si riverbereranno a lungo tra le montagne seriane e forse anche oltre. Ciò mi rende ancora più felice di avervi partecipato e aver offerto il mio contributo (dal titolo altrettanto significativo, come vedete sulla locandina e intuite da alcune delle slide che vedete lì sotto che hanno accompagnato le mie parole) al dibattito insieme a quello degli altri prestigiosi relatori, e ancor più di aver potuto imparare molto dagli abitanti dell’alta Valle Seriana, nello starci insieme per quelle tre ore e relazionarmi con essi, più o meno direttamente.

Ecco, trovo che la cosa più preziosa che la partecipazione a tali incontri mi dona sia proprio questa: il dialogo con le persone del luogo, l’ascolto delle cose che hanno da dire sul loro territorio, sulle montagne, sulla realtà che le caratterizza e riguardo la relazione che essi elaborano e sviluppano abitandole. È il racconto dell’anima del luogo fatto da parte di chi lo vive entro il quale si sente la voce del Genius Loci, a volte indistinta, altre volte chiara e forte. Ed è ciò che salvaguarda e alimenta come nessun altra cosa il senso di comunità e la rete di relazioni che la vivifica, una condizione sociale, civica, politica, culturale e antropologica che risulta imprescindibile nelle e per le terre alte.

Le comunità di montagna, che da troppo tempo sono state private della partecipazione ai processi decisionali imposti ai loro territori, quasi sempre stabiliti lontano da essi e a volte da soggetti che poco o nulla sanno e capiscono di cosa significhi vivere in montagna e vivere la montagna, devono poter recuperare non solo tale partecipazione e la relativa interlocuzione con i soggetti decisori – il che significa che devono tornare a essere il vero e solo centro di qualsiasi azione politico-amministrativa che li coinvolge e interessa il territorio; tuttavia, ancor più che poter dire cose su come vogliono che siano le loro montagne (siamo in democrazia, dovrebbe essere una cosa lapalissiana), credo che abbiano bisogno di essere veramente ascoltate. Ascoltate, sì, anche perché, senza l’ascolto dire cose, segnalare bisogni, rivendicare diritti o manifestare responsabilità non serve a nulla.

La mancanza di rappresentatività politica nei territori montani, che si riscontra ovunque e dappertutto viene lamentata dai montanari, è soprattutto questo: non ricevere l’ascolto doveroso e meritato, che comporta poi la concreta assenza di interlocuzione tra istituzioni pubbliche, politiche e amministrative, e comunità civile. Gli abitanti delle montagne vogliono poter dire la loro ma è necessario che qualcuno li ascolti, devono reclamare tale diritto e rivendicane il dovere agli interlocutori istituzionali. Altrimenti il tutto si trasforma in un mero assoggettamento politico di stampo biecamente populista che nulla ha a che vedere con la democrazia: una condizione che, se si manifesta in un ambito già di suo delicato e ricco di criticità come quello delle montagne, facilmente decreta il degrado e poi la fine della comunità che le abita e vive, la quale diventerà composta da meri possessori di un certificato di residenza e stop. Vivere la montagna significherà solo questo: diventare non montanari, per dirla alla Sergio Reolon. E non serve rimarcare che sarebbe un disastro per chiunque, non soltanto per le montagne.

Mi auguro dunque che quello di ieri sera a Clusone sia stato il primo di una lunga serie di incontri simili e di ulteriori occasioni per mettere in pratica e manifestare quanto ho appena scritto, costantemente sviluppato intorno al territorio locale e alla comunità residente. E che magari da ciò si possa ricavarne una sorta di “format” applicabile anche in quegli ambiti montani che ancora non ne godono come dovrebbero e avrebbero bisogno. Rappresenterebbe veramente una gran cosa, che per quanto mi riguarda farò di tutto – per quel poco o nulla che potrò fare – per sostenerla e svilupparla.

Grazie ancora di cuore a tutti quelli che sono intervenuti ieri sera, a Clusone, e a chiunque abbia contribuito a rendere l’incontro così e prezioso e significativo.

(L’immagine in testa al post è di Davide Sapienza, la cui prestigiosa presenza tra il pubblico ha impreziosito la serata.)

