È certamente apprezzabile la considerazione che Regione Lombardia riserva alla Valsassina, cioè in buona sostanza alle montagne della provincia di Lecco maggiormente interessate dal turismo – il cui territorio comprende un’altra valle prealpina di grande valore, la Valvarrone – attraverso lo stanziamento di 36 milioni di Euro complessivi per la realizzazione degli interventi previsti dal “Patto territoriale per lo sviluppo delle aree montane e dei comprensori sciistici ed escursionistici dei piani di Bobbio-Valtorta e dei piani di Artavaggio in Valsassina – Strategia locale per lo sviluppo integrato e sostenibile della Valsassina” (fonte qui).
Un po’ meno apprezzabile – a parere di chi scrive – seppur ormai consolidata e triste abitudine della politica nostrana, è l’entusiastica strumentalizzazione propagandistica di questi interventi della quale si può leggere sulla stampa locale (siamo in campagna elettorale, d’altro canto): interventi che comprendono la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio, l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio e una nuova seggiovia a servizio della pista che da Bobbio scende verso Nava, oltre a opere stradali e accessorie.
[La funivia Moggio-Piani di Artavaggio, costruita nel 1961 e rimasta in servizio fino a quest’anno.]Perché è meno apprezzabile? Perché uno sguardo più obiettivo sulla questione rileverebbe che gli interventi sugli impianti di arroccamento per i Piani di Bobbio e di Artavaggio non sono affatto «emblematici» come sostenuto, al punto da suscitare siffatti entusiasmi propagandistici, ma sono inesorabilmente obbligati, rappresentando infrastrutture giunte a fine vita tecnica o che necessitano gioco forza di rinnovamento e peraltro essendo la funivia per Artavaggio classificata come “Trasporto Pubblico Locale”: non potevano essere evitati e tanto meno negati, in pratica, pena la fine delle due località non solo dal punto di vista turistico. Per essi l’esultanza pur legittima è un po’ come per la scoperta dell’acqua calda, insomma.
[L’attuale cabinovia che da Barzio raggiunge i Piani di Bobbio, costruita nel 1993.]Parimenti non c’è da felicitarsi, anzi, c’è solo da sconcertarsi per la riproposizione della citata seggiovia tra Nava e i Piani di Bobbio, bocciata già anni fa sia per «l’impossibilità di omologare il tracciato che discende la montagna fino al centro urbano, sia per il sopraggiunto disinteresse delle parti a investire nello sci ampiamente sotto i mille metri» (fonte qui). E se già si manifestava disinteresse tempo addietro per la costruzione di nuovi impianti sciistici a certe quote, figuriamoci oggi e ancor più nei prossimi anni con la crisi climatica che accresce senza sosta i suoi effetti, particolarmente visibili proprio sulle Alpi. Verrebbe quasi da pensare a un atteggiamento da negazionismo climatico bello e buono, ma ovviamente la speranza è che non sia così. D’altronde tutto ciò è reso ancor più emblematico da quanto dichiarato non più tardi di un anno e mezzo fa (settembre 2022) dalla società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio, riguardo questa prevista seggiovia: «Si tratta di una vicenda del passato che nulla ha a che fare con i nostri investimenti a monte in corso attualmente: Itb ha un’altra programmazione e un’altra prospettiva. Al termine dei lavori il ripristino dell’area e la componente naturalistica saranno la priorità» (fonte qui).
Dunque? Dov’è la logica in tutto ciò? E dov’è la coerenza, dove la visione strategica locale a lungo termine che dovrebbe essere propria di un autentico e sostenibile patto territoriale?
[La pista di discesa tra i Piani di Bobbio e Barzio che percorre il versante di Nava, detta “d’emergenza” perché sarebbe dovuta servire per il rientro degli sciatori a valle in caso di fermo della cabinovia e mai entrata ufficialmente in servizio (anche perché quasi mai innevata), nei pressi della quale si vorrebbe realizzare la nuova seggiovia.]In verità, è arduo non rimarcare quanto risulti sconcertante pensare di spendere milioni di Euro di soldi pubblici (3, a quanto si sa) per una seggiovia quadriposto che nasce già rottame, viste le condizioni nelle quali si realizzerebbe; ancor più lo è al pensiero dei molti investimenti che la Valsassina e la sua comunità avrebbe bisogno per mantenere i propri servizi di base ad un livello accettabile per un territorio di montagna. Investimenti e servizi che, tocca nuovamente constatare, non così sembrano funzionali all’entusiasmo e alla propaganda della classe politica odierna come quelli destinati al turismo di massa, nemmeno di quella che verso le montagne dovrebbe manifestare maggiore riguardo e sensibilità.
