Piani Resinelli, celeberrima località montana sopra Lecco e ai piedi della Grignetta. Un luogo meraviglioso con una storia importante e infinite potenzialità turistico-culturali, sul quale per questo scrivo spesso.
Anno 2021: io che non sono nessuno, sia chiaro, riguardo l’orribile e inutile passerella panoramica che a luglio di quell’anno venne inaugurata ai Resinelli così scrivevo:
Quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.
Inevitabilmente degrada, già.
Anno 2023, solo due anni dopo:
[Cliccate sull’immagine per ingrandirla e leggerla meglio, anche perché l’articolo contiene osservazioni estremamente significative.]Andiamo avanti così? È questa la montagna che vogliamo, è questo lo “sviluppo turistico” che gli vogliamo imporre? Passerelle, megapanchine, ponti tibetani, luna park alpini… massificazione turistica, maleducazione verso il luogo, immondizia, degrado.
[Immagine tratta da www.giornaledibrescia.it.]Domani, domenica 25 giugno, a Vezza d’Oglio in Valle Camonica, a poca distanza da Ponte di Legno, si terrà un referendum con il quale i cittadini dovranno decidere se dire “sì” o “no” alla costruzione di un ponte tibetano sulla Val Grande, laterale della Valle Camonica che dalle spalle del paese si inoltra nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio, verso le vette che sovrastano il Passo del Gavia. Al contempo è attiva una petizione su Change.org per dire “no” al ponte – la trovate qui e in pochi giorni ha raccolto più di mille firme – che invece gli amministratori comunali definiscono «un’opera necessaria per creare un effetto Wow, che oggi manca al paese» aggiungendo che dovranno essere realizzati anche nuovi parcheggi per i 40.000 visitatori/anno previsti dal progetto, il tutto spendendo due milioni di Euro.
Proprio “wow”, eh! L’ennesimo ponte tibetano, l’ennesima colata di ferro, cemento e asfalto come “opere necessarie”. Idee originalissime per valorizzare il territorio e svilupparne il turismo, vero? Probabilmente un bambino di seconda elementare ne avrebbe di più innovative e, soprattutto, più sensate, anche perché, a quella giovane età, ci si fa ancora incuriosire e affascinare dalle cose belle che si hanno intorno mentre in età adulta, così impegnati a inseguire il nulla e l’inutile ma basta che facciano immagine e consenso, quelle doti quasi sempre le perdiamo, smarrendo pure la relazione con il mondo nel quale viviamo e le sue realtà caratteristiche. Per ciò, nell’evidente incapacità – o nel disinteresse – di formulare progetti di sviluppo territoriale realmente innovativi e contestuali ai luoghi che si amministrano, ecco che si opta per l’ennesimo copia-incolla di “idee” e opere ormai talmente ripetitive da risultare terribilmente banali e noiose, oltre che palesemente degradanti i luoghi ove vengano realizzate. La montagna-luna park, il divertimentificio alpestre con le giostre da selfie per adulti, la negazione di qualsiasi valore culturale del territorio e dei suoi luoghi per fare spazio alla fruizione meramente e bassamente ricreativa, la stessa di tutti gli altri luoghi che offrono identiche giostre per le quali non conta nulla il territorio e il suo valore, trasformato nella suggestiva scenografia utile soltanto a far da sfondo ai suddetti selfie. Così, essendo incapaci di capire quanto la montagna sia spettacolare per ciò che è (si veda l’immagine qui sotto) e di comprendere che per poter essere parte di quello spettacolo la montagna va vissuta, camminata, esplorata, conosciuta nei suoi innumerevoli angoli di meravigliosa bellezza, ci piazza un manufatto di acciaio e si dice che quello è “wow”, non tutto ciò che di realmente meraviglioso c’è intorno. Ma vi pare sensato?
E che non veda ciò e non lo capisca il turista occasionale lo posso anche comprendere, che non lo capisca chi ha il diritto e il dovere di amministrare e sviluppare armoniosamente il territorio innanzi tutto conoscendone e comprendendone le sue valenze peculiari per tutelarle al meglio no, non lo capisco affatto.
