L’inferno? È sulla DOL dei Tre Signori!

Se state camminando lungo l’itinerario della DOL dei Tre Signori e ad un tratto qualcuno vi manda all’inferno, non dovete assolutamente prendervela, anzi, dovreste ringraziare di cuore chi si rivolga a voi in quel modo, perché probabilmente vi sta consigliando di visitare la magnifica conca racchiusa dalle moli del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Trona che ospita il Lago d’Inferno e, poco sopra, l’omonima bocchetta che mette in comunicazione la Val Gerola con la Val Brembana. Peraltro, come ben raccontiamo – io con Sara Invernizzi e Ruggero Meles – nella guida DOL dei Tre Signori, questi toponimi non sono legati a presenze demoniache ma al bagliore dei fuochi dei forni fusori nei quali per secoli si fondevano i minerali ferrosi estratti dalle numerose miniere situate sia sui versanti valsassinesi che su quelli bergamaschi di queste montagne. Le quali, evidentemente a causa di quelle fiamme, ricordavano a qualche osservatore particolarmente fantasioso o superstizioso uno scenario da girone infernale: una credenza rinforzata dal fatto che, fino a un paio di secoli fa, le brulle e pericolose sommità delle montagne venivano ritenute la dimora di draghi, demoni e creature sovrannaturali d’ogni sorta.

D’altro canto tutto il territorio montano attraverso dall’itinerario della DOL dei Tre Signori è ricco di leggende, alcune relativamente recenti, altre la cui origine si perde nella notte dei tempi: la Valgerola non si esime certamente da questa “regola” e ce n’è una, di narrazione leggendaria, che spiega proprio l’origine del Pizzo di Trona e del Lago d’Inferno. Si racconta infatti che…

Molti secoli fa un vecchio saggio scelse di ritirarsi in preghiera in una delle grotte nei pressi del Pizzo dei Tre Signori. Trona era il nome dell’eremita, amato e conosciuto da tutti i valligiani. La sua fama era tale da infastidire il Diavolo in persona, che risalì in Val Gerola per arrecare ogni tipo di danno e afflizione alla gente del posto, infestando i raccolti, uccidendo il bestiame e scatenando violenti temporali. Terrorizzati, i valligiani si rivolsero al santone implorando il suo aiuto. Trona scese allora dalla montagna in direzione del Pizzo Varrone, luogo che il Diavolo aveva scelto come dimora. Il cielo si oscurò, si scatenò la più violenta tempesta che si ricordi ed ebbe inizio un duello memorabile. Il Diavolo iniziò a scagliare un grande quantità di enormi pietre contro il santone, ma con nessuna gli riuscì di colpirlo; di contro, il santone si fermò presso un grosso masso e vi tracciò solennemente una sorta di croce con la mano. Proprio in quel punto la roccia si divise in quattro parti e cominciò a scivolare con forza verso la grotta del Diavolo. Il demone rimase travolto dalla frana, che lo trascinò ai piedi del Pizzo dei Tre Signori, aprendo un enorme squarcio nel terreno. La voragine venne presto colmata dai torrenti formatisi dal diluvio, dando origine a un grande lago che risucchiò il demone e prese il nome, appunto, di Lago d’Inferno. Nello stesso momento la terra che si era ritratta per non essere toccata dal diavolo si sollevò in alto, formando una nuova cima, a forma di cono, che fu subito ribattezzata con il nome del vincitore, Pizzo di Trona.

P.S.: altre leggende della zona le potete leggere in “Paesi di Valtellina”, qui. La foto in testa al post è di Cristian Riva, mentre la leggenda è tratta da questo post sulla pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Per saperne di più sulla guida Dol dei Tre Signori, cliccate sull’immagine qui sotto: per ogni altra informazione al riguardo e per sapere come reperirla, potete consultare www.orobie.it/cammini/, scrivere un messaggio a redazione@orobie.it oppure telefonare al numero 035/240.666.

Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi preziosoConoscetelo meglio, ne vale la pena.

Un luogo sospeso tra la realtà e il… (Colle di) Sogno!

Di Colle di Sogno ho già scritto molto, qui sul blog e altrove, essendo uno dei più bei borghi della montagna lombarda e un luogo nel quale e per il quale lavoro, nella progettazione culturale, da molto tempo, per cui forse lo conoscete già nelle sue così suggestive peculiarità paesaggistiche e urbanistiche e nella bellezza del suo paesaggio.

Colle di Sogno è anche adiacente all’itinerario escursionistico che corre lungo la DOL – Dorsale Orobica Lecchese da Bergamo fino a Morbegno, e infatti del borgo abbiamo raccontato, io e gli altri due coautori, nella guida Dol dei Tre Signori – date un occhio qui, al riguardo. I camminatori che percorrono il trekking della DOL lo possono raggiungere e visitare con una deviazione che richiede meno di un’ora e offre in lauto cambio l’ottima cucina tradizionale della Locanda nel centro del borgo. Se invece volete già sapere qualcosa di più su Colle di Sogno, e sul progetto speciale di valorizzazione culturale del luogo curato da Alpes e significativamente intitolato Un luogo dove re-stare, potete cliccare qui.

Cliccate invece sull’immagine lì sopra per visitare la pagina facebook I cammini di Orobie, dalla quale è tratta.

Altro che pace delle montagne!