Si badi bene: queste mie considerazioni non concernono gli aspetti ecologici o ambientali della questione e tanto meno quelli politici e amministrativi ma la logica, la razionalità, la visione realmente strategica a favore della montagna e delle comunità locali… in breve il buon senso. Questo è, innanzi tutto: una questione di buon senso. Per capire se sia presente e attivo oppure no è indispensabile analizzare, indagare, pensare, riflettere a trecentosessanta gradi sul contesto, porsi domande e richiedere risposte plausibili, se non vi siano. Servono ad alimentare questa dinamica culturale, tali mie considerazioni.
Infine, due appunti personali. Il primo: per la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio è prevista una spesa di 15 milioni di Euro. Temo che non basteranno per la tipologia e le caratteristiche dell’impianto in questione, e che ne serviranno parecchi di più, ma ovviamente spero di sbagliarmi.
Il secondo: peccato che l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio non preveda una nuova linea prolungata con partenza dal fondovalle, qui ambientalmente integrata (ad esempio tramite una stazione semi-interrata e parcheggi sotterranei) e con intermedia dove ora c’è la stazione di Barzio, il che veramente risolverebbe l’annosa questione del traffico tra le vie del comune dell’Altopiano valsassinese e agevolerebbe un sistema di trasporto pubblico integrato dall’area milanese (treno+bus+cabinovia) al servizio del comprensorio sciistico che, per un paese come l’Italia, rappresenterebbe qualcosa di rivoluzionario, consentendo a un vastissimo pubblico di andare a sciare d’inverno o a camminare d’estate in una bellissima località montana senza utilizzare l’auto.
Purtroppo, invece, restiamo ancora qui a entusiasmarci per l’acqua calda. Che serve, sia chiaro, ma sperando che il riscaldamento globale non renda bollente al punto da non potersene servire più.
N.B.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal quotidiano on line “ValsassinaNews“.
[Panorama di Sondalo. Immagine tratta dalla pagina Facebook SondaloTourism.]Le Olimpiadi invernali: un evento bellissimo e importante su scala planetaria, oltre che vantaggioso per i territori che le ospitano. Oppure no? Dipende senza dubbio da come un evento del genere venga gestito, integrato in quei territori, nel loro ambiente e nell’economia locale e condiviso con le comunità che li abitano e vivono.
A tal proposito, come stanno andando le cose in Valtellina, che per i prossimi Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026 ospiterà numerose gare e per questo è sottoposta a molti progetti e cantieri per le infrastrutture “olimpiche”? Si sta veramente avviando un volano di rigenerazione e sviluppo virtuoso della valle, nella sua interezza e non solo delle località sedi delle gare, o viceversa in quei cantieri si sta scavando la fossa nella quale rischia di finire il futuro della Valtellina e dei valtellinesi?
Sono temi, questi, che a meno di due anni dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina è necessario affrontare con crescente condivisione pubblica, partecipazione comunitaria, approfondimenti e riflessioni attente e, soprattutto, con una sensibilità altrettanto crescente e consapevole verso il territorio valtellinese, la sua gente, il suo futuro. Il quale, se ben costruito, andrà a vantaggio pure di chi la Valtellina la frequenta da turista, d’inverno e d’estate.
Di questi fondamentali temi, che al netto dell’evento olimpico interessano tutti i territori montani più o meno turisticizzati, ne parlerò martedì prossimo 21 maggio, alle ore 20.45, presso la Sala Riunioni Polifunzionale di Sondalo, insieme ad Angelo Costanzo, del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio che organizza l’incontro, a Marco Trezzi del Comitato “Salviamo il Lago Bianco” e a Barbara Baldini, sindaco di Montagna in Valtellina, comune direttamente coinvolto nella questione olimpica in forza di un’infrastruttura da realizzarsi sul suo territorio la cui vicenda è risultata da subito alquanto emblematica riguardo l’evento olimpico in preparazione e il modus operandi attraverso cui lo si sta gestendo.
