Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi preziosoConoscetelo meglio, ne vale la pena.

Un altro buon motivo, contro Jovanotti

Leggo ormai da tempo le dettagliate relazioni sull’impatto ambientale del cosiddetto “Jova Beach Party”, il tour del cantautore Lorenzo Cherubini, in arte “Jovanotti”: se ne trovano ovunque (una delle più recenti è quella di Mario Tozzi, la potete leggere anche nell’articolo originale da “la Stampa” cliccando sull’immagine qui accanto) e mi sembrano assolutamente rigorose, sensate, logiche, sostenibili. Leggo anche delle reazioni irose del cantautore, che assomigliano tanto quelle di chi abbia la coda di paglia e non sappia opporre giustificazioni plausibili e altrettanto rigorose alle contestazioni rimarcategli (salvo un «Abbiamo tutti i permessi delle autorità competenti, locali, regionali e nazionali» che su tali questioni, Historia Italiae Docet, vale veramente poco).

La situazione, insomma, mi pare ben chiara. Tuttavia mi sorge una domanda, che invero al riguardo mi pongo da lustri: ma Jovanotti non dovrebbe essere fermato anche solo perché non sa cantare?

Ah, ma lo so, siamo in Italia, paese dove uno dei massimi talenti riconosciuti è la furbizia: quanto mi chiedo sopra equivale a pretendere che un politico italiano non governi se non ne sappia di politica. D’altro canto, far credere di salvaguardare le spiagge italiane ammassandoci decine di migliaia di persone per un “party” musicale è veramente una furbata delle più notevoli, già.

P.S.: avevo già scritto cose al riguardo, ovvero in occasione del primo “Jova Beach Party”, qui.

I monti e i mari che cambiano forma

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di scienze marine e dell’Istituto di scienze polari del Cnr, assieme all’Università dell’Aquila, ha pubblicato su Frontiers in Marine Science uno studio nel quale vengono esaminate le caratteristiche delle onde più alte che hanno attraversato il mar Mediterraneo nel periodo che va dal 1980 al 2019. Le onde generate dal vento sul mare ricoprono una funzione fondamentale per il sistema Terra, non solo per gli aspetti ecologici e biologici, ma soprattutto per la parte fisica, climatica e meteorologica. […] Negli ultimi quarant’anni l’altezza dell’onda è aumentata in inverno e diminuita in estate, mentre la stagione ondosa invernale del Mediterraneo si è allungata a discapito di primavera e autunno. […] Il difficile contesto geografico e orografico gioca un ruolo importante nella formazione delle tempeste: durante quelle di maggiore intensità, nel periodo invernale, le onde raggiungono i valori più elevati, con altezze superiori ai 12 metri nella parte occidentale del Mediterraneo. Questa nuova climatologia evidenzia, negli ultimi 40 anni, un aumento delle altezze d’onda d’inverno e una diminuzione in estate.»

(Da Mediterraneo: 40 anni di onde in uno studio del Cnr su “Il Giornale della Protezione Civile”, 2 agosto 2022.)

È di solo poche ore fa la notizia di un ennesimo crollo di materiale roccioso sul Cervino, molto probabilmente dovuto allo scioglimento del permafrost interstiziale: una questione sempre più importante per le montagne del futuro della quale ho già scritto qui. I monti cambiano forma per propria orogenesi ordinariamente impercettibile all’uomo e al suo tempo, ma il cambiamento climatico in corso rende tale mutazione più rapida, evidente e, per molti aspetti, drammatica. Tuttavia anche i mari cambiano “forma”, come dimostra la ricerca sopra citata: ugualmente il loro cambiamento potrebbe risultare non percepibile dall’uomo comune, che osserva la solita massa d’acqua col suo ondoso movimento, ma altrettanto similmente il cambiamento climatico rende la modifica della forma visibile del mare drammatica e ammonitrice.

D’altro canto, queste modificazioni consonanti ci dimostrano per l’ennesima volta che nulla in Natura è fine a se stesso, tutto è in qualche modo legato a ogni altro elemento dell’ambiente naturale e della biosfera ai quali facciamo parte, e non c’è niente che non abbia una causa la quale possa generare effetti anche altrove – a quota zero, nei mari, così come a 3000 metri e più, in alta montagna – e non vi sono effetti che a loro volta non possano diventare ulteriori cause per altre modificazioni di questo nostro mondo. Modificazioni che, se non sappiamo cogliere (grazie alla scienza tanto quanto alla nostra cultura e sensibilità) e capire in tutta la loro portata, piccole o grandi che esse siano, ovvero che se trascuriamo o ignoriamo come se, tutto sommato, ogni cosa possa continuare come prima, ci metteranno sempre più in pericolo e ci porteranno ben oltre il limite entro il quale avremmo potuto trovare una valida soluzione. Solo in tal caso, forse, capiremo che la nostra sorte al riguardo sarà ormai segnata ma, appunto, troppo tardi.

(Fonti delle immagini nel post: www.montagna.tv, Axel Antas-Bergkvist da Unsplash.)

I più furbi

[Per leggere l’articolo dal quale l’immagine è tratta, cliccateci sopra.]
Al netto di quanto io possa pensare riguardo il tipo di “vacanza” in questione, che semmai è un problema mio – dirò solo che David Foster Wallace docet –, questa cosa delle città italiane che puntano ad accogliere nei loro porti sempre più navi da crociera nel mentre che numerose simili destinazioni europee decidono l’esatto opposto, in forza dell’impatto ambientale di queste navi nelle città d’attracco e al fine di gestire meglio gli afflussi turistici in loco, mi sembra l’ennesima dimostrazione di quanto certe amministrazioni pubbliche italiane realmente tengano alla cura, alla salvaguardia e allo sviluppo dei luoghi amministrati e al patrimonio culturale che essi conservano, nonostante gli innumerevoli soliti proclami di segno apparentemente opposto.

È un tema, quello del cosiddetto overtourism, che appare particolarmente evidente quando tali città galleggianti approdano nei porti – sovente in città medio-piccole, peraltro, nelle quali la presenza delle mega-navi da crociera ricorda veramente quella di un grande elefante in una piccola cristalleria – ma che in effetti coinvolge tutti gli ambiti di interesse turistico che vengano sottoposti, quasi sempre loro malgrado e senza valutazioni preventive, a strategie turistiche di massa: pressoché inutile al riguardo fare l’esempio delle montagne, il cui equilibrio tra pressione ovvero sopportazione antropica sul territorio e presenze turistiche è fragilissimo.

D’altro canto, si sa che gli italiani amano dimostrarsi sempre i più furbi di tutti, senza chiedersi troppo il perché altri paesi invece non tengano così tanto a palesare una tale “dote”. Esattamente il contrario di quanto si vogliano dimostrare orgogliosi e premurosi riguardo la bellezza del proprio paese: all’opposto di molti altri paesi, anche qui.

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.