La «visione istituzionale» delle montagne: due casi interessanti

[I Piani di Bobbio in inverno; al centro della foto, parzialmente in ombra, il Vallone dei Mughi.]

Si dice che la visione che le persone hanno della natura determini tutte le loro istituzioni.

[Ralph Waldo Emerson, English Traits, 1857.]

Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioni che formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.

Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.

Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.

Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.

Un’altra montagna, un altro Monte San Primo

Cose belle e importanti a cui partecipare, qui sopra, e delle quali poter far parte. Perché qualsiasi persona dotata di buon senso ha il compito di salvaguardarlo, il buon senso diffuso, che non è così scontato come sembra. Lo dimostrano bene tante cose, ad esempio certe idee di sfruttamento delle montagne – altro fondamentale patrimonio di tutti – che sembrano più azioni di sciacallaggio ai danni della bellezza del paesaggio e della Natura – nonché del buon vivere presente e futuro di chi ci abita – che altro, e il progetto di “sviluppo turistico” che si vorrebbe realizzare sul Monte San Primo è uno di quegli esempi, tra i più chiari in tutta la sua drammaticità.

È un compito, quello di salvaguardare il buon senso per il miglior buon vivere il mondo, e le montagne soprattutto – che bisogna saper formulare come pratica di senso civico e come atto politico concreto e non solo blaterato, come diritto verso se stessi e come dovere verso il prossimo, verso la comunità della quale si fa parte e il mondo che insieme si abita.

Per tutto questo partecipare a incontri come quello di venerdì 16 giugno sul San Primo, montagna della quale la Conca di Crezzo, posta ai piedi della sua parte sommitale, è uno dei luoghi più ameni (lo potete constatare nell’immagine qui sopra), è bello e importante. Anche in forza di chi ne è promotore: l’APE Milano, The Clean Outdoor Manifesto e il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che riunisce più di trenta associazioni di varia natura che si sono unite per difendere la montagna da quello scriteriato e dannoso progetto. Se potrete e vorrete essere presenti, trovate i dettagli dell’evento qui.

P.S.: i miei vari articoli pubblicati sulla vicenda del Monte San Primo li trovate qui.

La bellezza della montagna (in)disturbata

Chissà se quelli che salgono in montagna alla ricerca di panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche e altre amenità da parco giochi alpestre sanno rendersi conto della grande bellezza che sicuramente li circonda, nei luoghi che ospitano quegli intrattenimenti, nelle grandi vedute come nei piccoli dettagli: ad esempio del meraviglioso “disegno” del cielo generato dalle cime degli alberi di un bosco (un ricamo arboreo che spesso mi fermo di colpo a osservare, quasi incantato da una così semplice, minima eppure incantevole visione… magari sembrando un idiota, per chi mi vedesse in quei momenti e sotto certi aspetti a ragione, per come mi sa imbambolare). Io mi auguro di sì, che se ne rendano conto della bellezza che hanno intorno anche se non tutti, visti gli atteggiamenti e i comportamenti di alcuni, ma tanti sì, lo spero.

Tuttavia, il problema è che cercare di cogliere, apprezzare e meditare la meraviglia del paesaggio montano da quelle infrastrutture parecchio avulse ad esso è come contemplare la bellezza di un capolavoro artistico nella sala di un museo entro la quale siano piazzate delle casse acustiche che rimbombano musica techno ad alto volume – di quella un po’ tamarra, per giunta. Non è che non si possa fare: si fa, volendolo. Ma non è proprio la stessa cosa di farlo in una condizione di adeguata quiete e di ideale predisposizione al godimento di cotanta bellezza; inevitabilmente, ciò che se ne potrà trarre, in quanto a sensazioni, emozioni, esperienze, sarà qualcosa di diverso, poco contestuale, deviato. Con tutto ciò che poi culturalmente ne consegue.

«Ognuno è libero di potersi godere la montagna come vuole!» osserverà qualcuno. Vero, ma è bene non fraintendere: la vera libertà dell’andare in montagna si manifesta in maniera proporzionalmente crescente a quanto la si comprende sempre più a fondo. Altrimenti, quella di cui si pensa di godere è la “libertà” di chi si può liberamente muovere dentro un recinto. Ecco.

P.S.: la foto in testa al post, di qualità ovviamente scadente visto che l’ho fatta io – che non sono un fotografo, ci tengo a rimarcarlo – con il cellulare, l’ho scattata qualche giorno fa in uno di quei momenti di piacevole imbambolamento sopra descritti, in un lariceto sulle Alpi Orobie valtellinesi.

Che cosa ci vedete in queste immagini?

Sono immagini che ho tratto da una serie fotografica pubblicata sulle pagine sociale di Varasc.it – ad esempio su Facebook è qui.

Per quanto mi riguarda, io ci vedo un luogo dove dimora il Genius Loci delle Alpi “in persona”, nel quale si ritrova l’anima più autentica dello spazio alpino, la coscienza del luogo-Alpi. E ci vedo la vita, il futuro, ovviamente la bellezza, ci sgorgo le fattezze di una gran fortuna, un tesoro, la forma che vorrei avesse la mia anima, un racconto affascinante, ci colgo un senso di fiducia e di responsabilità. Un posto in cui sentirsi bene semplicemente standoci, dove sentirsi in equilibrio. Un posto che dà un senso alle cose, qualsiasi esse siano.