Gleno, 100 anni

La mattina del 1° dicembre 1923 verso le 7, ritornando dall’avere aperta l’acqua alla Centrale come da telefonata fattami, passai sopra la passerella in legno ed ero intento a chiudere un buco nel tubo di cemento che raccoglie in parte le acque di fuga, rotto dagli operai. La passerella era appoggiata sopra mensole di ferro infisse nella base della diga e precisamente nella muratura fatta a calce.
Sentii d’improvviso come una scossa nella passerella, senza rumore, e contemporaneamente nello stesso istante dall’alto cadere un sasso che piombò nell’acqua sottostante stagnante fra due piloni. Pensai fossero gli operai che passavano nell’alto della diga per andare al lavoro sulla galleria della Bella Valle, ma subito dopo ne cadde uno più grosso. Non si vedeva bene, perché era ancora quasi buio. Alzai la testa e vidi nella testata a valle del pilone (uno dei più alti) una striscia nera che dallo sperone saliva in alto in modo tortuoso. Saltai sullo sperone ed accesi il fiammifero ed osservai una crepatura in fondo larga circa tre dita e che salendo si allargava. Ebbi l’impressione che essa si allargasse continuamente.
Scappai subito verso la mia baracca per telefonare l’allarme alla Centrale, seguendo la base della diga per poi salire la scaletta che porta alla baracca. Ma dopo due piloni, dall’alto caddero davanti a me dei cornicioni; onde dovetti ritornare indietro, scendere lungo la sponda destra del fondo valle, e indi girare sotto uno sperone di roccia per ritornare verso la baracca.
Appena girato lo sperone di roccia sentii come un urto dietro la schiena che mi sospinse. Mi voltai e vidi che il pilone nel quale avevo verificato la crepatura si apriva a metà a destra e metà a sinistra lungo detta crepatura e che gli archi ad essa appoggiati lo seguivano. Nel contempo l’acqua irruppe violenta al punto che non toccava la roccia per lungo tratto e faceva buio sotto di essa. La colonna mi passò di fianco. Io ripresi la fuga fino alla baracca, e lassù rivoltatomi vidi che dopo il primo pilone furono travolti d’un colpo tre o quattro piloni.
Il bacino si svuotò in circa 12-15 minuti. La diga era lunga 260 metri, larga alla base 15-20 metri. La parte rovinata è di 80-82 metri, e cioè dove i piloni erano più alti e dove alla base esistevano le maggiori fughe d’acqua.

[Testimonianza giurata di Francesco Morzenti fu Battista, guardiano della diga di Pian del Gleno, rilasciata in Pretura a Bergamo il 17 febbraio 1924 a seguito del crollo della diga e del conseguente disastro, del quale oggi ricorre il centenario. Il brano è tratto da http://www.scalve.it/gleno/Testimonianze/FrancescoMorzenti.htm, ove trovate la testimonianza in forma completa.]

Per saperne di più, sul disastro del Gleno:

  • L’Eco di Bergamo” vi dedica un dossier con numerose testimonianze, il programma e i resoconti delle commemorazioni, che trovate qui.
  • Il Centro Studi sul Territorio “Lelio Pagani” dell’Università degli Studi di Bergamo vi ha dedicato un libro con contributi di varia estrazione disciplinare che fanno il punto su molti aspetti della vicenda, commemorano le vittime di allora e parlano alle comunità di oggi: lo trovate qui.
  • Inevitabilmente del Gleno ho scritto anche io nel mio libro Il miracolo delle dighe, offrendo una chiave di lettura particolare del disastro e in relazione a quello del Vajont.

Gleno, novantotto anni fa

1° dicembre 1923, novantotto anni fa, ore 7.15: crollo della diga del Gleno.

Dopo il Vajont, il peggior disastro in Italia causato dal cedimento dello sbarramento di un bacino idroelettrico per errori tecnici. Era l’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli: un disegno architettonico assai raffinato che celava una concezione ingegneristica tragicamente sbagliata.

Le foto – dall’alto: il paese di Bueggio e la valle del Gleno prima della costruzione della diga, la diga terminata nell’ottobre 1923, i resti dello sbarramento dopo il crollo, Bueggio dopo la tragedia – sono tratte da archiviogleno.it, sito web del progetto “Il crollo della diga del Gleno: un’eredità culturale viva e vitale per la comunità”, elaborato dalla Proloco di Vilminore di Scalve, con la collaborazione della Biblioteca Civica, per raccontare la presenza e il significato del crollo della diga del Gleno tra le persone che abitano la Val di Scalve, utilizzando materiale d’archivio e materiale multimediale appositamente realizzato, e per creare una banca della memoria della comunità di eredità legata a questo triste evento. Il progetto, estremamente interessante in forza delle sue molteplici valenze culturali, si propone di fare il punto sull’immaginario legato alla diga del Gleno, con l’obiettivo di mettere in evidenza l’attualità della presenza della diga e le potenzialità che essa fornisce oggi per uno sviluppo culturale e comunitario della Val di Scalve, oltre a rimediare a una mancanza: l’assenza, fino a oggi, di un contenitore organico che raccogliesse le narrazioni – visive e non solo – del passato sul crollo della diga del Gleno.

Cliccate qui per visitare il sito e suoi i contenuti, nell’attesa che si concretizzi il progetto del Museo della Diga del Gleno, la cui apertura è prevista per il centenario del disastro, nel 2023.

P.S.: di un testo alquanto interessante che tratta del disastro del Gleno dal punto di vista tecnico ho scritto qui.