[Una veduta dell’alta Val Grande, nei pressi del bivacco Saverio Occhi. Immagine tratta da www.vocecamuna.it.]Proviamo a chiederci come mai quell’effetto “wow” manchi a Vezza e agli altri territori delle nostre montagne parimenti soggiogati a tali avvilenti realizzazioni. Forse perché è naturale che debba mancare, proprio perché con quei territori e con la loro più proficua fruizione non c’entra nulla? E per realizzare qualcosa che ormai non è per nulla innovativo, non più così attrattivo (quante passerelle, ponti tibetani e opere simili ci sono ormai, sulle nostre montagne?) e dunque niente affatto in grado di valorizzare e sviluppare il territorio, si vogliono spendere due milioni di Euro. Due-milioni-di-Euro. Quante cose si potrebbero finanziare con quella cifra per migliorare la fruibilità naturale del territorio di Vezza d’Oglio nonché per agevolare la quotidianità di chi vi risiede? Oppure si voglio comunque spendere per sviluppare la frequentazione turistica? Va bene, ma che si realizzino cose intelligenti, sensate, originali e veramente valorizzanti il territorio: allora di quei soldi si potrà dire che saranno stati investiti, e non buttati al vento che soffia giù dalla Punta di Pietra Rossa e dalla Cima di Savoretta lungo la Val Grande!
Ovviamente mi auguro che nel referendum di domenica a Vezza vincano i contrari al ponte. D’altro canto il punto non è l’opera in sé e la tutela ambientale del luogo ma il principio culturale alla base di tali progetti e ciò che ne deriva dal punto di vista sociale, economico, antropologico, politico. È l’idea stessa di montagna che appare del tutto distorta, superficiale, illogica, slegata dalla realtà, fondata su convinzioni che con i territori montani non c’entrano nulla. Parimenti, tutto questo non va analizzato soltanto per una questione di salvaguardia dell’ambiente naturale locale e della bellezza del paesaggio, ma ancor più affinché venga tutelata la cultura di Vezza, il futuro della sua comunità e la relazione tra gli abitanti e le montagne sulle quali vivono. Che proprio di questo hanno bisogno: relazione, legame, sensibilità, cura, attaccamento, affetto, conoscenza, senso civico, consapevolezza della storia condivisa che diventa coscienza del luogo, identità culturale e paesaggio. Un paesaggio straordinario, speciale, unico, che se banalizzato con l’ennesimo ponte tibetano tutto questo non lo sarebbe più. Vezza diventerebbe un posto come molti altri, del quale a nessuno interessa nulla se non per un’altra banale giostra piazzata in mezzo ai monti.
P.S.: se mai servisse, rimarco l’invito: andate a camminare lungo i bellissimi sentieri della Val Grande e non sopra orride ferraglie giostresche come quel ponte che vorrebbero fare! Per conoscere alcuni degli itinerari che la esplorano, date un occhio qui.
Un paio d’anni fa ho scritto e pubblicato qui sul blog un testo nel quale raccontavo di quanto fosse “potente” il paesaggio dell’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina ove questa, verso occidente, si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona. Un territorio alpestre di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano contro il cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.
Così scrivevo, al tempo. Poi, in Valle della Pietra ci sono tornato qualche giorno fa e… non posso che confermare ciò che ne ho scritto. Veramente lassù, a mio modo di vedere e sentire, c’è uno dei paesaggi che come pochi altri potrei restare a contemplare per un tempo illimitato senza mai stancarmi (e io questa cosa la potrei fare con qualsiasi paesaggio, dunque l’asticella personale al riguardo è molto alta): ciò perché la sua dinamicità geografica gli conferisce una dote di inopinata vitalità e al contempo di sorprendente accoglienza, nonostante le aspre rupi (come si sarebbe detto una volta) che sovente caratterizzano i corpi montuosi i quali racchiudono la valle verticalizzandone la percezione morfologica. È un quadro paesaggistico fenomenale, armonioso in ogni sua parte, la cui visione nulla ha di che invidiare a panorami alpini ben più elevati e rinomati. Un luogo possente con il quale ci si può intessere una relazione altrettanto forte, vitale, che solletica e sollecita la mente fino a instillare la sua grandiosità nell’animo di chi vi si immerga. Ci si sente quanto mai elementi vivi della Terra sulla quale ci si muove e quanto mai fluidamente immersi nel cielo sovrastante: respirando a pieni polmoni si inala una purezza alpestre ancestrale, primigenia, qualcosa di oltre modo benefico e necessario.
