Come spiego con maggior dovizia di particolari qui e qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.
Il Ghiacciaio di Giogo Alto / Hochjochferner in Val Senales (Provincia di Bolzano), un altro ghiacciaio estremamente rinomato per lo sci estivo, con pochi impianti (3 skilift, uno dei quali poi sostituito da una seggiovia) ma belle piste in un ambiente d’alta montagna grandioso. Fu attivo da metà anni Settanta fino al 2013, quando le condizioni sempre peggiori del ghiacciaio, in fortissimo e rapido ritiro (con un “record” di ben 378 metri tra il 2020 e il 2021, a causa della frammentazione della fronte), misero la parola “fine” alla pratica estiva dello sci. Ma già da anni il Servizio Glaciologico dell’Alto Adigedenunciava il degrado del Giogo Alto causato «dalle modifiche della superficie del ghiacciaio legate alla attività sciistica che hanno completamente stravolto la naturalità del manto nevoso» (qui potete leggere i report glaciologici degli ultimi anni, elaborati dallo stesso Servizio Glaciologico Altoatesino).
Nelle immagini in testa al post e qui sopra potete vedere il Ghiacciaio della Val Senales com’era negli anni migliori (nota bene: alcune sono foto recenti perché non ne ho trovate di datate, ma fanno capire come si potesse presentare il ghiacciaio negli anni dello sci estivo; nelle ultime due il degrado diventa già evidente), mentre qui sotto vedete come si è ridotto negli ultimi tempi (le foto più recenti, risalenti alla scorsa settimana, sono di Pierluigi D’Alfonso, che ringrazio molto per avermele concesse):
P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):
[Il ghiacciaio di Mont-de-Lans a Les Deux Alpes negli anni in cui era ancora in salute, con l’area sciabile estiva. Immagine tratta da https://jam.it.]Durante la scorsa estate 2022 la combinazione di scarse nevicate invernali/primaverili e temperature estive parecchio elevate – due fenomeni conseguenti al cambiamento climatico in corso – aveva reso la situazione dei ghiacciai alpini drammatica come non mai. Per questo avevo dedicato, qui sul blog, alcuni articoli a questa realtà alpina in divenire intitolati “C’era una volta lo sci estivo” con l’intento di proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.
In calce a questo post trovate gli articoli del 2022 e i relativi ghiacciai sui quali avevo scritto.
Anche l’inverno 2022/2023 è stato avaro di neve, ma una primavera particolarmente piovosa e nevosa alle alte quote aveva concesso ai ghiacciai alpini un apparente sollievo. Purtroppo l’estate in corso si sta caratterizzando, nuovamente, inesorabilmente, come caldissima – martedì 4 luglio è stato il giorno più caldo mai registrato a livello globale: come al solito i ghiacciai alpini sono i primi a soffrirne le conseguenze, essendo per giunta quella delle Alpi una regione che si scaldando ancora più della media mondiale. Per tutto ciò devo tristemente riprendere la serie di articoli “C’era una volta lo sci estivo”: il fine non è di muovere una critica alla presenza perdurante di infrastrutture sciistiche sui ghiacciai (questa semmai viene da sé) ma di registrare la trasformazione radicale e alienante di alcuni paesaggi di montagna che non potremo più vivere – e non vedremo più – come li abbiamo vissuti e visti fono a solo pochi anni fa: una metamorfosi così profonda che non può non far riflettere, e non solo dal punto di vista climatico.
Riprendo la serie con il ghiacciaio Mont-de-Lans, meglio conosciuto come il ghiacciaio di Les Deux Alpes, nella regione Alvernia-Rodano-Alpi, una delle stazioni sciistiche francesi più note in assoluto. Famoso per essere stato il più grande ghiacciaio sciabile d’Europa, regolarmente aperto per l’intera estate grazie all’altitudine elevata (gli impianti giungono a quasi 3600 m), è stato di contro tra i primi a subire pesantemente gli effetti del cambiamento climatico, anche in forza della sua esposizione a ovest, costringendo i gestori del comprensorio a chiudere la stagione sciistica estiva sempre prima. Se lo scorso anno, così nivologicamente problematico, gli impianti chiusero il 10 luglio, quest’anno, nonostante le nevicate primaverili, hanno già chiuso domenica scorsa 9 luglio. Non solo: la definizione «sci estivo» è scomparsa dalla comunicazione pubblicitaria della stazione, che ora si riferisce solo allo «sci primaverile» aperto in via prioritaria ai professionisti.