[Un altra veduta panoramica del territorio di Sondalo e della Valtellina verso Tirano. Immagine tratta dalla pagina Facebook SondaloTourism.]Se siete della zona, o sarete nei paraggi, sono certo che l’incontro di Sondalo rappresenterà un’ottima e preziosa occasione di confronto e di riflessione condivisa sulla Valtellina olimpica nel presente e nel futuro dei suoi territori e delle sue comunità nonché, se posso dire, per poter continuare a sentirci e dirci in relazioneviva con le nostre montagne, per il bene di chiunque le abiti, le frequenti e le abbia a cuore.
[Una manifestazione dello scorso marzo a Milano contro i tagli ai caregivers lombardi. Immagine tratta da qui.]La Regione Lombardia taglia i fondi all’assistenza dei disabili gravi e gravissimi – il cosiddetto caregiving: vengono tolti circa 10 milioni, meno di quanto la stessa Regione Lombardia ha stanziato, ad esempio, per uno dei tanti assurdi progetti di nuovi impianti sciistici o di innevamento artificiale in luoghi dove è già oggi problematico sciare e domani sarà impossibile.
Un paio di seggiovie o un tot di cannoni sparaneve al posto dell’aiuto a circa 7.000 famiglie lombarde con persone disabili.
Lombardia: «la Regione del fare» (schifo).
P.S.: qualcuno ritiene che questa mia affermazione sia “populista”? Be’, se lo sia oppure no vada a chiederlo ai familiari delle persone disabili.
[Vista sul Pian del Tivano dall’Alpe Spessola, sulle pendici meridionali del Monte San Primo.]Il Monte San Primo è una montagna bellissima non solo perché lo è fuori, con il suo paesaggio montano tanto speciale, ma lo è pure dentro, dove conserva un paesaggio ipogeo non meno speciale essendo tra i più vasti e affascinanti d’Italia. Per questo il San Primo merita, per così dire, una doppia considerazione e quindi una duplice attenzione, al fine di salvaguardare la sua bellezza e un valore naturalistico così grandi.
[L’Abisso dei Giganti, una delle numerose grotte del Pian del Tivano, sul Monte San Primo.]La manifestazione di domenica prossima 5 maggio punta anche a questo, e lo fa riferendosi inevitabilmente a chi invece il Monte San Primo lo vorrebbe banalizzare e degradare attraverso un progetto di lunaparkizzazione turistica tanto impattante quanto assurdo, quello sostenuto dal Comune di Bellagio e dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano con il supporto di Regione Lombardia, che vorrebbe riportare lo sci a poco più di 1000 metri di quota, dove in forza dei cambiamenti climatici non nevica più e nemmeno vi saranno le condizioni sufficienti per mantenere la neve artificiale al suolo. Cinque milioni di Euro di soldi pubblici per una follia che avrà facilmente ripercussioni non solo sopra il San Primo ma pure sotto, dentro la montagna, come già dettagliatamente spiegato dalla Federazione Speleologica Lombarda che guiderà l’escursione di domenica alle grotte del Pian del Tivano, epicentro della bellezza ipogea del San Primo.
Parteciparvi, dunque, non è solo una bellissima occasione per accrescere la conoscenza e la considerazione nei riguardi della bellezza e delle peculiarità naturali del Monte San Primo, ma è pure un modo per rimarcare il sostegno alla sua difesa e la contrarietà a quel progetto turistico così insensato e pericoloso. Ci sarà pure bel tempo, domenica lassù, dunque non c’è che da partecipare.
Trovate tutte le informazioni utili, e i modi per averne di altre, nella locandina qui sopra riprodotta.
E, come sempre, VIVA IL MONTE SAN PRIMO!
[Alcune immagini invernali del Monte San Primo e di una delle tante manifestazioni a difesa della montagna contro il progetto sciistico.]N.B.: per seguire l’evoluzione del “caso San Primo” e difendere la montagna dai folli progetti di infrastrutturazione turistica previsti, avete a disposizione il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” del quale potete sostenere le attività e parteciparvi. Invece qui trovate tutti gli articoli da me dedicati al Monte San Primo fino a oggi.
Quello che prevede di unire i comprensori sciistici di Colere e Lizzola, tra Val di Scalve e Valle Seriana (provincia di Bergamo), è un progetto veramente interessante.
Sì, se fossimo nel 1964.