Eppure è una vallata alpina come innumerevoli altre, alla fine. Ma con un Genius Loci vigoroso e selvaticamente vibrante come invece molte valli di grande bellezza non hanno ormai più, silenziato e scacciato da troppe cose superflue messe al servizio di chi non desidera più relazioni autentiche con i luoghi in cui si trova ma pretende solo tresche meramente ludiche. Be’, tant’è. Ognuno è libero di vivere la montagna come crede e anche di non viverla: c’è chi alla bellezza ci mette «una pietra sopra», e chi come me “sopra” alla Pietra – nel senso di Valle – ci va, vi ascende fino alle terre più alte, fino a che il panorama si amplia per accogliere più cielo possibile, fino a che ci si sente bene come in pochi altri posti.
(La foto in testa al post è mia ed è brutta, lo so. D’altro canto è fatta con un cellulare peraltro vecchiotto e io non sono un fotografo.)
[Una bike lane in mezzo al traffico a Milano: quanto di più pericoloso vi sia per i ciclisti. Immagine tratta da bikeitalia.it.]Ancora in tema di ciclovie montane e non solo (è un tema caldo, senza dubbio, e non solo per le temperature estive) sulle quali qualche giorno fa si è espresso con ottime considerazioni Michele Comi (ne ho scritto qui). Mentre «Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle “ciclovie” per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura.» (Comi, appunto), nelle città e nelle zone più urbanizzate ci si guarda bene dall’incrementare in maniera autentica la rete cicloviaria, con il risultato che di incidenti che coinvolgono ciclisti ce ne sono a iosa, non di rado tragici.Una situazione stridente nelle sue opposte realtà e profondamente sconcertante, come misi in evidenza già qui. Prima la politica – e nello specifico il Ministero per le Infrastrutture – ha pensato di azzerare del tutto, nella Legge di Bilancio 2023, le risorse atte alla realizzazione di percorsi cicloviari nelle zone urbane, poi, tra le proteste di molti, ha ripristinato un miserrimo contributo: una vera e propria presa in giro, sotto tutti i punti di vista. Peraltro, tale politica menefreghista, spalleggiata da certa classe dirigente che si permette sparate del tipo “Pnrr: riforme, non piste ciclabili» che sono tanto insulse quanto infondate, perché vorrebbero far credere che, ai fondi del Pnrr, per fare nuove piste ciclabili si sottrarrebbero un sacco di soldi quando è evidente che ne basterebbe una percentuale risibile per aumentare in maniera ingente la rete cicloviaria nazionale.
Solo qualche giorno fa il Politecnico di Milano ha redatto il primo Atlante dei morti e feriti gravi in bicicletta, con lo scopo di «costituire un osservatorio dell’incidentalità ciclistica in grado non solo di svolgere attività di monitoraggio sugli incidenti avvenuti, ma anche di costruire conoscenza prefigurativa, così da poter fornire un contributo proattivo mirato a individuare preventivamente i luoghi di maggior pericolosità potenziale per chi intende muoversi in bicicletta». Lavoro assolutamente importante e di sicura efficacia per quanto prospettato, ma… un “ma” viene inesorabile, nella situazione in cui versa la questione: ma serve veramente uno studio così titolato per conoscere sapere quali siano le strade più pericolose per i ciclisti, quando basta guardare intorno per sapere che lo sono tutte salvo rarissime eccezioni? Non è che uno studio del genere lascia ancora ferma la questione alle parole (importanti, ribadisco di nuovo) quando da tempo si dovrebbero sollecitare con vigore i fatti indispensabili affinché i ciclisti non debbano più rischiare la vita ogni volta che percorrono una strada o una via cittadina italiana, come dovrebbe accadere in ogni paese realmente civile e veramente attento alla salvaguardia dei propri cittadini, soprattutto in un’epoca come la nostra nella quale tutti parlano e spesso blaterano di “mobilità sostenibile”?