Altri, invece, ci vedono un mero motivo per fare soldi, alla faccia del luogo stesso e di qualsiasi altra cosa, ne più ne meno fosse uno spazio sterile da dover far monetizzare perché altrimenti ritenuto inutile, sterile, fastidioso. Magari pure brutto. Come un prato di periferia in mezzo a tanti palazzoni ove non poter far altro che costruircene sopra altri, piuttosto di tutelarlo come ultima preziosa area verde. Chi vuole guadagnarci sopra lo vede esattamente così: una inutile periferia alpestre in mezzo ai propri danarosi “centri commerciali”. Un fastidio appunto, un impiccio da togliere di mezzo al più presto conquistandolo ai propri interessi particolari.

Ecco: secondo me, voler piazzare degli impianti funiviari nel Vallone delle Cime Bianche (il luogo in questione, per chi non lo [ri]conoscesse) è la manifestazione di un’alienazione ossessiva. Di un’incapacità di cogliere le cose belle e importanti per far spazio a quelle nocive, deleterie, riprovevoli ma che si inseguono morbosamente in forza di una devianza che nella realtà si manifesta nella pretesa di fare soldi a scapito di chiunque e di qualsiasi cosa. Anche di se stessi, sia chiaro, ma ovviamente in quell’alienazione non si è in grado di capirlo.

Non vedo come altrimenti spiegare la volontà di distruggere un luogo così speciale – non solo per le Alpi valdostane – senza nemmeno formulare una pur minima presa di coscienza, e di assunzione di responsabilità, di ciò che significherebbe. Ragionare solamente in termini di meri numeri, di milioni (di soldi pubblici) da spendere, di tornaconti personali, di marketing, di ostentazione di potere politico e commerciale rispetto a un luogo del genere: vi pare sensato? Vi pare logico, sostenibile, ammissibile, anche al di là che possa ritenersi (presuntamente) legittimo? Si può ancora ragionare così, quando si ha a che fare con l’ambiente naturale, a fronte di tutto quanto è già stato fatto e dei problemi che molti delle cose fatte hanno generato? Devastare un ennesimo territorio montano… per chi? Per cosa? Perché?

Non è una questione di tutela ecoambientalista da una parte e di sviluppo turistico-imprenditoriale dall’altra, no: è una questione di sensibilità, buon senso e saggezza contro prepotenza, insensatezza, menefreghismo innanzi tutto contro – ribadisco – se stessi e la propria gente, anche prima che contro la montagna.

In quell’immagine del Vallone delle Cime Bianche, luogo emblematico di molti altri sulle montagne italiane a rischio di devastazione, io ci vedo quanto avete letto. E non mi spiego la questione in altro modo.

P.S.: i miei numerosi articoli dedicati alla questione del Vallone delle Cime Bianche li trovate qui.

Domenica prossima in Valle Soana, per “La Montagna Sacra”

Domenica prossima, 11 giugno 2023, si svolgerà per il secondo anno in Valle Soana una manifestazione di sostegno al progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso. Chi aderisce al progetto si impegna a non salire più sul Monveso di Forzo, montagna di 3300 metri collocata sul crinale fra la Valle Soana e la Valle di Cogne, fra Piemonte e Valle d’Aosta. In sostanza, gli aderenti si pongono per scelta personale un “limite”, simbolicamente identificato con la rinuncia meditata alla salita di almeno una delle tante vette alpine, per porre la maggior attenzione possibile alla necessità di limitare, per molti aspetti finalmente, l’invasività umana sulle nostre montagne.

Si tratta dunque di un progetto culturale che non prevede alcuna regola o divieto e che ha nella sensibilizzazione sulla necessità di limiti all’agire umano il suo elemento fondante: la presenza antropica sulle montagne è millenaria, sovente è stata ed è equilibrata ma, quando la relazione culturale con le Terre Alte viene messa da parte per fare spazio ad altri interessi ben poco contestuali alla realtà delle montagne, quella presenza diventa invasività, appunto. Da equilibrata e spesso armonica al territorio e al paesaggio diventa sbilanciata, asimmetrica, per molti versi impattante e degradante: una condizione che, nella realtà ambientale (nel senso più ampio del termine) che stiamo vivendo e vivremo sempre in futuro, non può più essere ammessa. Ne va del buon futuro delle montagne, delle comunità che le abitano e di noi tutti che le frequentiamo assiduamente oppure occasionalmente: perché le montagne sono patrimonio di tutti e il loro futuro è il nostro futuro. Al cui corso virtuoso è bene riallinearci, anche attraverso piccole e simboliche tanto quanto emblematiche rinunce, per poter continuare a godere di tutte le altre montagne in modi altrettanto virtuosi per lungo tempo.

Chiunque voglia e possa esserci, domenica in Valle Soana, porterà una presenza e un sostegno importante e prezioso al progetto e alle sue finalità. Ovvero una solidarietà a tutte le montagne, per la cui realtà futura il Monveso di Forzo si “incarica” di essere un simbolo di ritrovata e essenziale armonia tra uomini e montagne: l’unica condizione, questa, che non potrà mai prevedere limiti.

Trovate i dettagli della manifestazione di domenica nella locandina sopra pubblicata; per ulteriori informazioni: https://www.facebook.com/montagnasacramontagnasacra22@gmail.com

Qui invece trovate tutti gli articoli che ho scritto sul progetto, mentre qui potete sottoscriverlo e aderire.