La diga migliore, un capolavoro assoluto dell’ingegneria italiana, costruita nel posto peggiore, un dispositivo geologico di distruzione a forma di valle che attendeva solo un innesco. Che si attivò, il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39, provocando 1917 morti.
Un disastro che si poteva prevedere e si doveva evitare. Ma si decise che non era il caso.
Oggi, lì dove c’era il lago artificiale e si sviluppò l’immane onda d’acqua che scavalcò la diga e sconvolse l’intero circondario, il corpo del materiale franoso che precipitò colmando il bacino ridisegnando la morfologia del luogo appare sempre più come uno spazio “ameno”, sempre più verdeggiante, nel quale sta crescendo un bosco i cui alberi si fanno viepiù più alti ricoprendo le masse di terra e pietre franate e rendendo meno inquietante il muro superstite della diga che chiude l’orizzonte a occidente.
Il “posto peggiore”, che s’è fatto come pochi altri in Italia ambito di morte e distruzione, sta migliorando. Paradossalmente, visto che la naturalità ritrovata e in espansione del luogo potrà far dimenticare che lì fino a sessantuno anni fa tutto era sott’acqua ma non ciò che provocò quella stessa acqua quando esplose sui fianchi del monte e verso valle.
[Ciò che resta del Vajont il 10 ottobre, il giorno dopo il disastro.]Viene da pensare alle parole che Dino Buzzati dedicò alla tragedia, valide allora per ciò che accadde ma in effetti valide pure per il Vajont di oggi:
Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed astuta che la fantasia della scienza.
[Foto di Mario da Pixabay.]Qualche giorno fa l’artista Giada Bianchi, per il suo progetto del Vocabolario Collettivo Della Realtà (VCDR), ha chiesto ai suoi followers di rispondere alla domanda «Cos’è per te il bosco?». Personalmente ho risposto che «il bosco è il luogo di ritrovo di alcuni dei miei amici più cari, che vado spesso a incontrare per farci belle e illuminanti chiacchierate».
Ma al di là di tale risposta (e della sua intonazione faceta, solo apparente), la sua domanda mi ha fatto pensare a ciò cui effettivamente rimanda il mio rapporto con i boschi e a come quelli domestici, in particolar modo le faggete, siano veramente un luogo con il quale mi sembra di intrattenere una relazione basata sul dialogo, sulla conversazione sintonica ovviamente priva di parole e invece ricca di percezioni. Il tutto proprio come se per, per ritemprarsi dalla routine quotidiana, si andasse a ritrovare dei buoni amici coi quali scambiare qualche chiacchiera in simpatia.
Di conseguenza, ho pensato che ogni comunità arborea determinata, cioè un bosco formato da un certo tipo di albero, per molti versi può ben rimandare, non solo visivamente, all’idea di un popolo: con le sue caratteristiche, le sue peculiarità, la sua natura, tutti elementi che lo contraddistinguono dagli altri. So bene che questa è un’ovvietà biologica e botanica, ma forse non lo è dal punto di vista culturale, risulta più sfuggente o meno considerata. Voglio dire: le sensazioni che viviamo nel mentre siamo dentro una faggeta, un’abetaia o un lariceto sono sempre le stesse, o sono differenti per ciascuna popolazione arborea che ci sta ospitando? Io credo che sia questa seconda la realtà delle cose: sono esperienze di psicogeografia silvestre, in buona sostanza, che inevitabilmente quanto forse inconsapevolmente ci portano a intessere una relazione con un certo bosco, e il popolo che lo forma, diversa dagli altri e dai rispettivi esponenti arborei.
Faggeta
Lariceto
Betulleto
Abetaia
Castagneto
Pineta silvestre
Il termine «popolo» ha un’etimologia incerta. Sicuramente la parola che usiamo deriva dal latino populus che a sua volta proviene dal greco πλῆθος, «folla», «moltitudine», ma l’etimo originaria è indeterminata: potrebbe derivare da una radice indoeuropea (par– o pal-) usata per individuare l’insieme di una comunità ed esprimere il concetto di riunire, mettere insieme. Anche il greco antico ha assorbito questa radice che ritroviamo, ad esempio nella parola πλῆθος (plethos) = folla. Se il termine è da noi inteso nell’ovvia accezione antropica, regge bene anche se declinato in chiave botanica, e ciò senza temere accuse di eccessiva umanizzazione del bosco e degli alberi (a pensarci bene non ne ho mai abbracciato uno, come fanno alcuni – e fanno bene a farlo, se li fa stare bene). In effetti il bosco è una comunità di individui arborei, e tra di loro quelli di pari specie sono membri della stessa popolazione, cosa che diventa evidente nei boschi puri, formati da una sola specie. Un popolo unico riunito in un certo spazio, appunto. In esso, come dicevo, la relazione che vi intessiamo assume caratteristiche particolari: il nostro dialogo e ciò che ne possiamo ricavare lo è altrettanto, dunque differente dal dialogo con gli altri popoli arborei.