Nell’immagine in testa al post vedete il ghiacciaio quando era in salute; cliccando sull’immagine qui sotto lo potete vedere com’era in un video del 1981:
Qui sotto nell’agosto 2009 e nel luglio 2015, ancora relativamente ben messo (fonte qui e qui):
Qui sotto invece è il 2019, con la situazione che nel giro di pochi anni si presenta già drammatica (fonte qui):
Infine due immagini di lunedì 10 luglio scorso, intorno alle ore 17, dalle webcam del sito della località, la prima a 3200 m e la seconda a 3400 m:
Per molti versi è una dichiarazione di resa definitiva, di “addio” di Les Deux Alpes all’epoca dello sci estivo e dunque, ineluttabilmente, al suo grande e rinomato ghiacciaio, destinato a rimanere tale solo nei ricordi dei meno giovani.
P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):
All’origine dei tempi storici tutti i popoli, fanciulli dalle mille teste ingenue, guardavano così verso le montagne; vi scorgevano le divinità, o almeno i loro troni che si mostravano o si nascondevano di volta in volta, sotto il mutevole velo delle nubi. A queste montagne facevano risalire quasi tutti l’origine della loro razza; vi ponevano la sede delle loro tradizioni e leggende; vi contemplavano, inoltre, nel futuro l’avverarsi delle loro ambizioni e dei loro sogni; di là doveva sempre discendere il salvatore, l’angelo della gloria o della libertà. Tanto importante era il ruolo delle alte vette nella vita delle nazioni che si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti; sono come grandi pietre miliari, situate ad ampi intervalli sulla via dei popoli in cammino.
A proposito di conoscenza della montagna, che il nuovo collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt sul quale ho scritto stamattina dice di voler promuovere, e della montagna per eccellenza, ovvero proprio il Cervino/Matterhorn attorno al quale il suddetto collegamento corre, rileggo il brano lì sopra di Reclus e, in tema di culti dei monti fondativi per la vita delle nazioni ai loro piedi, penso al “culto” fondamentale del quale oggi viene reso (s)oggetto il Cervino/Matterhorn, ben evidenziato dalle icone lì sopra riprodotte (una minima parte di quelle citabili).
Reclus scrisse – a fine Ottocento, si badi bene – che «si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti» ovvero la storia della comunità umana che vive alla base di certi monti: be’, direi che pure nel caso del Cervino/Matterhorn ha avuto ragione, da qualche giorno ancora di più. Ecco.
Nelle immagini, (cliccateci sopra per ingrandirle): il Cervino/Matterhorn “celebrato” su una nota barretta al cioccolato, un’attrazione di Disneyland, un dolcificante per caffè, una marca di filtri per l’acqua, un deodorante per il corpo, un gin e un pacchetto di sigarette.
[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch.]Il nuovo collegamento funiviario “Matterhorn Alpine Crossing” tra Zermatt e Cervinia, enfaticamente inaugurato lo scorso 30 giugno, oltre ai tanti temi riguardanti la presenza e l’impatto di un’infrastruttura del genere in alta montagna, dei quali si può leggere un po’ ovunque, sulla stampa e sul web, si porta pure appresso due altre cose, ovvero un dato di fatto e una bugia di fatto, entrambe ineluttabili.