Guarda i laghi, esclama lei slanciando le braccia, e le montagne, e i boschi, e la luce, e che bello che è il cielo. Sorride e chiude gli occhi. Sì sì, fa lui, nel bosco siamo tutti uguali, come se uno non l’avesse mai visto, che ci abbiamo passato tutta la vita tra le rocce, una pietra è sempre solo una pietra. E il lago, è li steso sulla pianura come un pesce morto. Poi di colpo arrivano delle nuvole grigie come beole e patapam, giù tuoni e grandine e ti centra un lampo, che quassù si fa in fretta, siamo sui milleotto, se sei sfortunato le montagne s’incazzano e ti buttano addosso dei massi grandi come vacche, ti demoliscono la casa e ci seppelliscono dentro per sempre tutto quello che avevi, altro che pace delle montagne, lo dice solo chi è cresciuto nel cemento.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.14-15.)

La “Montagna Sacra”

Nella realtà climatica e ambientale che l’intero pianeta sta affrontando e per molti versi subendo, nella quale le Alpi rappresentano una regione assolutamente emblematica (e lo sarà sempre di più in futuro, sia in bene che in male), risulta evidente ogni giorno di più che per evitare un collasso del clima il quale avrebbe conseguenze devastanti per chiunque è certamente necessario l’impegno e le azioni concrete di qualsiasi entità governativa, tanto a livello locale quanto a livello globale, e lo sforzo costante verso un profondo cambiamento paradigmatico in tema di sfruttamento delle risorse ambientali e impronta ecologica della nostra civiltà. Tuttavia, altrettanto necessaria è la formazione di una consapevolezza culturale condivisa in ciascun individuo sul tema, fondamentale affinché ognuno di noi possa fare la sua parte: senza di questa, il rischio che le problematiche inerenti i cambiamenti climatici diventino non soltanto croniche ma del tutto irrisolvibili è forte, e parimenti che ciò avvenga senza un’adeguata presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica, la quale di contro ancora oggi appare per molti versi fin troppo svagata, disattenta, distratta quando non indifferente a quanto sta accadendo, apparentemente protetta in una propria (e condivisa) comfort zone che però diventa ogni giorno più precaria e insostenibile. Servono dunque iniziative forti, al fine di rompere il torpore sul tema e generare la suddetta consapevolezza: iniziative dal valore simbolico emblematico, magari “fastidiose” a loro modo oppure all’apparenza sterili nella loro concretezza effettiva ma che possano scuotere l’opinione pubblica più di tante parole belle tanto quanto fin troppo idealiste e, dunque, sostanzialmente inutili.

Ecco: a tal proposito, probabilmente avrete letto o sentito dire del progetto “La Montagna Sacra: è un’idea scaturita da un gruppo di prestigiose figure del mondo della montagna come proposta culturale forte, messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della Natura, di valore soprattutto simbolico. Una montagna dotata di una sacralità della natura intesa in senso ampio, non necessariamente religioso.

Il progetto invita a riflettere sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette. Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi.

Il comitato promotore ha proposto di individuare la vetta del Monveso di Forzo, cima piramidale alta 3322 m di grande bellezza e già di rado frequentata (sul confine tra i versanti piemontese e valdostano del Parco), come “Montagna Sacra” da cui escludere ogni presenza e frequentazione umana. La “Montagna Sacra” non è pensata come luogo di divieti, perché un progetto culturale non può basarsi sull’imposizione. Il progetto non prevede infatti alcuna interdizione formale, nessun divieto d’accesso, nessuna sanzione pecuniaria per chi non vorrà “astenersi”. Molto più semplicemente, l’impegno a non salire sulla cima sarà una scelta suggerita e argomentata, al fine che venga rispettata da tutti. Per questo motivo il valore simbolico originale del progetto appare a suo modo dirompente: l’impegno suddetto deve basarsi unicamente sulla consapevolezza dell’individuo sulla questione di fondo e sulla capacità concreta di metterla in pratica senza che, appunto, vi sia a monte una forma di interdizione stabilita a priori, che nel caso renderebbe quell’impegno un mero moto d’ubbidienza a un comando. Questa peculiarità può rendere “La Montagna Sacra” soltanto un esercizio bello e vano, appunto, o magari per motivazioni uguali e opposte, lo può far diventare una piccola/grande rivoluzione nell’approccio, nel pensiero e nella percezione del tema, generando un nuovo paradigma che potrebbe sicuramente aprire una nuova “era” al riguardo. Che avvenga l’una o l’altra cosa, ribadisco, sta nell’impegno consapevole di chi vorrà condividere e aderire al progetto.

Per saperne di più sul progetto, leggerne la documentazione completa e aderirvi, cliccate qui.

Domenica 19 giugno, alla borgata Molino di Forzo nel comune di Ronco Canavese, si terrà In cammino verso la Montagna Sacra, un’escursione sulla mulattiera che collega la Val Soana alla Valle di Cogne, con meta le borgate Boschietto e Boschettiera, pensata per divulgare le finalità del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra per la Natura”, in occasione del centenario del Parco Nazionale Gran Paradiso. Trovate il programma dettagliato qui oppure cliccando sull’immagine qui sotto.

(Le immagini sono tratte dal sito web e dalla pagina Facebook dedicata al progetto.)