Quando vago nelle faggete dei monti sopra casa oppure altrove, insomma, sento di elaborare una presenza e una relazione diversa di quando cammino nelle abetaie, nelle selve castanili o nei lariceti. E se per generare questa mia relazione nel qui-e-ora alcuni elementi materiali influiscono senza dubbio – profumi, luci, ombre, colori, consistenze e altri elementi materiali o immateriali del paesaggio locale determinati dalla presenza degli alberi – per altri versi quella relazione viene elaborata interiormente in forza del bosco che mi sta ospitando in quel momento, degli alberi cioè del popolo arboreo che lo forma e di tutto ciò che scaturisce in me al riguardo, intellettivamente, emotivamente e spiritualmente.
Peraltro dal mio punto di vista tutto questo diventa anche un modo per dissolvere, o quanto meno mitigare, il distacco che noi umani generiamo sempre nel nostro rapporto con la natura, anche solo indicando con tale termine un ambito “altro” e diverso rispetto a quello antropizzato e ordinario – un’accezione secolare e sostanzialmente antropocentrica, al solito. Invece anche io, essere umano in fondo non diverso da qualsiasi altro vivente del pianeta, sono natura: per andare nel bosco non “vado nella natura”, ma io e gli alberi siamo natura, la stessa cosa nello stesso luogo allo stesso tempo. Differenti in tutto, chiaramente, ma in questo contesto uguali. Di conseguenza, io sono il rappresentante di un popolo in visita nel bosco ai componenti di un altro popolo verso i quali, come succede con qualsiasi altra comunità umana, adeguo la mia presenza e la conseguente reciproca relazione in modo da intessere il dialogo più aperto, franco e cordiale possibile – il quale serve anche per sentirmi bene nel bosco e non intimorito, come accade a qualcuno.
È un dialogo senza parole, come detto, ma grazie al quale vi assicuro che si possono fare bellissime, profonde e vivaci chiacchierate. Nonché arricchenti, garantito.
P.S.: del bosco come “popolo di alberi” avevo scritto anche qui, con un’altra chiave di lettura.
Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne ho scritto di come molte dighe costruite nei territori montani sappiano suscitare quella particolare fascinazione che sta alla base del “miracolo” che dà il titolo al libro anche dal punto di vista formalmente estetico. Il che è a sua volta una sorta di strano “miracolo”: sentire numerose persone che proferiscono esclamazioni di gradimento della “bellezza” al cospetto di un ciclopico e per certi versi brutale muro di calcestruzzo piazzato a forza in mezzo alle montagne è obiettivamente qualcosa di sorprendente, ed è stato uno degli input fondamentali, peraltro “studiato” a lungo sul campo, per il quale ho scritto il libro e dal quale sono partito per tutte le altre considerazioni sui paesaggi montani e sugli uomini che li abitano espresse nel testo.
Veramente un ciclopico muro di cemento piazzato a forza in mezzo al più delicato paesaggio montano può essere “bello”? Quasi come fosse un’opera d’arte, una gigantesca installazione di land art montana? E può una diga, nonostante la sua grezza e ruvida mole, abbellire il territorio nel quale ha sede?
Nel libro, tra le altre cose, racconto le personali esperienze e le riflessioni intorno a tali interrogativi e riguardo alcune dighe alpine che suscitano tali inopinate ma ben condivise suggestioni di “bellezza”: non faccio spoiler (!) ovviamente, ma voglio raccontarvi qui di una diga della quale non ho scritto nel libro perché non l’ho mai vista dal vivo, essendo nel Québec (Canada), e che è ampiamente considerata una delle più belle del mondo: la Daniel Johnson dam (Barrage Daniel Johnson in francese), uno spettacolare sbarramento composto da quattordici contrafforti e tredici archi costruito tra il 1959 e il 1970 lungo il fiume Manicouagan (per questo la diga è popolarmente nota come “Manic 5”, essendo l’ultimo di una serie di cinque sbarramenti presente lungo il corso del fiume).