Parto da questa seconda: nei vari articoli dedicati al nuovo collegamento funiviario si legge che permette a tutti di «conoscere la montagna, capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri e vedere le tre pareti del Cervino, la sud, la est e la nord da vicino, standosene comodamente seduti». Un’affermazione palesemente ossimorica se non proprio grottesca: come si possa «capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri» – posto che nessuno sulle Alpi vive a tale quota e chi lo fa altrove, sui monti di altre parti del mondo, vive in condizioni imparagonabili a quelle alpine – «standosene comodamente seduti», come se si fosse sul bus di un sightseeing tour cittadino, appare un bel mistero e sembra il testo di una bizzarra gag comica. In generale, la “conoscenza” della montagna proposta in questo modo avviene tramite un’esperienza di trasporto a bordo di una sorta di metropolitana su funi diversa solo nella forma da quella urbana e molto affine nella sostanza, mediata tecnologicamente senza alcun contatto materiale diretto con la montagna vera se non facendo due passi sul ghiacciaio sempre che le sue condizioni lo permettano – cosa che avviene e avverrà con sempre meno frequenza – e dunque senza alcuna autentica percezione di matrice culturale della stessa, cioè quella che può veramente fornire una cognizione dell’ambiente nel quale ci si trova. Ma, appunto, è come non esserci nemmeno, in quell’ambiente di alta quota: si sale in funivia a Cervinia o Zermatt, si transita da stazioni intermedie che sembrano proprio quelle di una metropolitana in città, con tanto di bar e negozi lungo i corridoi di trasferimento, si giunge su una vetta – il Klein Matterhorn / Piccolo Cervino – la quale credo che, in proporzione alla sua altitudine e alle dimensioni della sommità, si possa definire lo spazio più cementificato delle Alpi, tra stazioni funiviarie, ristoranti, scale, ascensori, tralicci per telecomunicazioni e altre infrastrutture (l’immagine là sotto rende piuttosto bene l’idea)… Se qualcuno giungesse lassù e la meteo non fosse favorevole al punto da sconsigliare di uscire all’aperto (ovvero se non lo si volesse fare a prescindere), la “conoscenza” e la “visione” della montagna avverrebbe soltanto da dietro un vetro e muovendo non più di qualche decina di passi. Magari indossando dei sandali, come qualcuno ha ironicamente osservato. A questo punto tanto varrebbe restarsene a casa e godersi il luogo grazie a un bel video su qualche piattaforma social, così pure risparmiando l’esborso di 240 Franchi o 260 Euro a testa per il solo biglietto!
Insomma: che “esperienza” di alta montagna può mai essere questa? Cosa mai potrà insegnare di ciò che è realmente la montagna, cosa ci si potrà capire?
[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Ecco perché quelle dichiarazioni sopra citate rappresentano una sostanziale “bugia di fatto”. Va bene, sarà pure marketing e di quello parecchio spinto come sovente se ne intercetta in giro (anche in altre località montane), dettato dal dover lanciare la nuova attrazione alla clientela. Ma pure a tali pratiche commerciali c’è un limite, soprattutto quando esse vanno a corrompere e degradare gli aspetti culturali che comunque la relazione antropica con l’ambiente montano – ancor più quello d’alta quota – porta con sé, anche quando si tratti di una relazione fugace e meramente ludico-ricreativa. E se quel processo di degrado culturale si avvia, determina inevitabilmente anche il degrado ambientale del luogo proprio perché non lo si riconosce e comprende più in tali sue valenze fondamentali. Mi auguro che ciò non avvenga lassù in forza del nuovo collegamento funiviario e che le dichiarazioni in tal senso dei responsabili dell’impianto siano ben più concrete e fattuali di certe altre.
A tal proposito, vengo al dato di fatto che il “Matterhorn Alpine Crossing” evidenzia, legato all’aspetto dell’impatto della nuova funivia nel luogo e nel paesaggio tra il Plateau Rosa e il Klein Matterhorn. Capisco bene i tanti che denunciano la pesantezza di tale impatto e le sue criticità ambientali, tanto più in considerazione della funzionalità dell’impianto, prettamente turistica e nemmeno in chiave sciistica. Di contro, obiettivamente, la nuova funivia è inserita in un contesto certamente d’alta montagna ma già pesantemente infrastrutturato, con un ghiacciaio sofferente sul quale insistono tralicci e cavi d’ogni sorta e altri manufatti funzionali alla sua fruizione turistica. Salendo a Plateau Rosa e osservando tutt’intorno, ovunque lo sguardo intercetta qualcosa di antropico e artificiale, che spesso di pone inframezzo la veduta delle meravigliose vette, quasi tutte superiori ai 4000 m, che ornano l’orizzonte. Voglio dire: bella o brutta che possa apparire la nuova funivia, e visto che ormai c’è (e che l’opposizione alla sua realizzazione, se mai c’è stata, ha perso la sua battaglia), meglio che sia stata realizzata lì piuttosto che in un altro territorio montano ben più integro ovvero ancora pressoché intatto nel suo aspetto naturale, paesaggistico e ambientale. In tal senso il pensiero inevitabilmente corre al vicino e incontaminato Vallone delle Cime Bianche e agli impianti funiviari che vi si vorrebbero installare, questi sì una devastazione ex novo di un ambiente e un paesaggio ormai più unici che rari, in questa zona delle Alpi: una cosa inammissibile sotto ogni punto di vista se non da quello che vede e concepisce le montagne soltanto come uno spazio da trasformare in “bene” da consumare e dunque in denaro, senza alcuna cura verso la loro bellezza e nessuna tutela dell’ambiente naturale. Come fossero una periferia cittadina da infrastrutturare dacché altrimenti inutile, ne più ne meno.