Invece ora, anno 2024, appare sotto tutti i punti di vista come un’idea insensata e deleteria. Non solo per il clima in divenire, non perché le piste si troverebbero per gran parte sotto i 2000 m di quota e in esposizioni sfavorevoli, non soltanto perché andrebbe a intaccare zone montane delicate e per questo già tutelate ambientalmente, ma soprattutto perché nuovamente inganna la comunità locale facendole credere di sostenerne l’economia quando invece la zavorrerà ancor più di ora, di contro senza che si faccia nulla di concreto per avviare un autentico sviluppo socioeconomico locale con un progetto strutturato e di ampie vedute temporali che metta in rete tutte le numerose potenzialità del territorio – anche quelle turistiche, ma finalmente contestuali al luogo e alla realtà attuale – mantenendo al centro le necessità e il futuro della comunità residente. D’altro canto, appunto, non siamo più negli anni Sessanta: oggi non può più esistere un turismo che risulti attrattivo per i visitatori se prima non contempla come interesse primario il bene del territorio, del paesaggio e della sua comunità. Ma, con tutta evidenza, questa è una realtà che chi vuole sfruttare senza limiti le montagne soltanto per fare soldi non vuole che si dica.
Ma ragioniamoci sopra insieme, e mettiamo che abbiate a disposizione un appezzamento di terreno bello ma posto su un versante che ha problemi di stabilità, circa il quale innumerevoli studi geologici dicono che prima o poi franerà. Non subito e non si sa con che volumi di frana ma è pressoché certo che succederà perché in loco ci sono tutti i sintomi che lo prevedono. Ecco; su questo appezzamento di terreno voi ci costruireste sopra una casa, grande e bella non badando a spese, annunciando pure che una volta costruita darete tutti i giorni feste per la gioia e il divertimento dei vostri amici?
Io credo che – per essere chiari e schietti – solo un tizio un po’ folle s’arrischierebbe in un’impresa del genere buttandoci dentro un sacco di soldi. Un tizio un po’ folle e pure mascalzone nel caso che i soldi siano pubblici.
Be’, è nel principio ciò che accade con certi nuovi progetti di infrastrutturazione sciistica (la casa da costruire) in territori montani per la gran parte al di sotto dei 2000 metri di quota come quello con il quale si pensa di unire i comprensori di Colere e Lizzola, a fronte della realtà ambientale corrente (l’appezzamento di terreno) e dei report climatici che elaborano ciò che accadrà negli anni prossimi (gli studi geologici). Non solo: nonostante il loro rischio palese e la possibilità di fallimento quasi certa, quasi sempre tali infrastrutturazioni vengono finanziate parzialmente o totalmente con soldi pubblici, sovente sottratti ad altre opere che sarebbero ben più utili e vantaggiose per il territorio e i suoi abitanti.
[In questa mappa ho evidenziato la posizione dei due comprensori di Lizzola e di Colere, distanti circa 5 km in linea d’aria nel punto di maggior vicinanza, con linea tratteggiata blu i nuovi impianti che si dovranno necessariamente realizzare e, con il simbolo triangolare, la posizione del tunnel dotato di tapis roulant con il quale si vorrebbero “unire” i due comprensori. Si notino le quote interessate, quasi sempre sotto i 2000 metri, e l’esposizione, ampiamente sfavorevole. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]Forse, invece che andare a intervenire sul terreno in quel modo, sarebbe il caso di metterlo in sicurezza e poi di renderlo fruibile in modi ben più consoni e meno impattanti, così valorizzandolo molto meglio e con molte più possibilità di farne un bene redditizio (non solo economicamente) per tutti, non credete?