La Daniel Johnson Dam (intitolata al ventesimo premier del Québec, responsabile dell’avvio del progetto) non è solo “bella” da vedere ma è anche ciclopica: alta ben 214 metri e lunga più di 1,3 kilometri, ha l’arco centrale largo 160 metri/530 piedi e gli altri circa 76 metri/250 piedi, rappresentando la diga del suo genere più grande al mondo il cui sbarramento forma il quinto bacino artificiale più grande al mondo. Un bacino dalla particolarissima forma circolare (detta “The eye of Québec”, l’occhio del Québec, lo vedete nell’immagine sottostante; la diga si trova in basso, proprio in fondo al ramo che esce dal lago), creatosi in quanto la diga ha unito due precedenti laghi di forma semicircolare i quali testimoniano la presenza di un antichissimo cratere da impatto meteoritico generato dall’impatto di un asteroide di 5 km di diametro caduto sulla Terra 214 milioni di anni fa, il sesto più grande cratere sul pianeta. A sua volta l’isola che si è formata nel centro del lago – denominata René Levasseur in onore dell’ingegnere responsabile della costruzione della diga Daniel Johnson, il quale morì all’età di 35 anni pochi giorni prima dell’inaugurazione dell’opera – è la seconda più grande isola lacustre del mondo, essendo vasta ben 2.020 km2.
Insomma, un’opera spettacolare per molteplici aspetti (anche turistici, visto che attira migliaia di visitatori ogni anno), non ultimo quello di aver modificato in maniera importante la geografia e il paesaggio di questa parte – poco antropizzata, peraltro – del Canada, strumento di una territorializzazione possente ma al contempo integrata, tutto sommato, al luogo e alle sue peculiarità determinandone la particolare identità geografica e antropica, anche – appunto – in forza della sua caratteristica bellezza formale che la rende così suggestiva.
Come detto, di molte altre belle dighe alpine – e di tante altre – ho scritto ne Il miracolo delle dighe. Per saperne di più, sul libro, cliccate qui sotto:
[Foto di Diriye Amey from Locarno, Switzerland – GOPR1332, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sulle Alpi vi sono dighe talmente grandi e imponenti da rappresentare “il” paesaggio fondamentale per il territorio nel quale hanno sede, ovvero l’elemento massimamente referenziale oltre che spettacolare dacché capace di conferire anche valore “estetico” al luogo – ho descritto tale particolare dimensione geoantropica nel mio libro Il miracolo delle dighe, con profusione di particolari e di narrazioni di viaggio al cospetto di quelle grandi dighe.
Di contro, vi sono anche dighe meno imponenti, a volte quasi nascoste nelle pieghe delle valli che le ospitano, ma la cui presenza è il fondamentale elemento generatore della particolare bellezza del paesaggio locale, ciò che ha fatto del territorio modificato dalla presenza del lago artificiale un luogo a suo modo speciale. È il caso della diga e del lago di Palagnedra, posti nei pressi dell’omonima località frazione del comune di Centovalli, in Canton Ticino (Svizzera), a pochi km dal confine italiano verso la Val Vigezzo. Non una grande diga, appunto: 72 metri di altezza per 120 di sviluppo, struttura ad arco-gravità incassata nella gola che in quel tratto dà forma alla valle ma capace, con il suo lago stretto, lungo e serpeggiante, ricco di golfi e insenature sovente delimitate da falesie rocciose dalle quali scendono piccole cascate, di creare un luogo e un paesaggio assolutamente suggestivi e particolari, fotografatissimo dai turisti e dai viaggiatori che transitano sulla affascinante Ferrovia Vigezzina Centovalli la cui linea corre lungo la riva sinistra del lago, spesso a picco sulle sue acque.