Infine, una provocazione (?): di recente a Milano – città che ha il drammatico record nazionale di ciclisti morti in incidenti stradali – si è discusso di istituire un’ampia “Zona 30” anche, se non soprattutto, per incrementare la sicurezza di pedoni e ciclisti. Ma una città realmente protesa al futuro come così spesso Milano si vanta di essere, le autovetture non dovrebbe eliminarle totalmente dalle proprie vie, con solo rarisssssssime eccezioni, portando di contro a un livello di eccellenza assoluta la rete urbana dei trasporti pubblici? Una “città”, per poter essere considerata tale nella contemporaneità, non dovrebbe essere completamente a disposizione di chi va a piedi o in bicicletta? Vi pare logico che le nostre città, (definizione: «Centro abitato fornito di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale» e ribadisco: condizioni favorevoli alla vita sociale) siano in mano ai mezzi motorizzati, al loro caos, all’inquinamento che provocano e ai pericoli che la loro circolazione sovrabbondante generano?
Secondo me, tutte queste sono domande retoriche. Ma forse sono solo un visionario talmente ingenuo da non voler capire chi comanda, nelle nostre città, e come e perché.
Lungo tutte le Alpi, la rincorsa alle “ciclovie” per le bici elettriche sembra essere il nuovo Eldorado. Ma nobili propositi, volti anche a intercettare nuovi turisti, si accompagnano spesso con interventi sul territorio totalmente dissonanti e fuori misura. Ciò accade quando, anziché adattare i percorsi su due ruote alla rete escursionistica esistente, si modificano in modo irreversibile sentieri e mulattiere per far combaciare il tempo libero con quello del consumo.
Scassare l’impervio e livellare gli ostacoli lungo antiche vie è il sacrificio che tante vallate stanno offrendo per abbattere la barriera della fatica e consentire ai ciclisti di andare ovunque. Questo significa rinunciare completamente ad accogliere i nostri limiti, senza accettare la meravigliosa imperfezione di sentieri, rocce, boschi e pascoli, perdendo la possibilità di trovare un senso, relazioni ed esperienza autentica con le nostre montagne.
I promotori delle “ciclovie”, che cannibalizzano gli antichi tracciati, sono spesso gli stessi abitanti, obnubilati da una cultura massificante, che non sanno più riconoscere i propri luoghi, incapaci di vedere l’unicità e valore di questi spazi e di prendersene cura preservandone l’identità. Ne vale la pena? Sacrificare il patrimonio incalcolabile rappresentato da sentieri e mulattiere storiche per la nuova mobilità “green” da offrire al turista su due ruote? Far confluire ciclisti con pedoni non può che generare conflitti. […]
Al solito, Michele è mirabile nella chiarezza espositiva e nella lucidità della sua visione delle realtà montane (ancor più vi sembrerà tale leggendo il suo articolo su “Montagna.tv” nella sua interezza).
Mi viene di aggiungere solo un appunto, rivolto a certi soliti facinorosi pronti ad alzare barricate manichee (che poi in realtà sono fatte di mattoni di sabbia, pieni di nulla): la questione non è essere contro le ebike e nemmeno le piste ciclabili tout court ma contro le cose fatte male e prive di senso, contro le opere «fatte su» tanto per far su e poi farne bieca propaganda (elettorale o altro), utili solo ad approfittarsi del “business” (?) del momento e per questo realizzate senza nemmeno capire cosa si sta facendo, quali conseguenze avranno, che ne sarà di esse tra qualche tempo.
Come sempre e ovunque, ogni cosa può e deve essere fatta con buon senso: è così difficile da capire? Evidentemente, per taluni amministratori pubblici e per i loro sodali, che i “sensi” li mettono da parte per lasciar campo libero ai bisogni di pancia, sì: è difficile, e nemmeno ci provano a capire se invece possa essere facile e, soprattutto, utile, necessario, doveroso. Va bene così? Li lasciamo fare senza batter ciglio, come se le montagne fossero “roba loro” e non patrimonio di tutti – ribadisco, di tutti noi?