Eppure, con tutta evidenza, certi soggetti privati ma soprattutto pubblici i quali malauguratamente hanno tra le mani la sorte delle nostre montagne pensano ancora di essere immuni a qualsiasi “frana”, a qualsiasi cambiamento climatico e ambientale, a qualsiasi evoluzione sociale, culturale, economica e politica dei loro territori montani, e in tale stato di alienazione spaziale e temporale – forse appunto pensano che siamo nel 1964, non nel 2024! – continuano a proporre progetti sciistico-turistici fuori di senno e di qualsiasi logica. Perché a considerarli per quanto prevedono sono progetti indubbiamente belli, intriganti, ben fatti: ma, appunto, non è che se una villa è bella e ben progettata potrà stare in piedi se costruita su un terreno che non regge. Crollerà comunque, prima o poi, vanificando qualsiasi bontà originaria e il relativo investimento sostenuto nonché cagionando danni pure a ciò che avrà intorno. Progetti sciistici che avrebbero avuto senso cinquanta o sessant’anni fa oggi non lo hanno più, con tutta evidenza. Inoltre, tali iniziative non rappresentano soltanto un rischio in sé ma ne determinano uno anche per l’intera comunità del territorio che ne è soggetto: l’esatto opposto di ciò che viene dichiarato a loro sostegno, ovvero che rappresentino «una salvaguardia per la sopravvivenza di intere comunità» (motivazione copia-incolla sempre presentata in tali circostanze, non avendone altre giustificabili da sostenere. Ma come possono salvaguardare una comunità se non considerano per nulla i rischi principali che minacciano quella comunità, anzi li sfruttano a proprio vantaggio senza tener conto delle inevitabili conseguenze che ricadranno sulla stessa comunità? Come possono pensare alla sua sopravvivenza se progetti del genere evitano proprio l’obiettivo fondamentale che dovrebbero perseguire, ovvero l’elaborazione della resilienza necessaria alla realtà corrente e futura (non solo dal punto di vista ambientale, ribadisco) che il territorio necessita non solo per sopravvivere ma per vivere, e nel modo più proficuo possibile?
Ovviamente, qualcuno che invece si dice favorevole c’è, e al solito sostiene il proprio consenso con le solite, pappagallesche rimostranze: «Ah, voi ambientalisti (da salotto, probabilmente) siete solo capaci di dire di no!»: a parte che, per quanto mi riguarda, non posso ambire di essere un “ambientalista” ma sono un mero studioso dei paesaggi montani e delle loro realtà, il problema semmai sono costoro che non sanno dire altri che «sì» perché non in grado di comprendere (o non hanno la voglia di farlo) quanto siano deleteri certi progetti imposti – e sottolineo imposti – alle loro montagne, e parimenti non possono e vogliono impegnarsi per costruire un progetto e un futuro veramente concreti, sostenibili e virtuosi per loro stessi e il territorio cin cui vivono! A proposte così insensate semplicemente non si può che dire no, perché palesemente non stanno in piedi, non hanno senso, non hanno futuro, mentre invece non si può che dire sì a qualsiasi iniziativa che realmente sia in grado di sostenere le loro comunità da subito e ancor più negli anni futuri. E di progetti del genere ce ne sono e se ne possono elaborare a iosa: solo che evidentemente agli speculatori di varia natura che al momento tengono le redini di questi territori non interessano perché non alimentano i loro tornaconti. Progetti che, se poi falliscono come già da tempo accade (vedi le centinaia di comprensori sciistici chiusi negli ultimi anni sulle montagne italiane) e chissà quanto più accadrà negli anni futuri, i loro promotori se ne andranno altrove e ai montanari locali resteranno i rottami, le macerie, l’abbandono e il degrado di un patrimonio meraviglioso ma che è stato drammaticamente sfruttato e consumato. Veramente vogliono dirsi favorevoli a correre un rischio del genere?
Dunque, per essere chiari: se le cose non cambiano, prima o poi le montagne alle quali essi dicono (e credono) di tenere così tanto ma delle quali non vogliono vedere le reali criticità “franeranno” loro in testa. Non si sa quando e con che modalità ma tutto dice che accadrà, se non si interverrà concretamente e rapidamente affinché non avvenga. Poi però, nel caso, non vengano a piangere sul latte da essi stessi versato, scegliendo di non salvaguardare il loro futuro. Non è per fare del facile catastrofismo o gli uccelli del malaugurio: vorrei solo che gli abitanti dei territori in questione capissero che il loro destino non può essere sottoposto a variabili, rischi, pericoli così elevati per il solo tornaconto di qualcuno ma viceversa va sostenuto, curato, garantito per il benessere di tutti – abitanti e lavoratori stanziali, villeggianti stagionali, turisti più o meno occasionali. D’altro canto in concreto la montagna, prima ancora che vette valli prati boschi torrenti eccetera, è la gente che la abita e la vive: in assenza di un’autentica cura e di altrettanta tutela, dei suoi versanti ne può franare qualcuno, della loro comunità crollerà tutto quanto.