[Immagine tratta da https://www.rainews.it/tgr/vda.]Insomma: opere come il “Matterhorn Alpine Crossing”, al netto del marketing enfatico che le accompagna, oggi sono da un lato quasi sempre insostenibili ambientalmente e dall’altro motivabili solo da strategie turistico-commerciali che poco hanno a che vedere con la “montagna” e che nascono già obsolete – infatti lo stesso collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt è un’idea nata quasi un secolo fa – se non per un pubblico turistico esotico che le Alpi le conosce solo per nome, e magari nemmeno per quello. Ma è un pubblico danaroso, disposto a spendere tanto senza fare domande su ciò che acquista, basta che sia qualcosa di “spettacolare”: dunque rappresenta una platea ideale da poter sfruttare, posta anche la maturazione pressoché compiuta del turismo sciistico invernale. Il punto ora è determinare il necessario, ineludibile equilibrio tra queste opere, visto che ormai ci sono, e l’ambiente nel quale sono state realizzate e inserite, ricavandone un parametro analitico da rendere organico agli altri che determinano l’efficienza e la funzionalità dell’impianto; al contempo, tutelare rigidamente gli altri spazi ancora integri da qualsiasi infrastrutturazione di tal genere e da qualsiasi forma di messa a profitto del territorio montano che determini qualsivoglia detrimento, anche minimo, delle sue valenze ambientali e culturali. Il che rappresenterebbe a sua volta una pratica di riequilibrio tra spazi antropizzati e non, fondamentale se vogliamo continuare a definire e vivere le montagne per ciò che realmente sono e non per dei simulacri ludici in quota del mondo iperurbanizzato.
In fin dei conti è proprio questo il punto nodale attorno al quale orbitano tanto opere ultra turistiche come il “Matterhorn Alpine Crossing” quanto le iniziative di salvaguardia ambientale e le pratiche di turismo montano sostenibile: antropizzare la montagna, come ha sempre fatto l’uomo, in modo consono al luogo nel quale si interviene e sincronico alla realtà ambientale del momento, come è ormai ineludibile fare ovunque, sulle Alpi e altrove. Lo può fare, lo sa fare una funivia come quella tra Cervinia e Zermatt? Chissà.
[La sconcertante croce sulla vetta del Pizzo Formico, nelle Prealpi Bergamasche, alta ben 19 metri(!)]Il recente “dibattito” sulla questione delle croci sulle vette dei monti – che in verità è un non dibattito, visto che in esso si discute del nulla – dimostra nuovamente (come se ce ne fosse bisogno!) che razza di paese rozzo sia l’Italia su molte, troppe cose. Il libro Croci di vetta in Appennino di Ines Millesimi, che ha scatenato la caciara – suo malgrado, dato che è uscito a dicembre 2022, non ora, ed è un volume di raro equilibrio e sensibilità sul tema (qui ne scrive Luigi Casanova) – non dice niente di ciò del quale lo accusano certi personaggi pubblici che è bene nemmeno nominare per non sentirsi lerci di sostanze nauseabonde, parimenti come nulla di nuovo ha detto il CAI, la cui posizione al riguardo è la stessa da lustri. Ma, appunto, chi ha fatto e fa del nulla la propria cifra personale e poi lo riempie delle suddette sostanze, non perde mai occasione di palesarlo. Per fortuna, sotto certi aspetti.
Siccome sull’argomento ho scritto molto in passato (da qui in giù), esprimendo una posizione da sempre ben determinata e ferma, aggiungo solo le parole di chi, in tema di croci sui monti, ha messo in guardia dai «tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata. Essa non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso». Chi è stato? Qualche mangiapreti, anticlericale, nemico dei “valori cristiani” e dell’identità nazionale? No, sono parole della Commissione Pastorale dell’Arcidiocesi di Trento.
Ecco: ancor prima che di croci sui monti bisognerebbe finalmente discutere di certe figure che sull’intelligenza e sul buon senso ci hanno messo da tempo una croce sopra. Amen.