Il Palagnedra è un vero e proprio fiordo nordico in miniatura infilatosi nella stretta vallata ai piedi del Monte Limidario (o Gridone/Ghiridone), una delle vette più rappresentative di questa regione delle Alpi Ticinesi, che separa le Centovalli dal bacino del Lago Maggiore. Questo suo aspetto “scandinavo” diventa evidente nei mesi autunnali e invernali, quando le montagne d’intorno sono bianche di neve il cui scintillio si riflette sulle acque scure e ombrose del bacino; d’altro canto la particolare bellezza naturale del luogo è amplificata dalla presenza, lungo il litorale destro del lago, della Riserva Forestale di Palagnedra, con vaste e maestose faggete intervallate da abeti rossi e un sottobosco che è considerato un eldorado per gli appassionati di geologia e mineralogia, grazie alla presenza di minerali provenienti da involucri profondi del nostro pianeta. Immaginatevi lo spettacolo del paesaggio locale in autunno, con i colori fiammeggianti delle foreste contrapposti a quello scintillante della prima neve sui monti, il tutto riflesso sulla superficie del lago… Ciò spiega perché la Ferrovia Vigezzina Centovalli sia tra quelle più rinomate dagli appassionati di foliage, a cui sono dedicati appositi viaggi, tra ottobre e novembre, per godere del paesaggio naturale intorno al lago.
In ogni caso, la “piccola” ma comunque spettacolare diga di Palagnedra possiede a sua volta una storia particolare. Inaugurata nel 1952, in origine aveva sul coronamento la sede della strada che porta alla frazione omonima, ma nell’agosto del 1978 una devastante alluvione compresse contro il muro della diga una enorme quantità di legname che lì venne bloccata dalla struttura della strada sul coronamento e formò una massa compatta in spinta sul paramento, al punto che si temette per la stabilità della diga le cui fondamenta, per le forze in gioco, subirono una pericolosa erosione. Dopo tale episodio, la diga venne messa per lungo tempo fuori servizio e si eliminò la sede stradale sul coronamento, lasciato a sfioro libero per farvi defluire l’acqua senza più alcun impedimento, mentre per la strada fu costruito un nuovo ponte proprio davanti al muro della diga, la cui presenza rende il transito in zona ancora più suggestivo.
[La diga nella conformazione originaria, con la strada sul coronamento. Foto di Werner Friedli – Questa immagine proviene dalla collezione della biblioteca del Politecnico federale di Zurigo ed è stata pubblicata su Wikimedia Commons come parte di una cooperazione con Wikimedia CH.Correzioni ed informazioni aggiuntive sono benvenute., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=59871227.%5D
Il lago e la diga di Palagnedra rappresentano una piccola/grande attrazione di una zona, quella delle Centovalli, ricchissima di bellezza naturale, ambientale, paesaggistica e di una geografia antropica tra le più affascinanti del Ticino e della Svizzera italiana. Se mai ci passerete e la visiterete – il consiglio, di nuovo, è di farlo viaggiando sui treni della Ferrovia Vigezzina Centovalli, magari sconfinando da/verso l’altrettanto bella Val Vigezzo – sono certo che converrete con me sul fascino particolare e per molti versi unico di questa porzione delle Alpi.
“L’AltraMontagna” ha dedicato un articolo, firmato da Daria Capitani, alla mirabile “Libreria Alpina e di Viaggio” di Paolo Fusta, patron dell’omonima casa editrice di Saluzzo, che è aperta da esattamente un anno a Casteldelfino, in Val Varaita.
Un articolo quanto mai meritato: della libreria ne scrissi proprio lo scorso anno, quando venne inaugurata, e in seguito non ho mancato di visitarla ogni qualvolta sono stato tra quelle bellissime montagne. Non solo perché Fusta è l’editore de Il miracolo delle dighe nonché di numerosi notevoli libri di montagna scritti da autori prestigiosi (date un occhio al catalogo e ve ne renderete subito conto): è un piccolo scrigno di tesori librari e editoriali in un luogo – il centro storico di Casteldelfino – di grande fascino alpino, sorvegliato poco lontano dal maestoso “Re di Pietra”, il Monviso. In breve tempo la libreria di Fusta è pure diventata la nuova “anima” del paese, come molti altri centri montani non più vitale come una volta, salvo che nelle poche settimane delle vacanze estive e di fine anno, ma che rimane assolutamente fascinoso, come detto, e ricco di tesori storici, geografici, artistici e culturali da scoprire.
Se transiterete da quelle parti nelle prossime settimane estive, magari salendo o scendendo dal celebre Colle dell’Agnello, passate a visitarla: ci troverete un sacco di ottimi libri da leggere, molti dei quali dedicati proprio alle montagne sovrastanti (per agevolarvi la scoperta delle montagne d’intorno), e insieme ai libri scoprirete anche un posto dove vi sentirete veramente bene e accolti con rara cordialità.