Bruce Chatwin, “In Patagonia”

Eccomi dunque al “terzo elemento” della più celebre trilogia letteraria patagonica, dopo (nel mio ordine di lettura) Sepulveda e Patagonia Express e Coloane con Terra del Fuoco: In Patagonia, di Bruce Chatwin, definito sulla quarta di copertina (nella mia edizione Gli Adelphi) “il libro-simbolo di tutti i viaggi”…
Nel chiudere la precedente “recensione” di Coloane, avevo scritto: “…chi cerca, di e su quelle terre australi, una lettura per la mente, potrà preferire Sepulveda, mentre chi cerca una lettura più corporale troverà di che soddisfarsi con Coloane…”: e In Patagonia, dunque, che probabilmente è l’opera “patagonica” più celebre? In Patagonia – lungo diario di viaggio quasi giornaliero di un Chatwin vagabondo qui e là per le rarefatte e lontane località australi, scritto in forma di tanti capitoletti mai più lunghi di qualche pagina, ricchissimo di cronache, aneddoti attuali e storici, personaggi, miti (per cui fortunatamente e lodevolmente dotato di una cartina, all’inizio del testo, per meglio seguire il vagabondare dell’autore) – In Patagonia, dicevo, è un libro molto bello, molto leggibile, alquanto suggestivo, solo in alcune parti un poco ridondante su alcune delle vicende narrate tuttavia sempre ben scritto, e che dunque merita del tutto la celebrità guadagnata negli anni…

Leggete la recensione completa di In Patagonia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

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In difesa dei librai “d’una volta” – e del saper vendere buona letteratura!

Avrete certamente constatato come, negli ultimi anni, certe “leggi del libero mercato” (chiamiamole così) sostanzialmente imperanti nelle nostre società contemporanee abbiano esteso il proprio effetto anche nel mercato editoriale, variandone non poco il panorama di vendita. Dai libri venduti negli ipermercati all’assorbimento delle librerie di quartiere da parte delle catene (sovente in franchising) legate alle più importanti (e industrialmente rilevanti) case editrici, nelle città/cittadine e nei paesi italiani molte piccole librerie hanno dovuto gioco forza cedere il passo a chi nelle suddette “leggi del libero mercato” ci naviga meglio dacché dotato di “scafo” più grande e forte – e lasciamo stare tutte le altre considerazioni del caso, ovvero di come quelle stesse leggi, piuttosto che “liberare” il mercato (in generale) a tutto vantaggio dei cittadini lo hanno spesso imprigionato in oligarchie e potentati economici/industriali vari, a discapito dei consumatori e, inutile dirlo, con i risultati che dal crack Lehman Brothers in poi abbiamo tutti quanti sotto gli occhi…
Fatto sta che tale “globalizzazione” (o uniformazione) del mercato di vendita dei libri, tra le altre cose, ha comportato anche una circostanza all’apparenza secondaria, ma che nell’opinione di chi vi scrive così non lo è affatto: la scomparsa della figura del “libraio”, sostituita da quella del commesso in perfetto stile hard discount o poco meno, ovvero l’irrefrenabile eclisse di quella figura che da sempre faceva da tramite tra il lettore e il mondo dei libri, ne era riferimento e consigliere, era colui che, con la passione e l’esperienza, sapeva spesso affascinare il potenziale acquirente di un volume non tanto ai fini meramente commerciali, quanto a quelli culturali. Era la persona, insomma, alla quale si poteva tranquillamente chiedere una domanda pur vaga del genere “Vorrei leggere qualcosa, ma non so cosa…” con la certezza che egli, di professione libraio dacché lui per primo appassionato di libri e letteratura, dunque conoscitore diretto (e non solo interessato) di quanto vendeva, avrebbe saputo darci qualche dritta interessante e quel consiglio finale capace di convincerci all’acquisto, a volte anche di più libri.
Oggi invece, e molto spesso, nei punti vendita delle grosse catene di distribuzione editoriale (che, chissà perché, si chiamano ormai “book store” e non più librerie!) vi si trovano commessi magari eleganti dacché abbigliati con l’inappuntabile divisa del marchio, magari gentili perché ben istruiti sul come trattare con i potenziali acquirenti, ma assolutamente incapaci di rappresentare anche solo in parte quel riferimento prima menzionato tra i libri e i lettori. Sia chiaro, come sempre non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, d’altro canto quanto appena evidenziato rappresenta una inevitabile conseguenza del modus operandi commerciale tipico della nostra epoca, nel mondo delle librerie come in molti altri. E, comunque, spesso si dimentica che si ha a che fare con libri, con oggetti fondamentali da sempre per l’evoluzione dell’umanità e ancora oggi capaci di mettere in moto l’intelletto come forse nessun altra cosa, non con beni di consumo al pari di telefonini, scatole di cibo o bottiglie di birra! Sarò tradizionalista, romantico o che altro, ma personalmente il vedere negli ipermercati gli scaffali con la verdura, accanto quelli dei gadget elettronici e accanto ancora quelli con i libri – con attaccati sopra gli stessi cartellini di vendita delle altre cose e parimenti trattati – mi cagiona sempre un irrefrenabile disgusto
Comunque, dicevo: forse sembrerà una questione secondaria e trascurabile, quella esposta, e invece non lo è affatto. Ve lo spiego rapidamente: il libraio d’un tempo, oltre a saper creare un rapporto diretto di conoscenza con i propri clienti, sapendone i gusti e dunque comprendendo che se uno di essi gli avesse chiesto un testo di Joyce non presente sugli scaffali non gli avrebbe potuto proporre un libro di Faletti (nome a caso) ma avrebbe dovuto (e saputo) procurarglielo, era una figura in grado, appunto, di consigliare i propri clienti con dritte a 360° gradi nel panorama editoriale, e senza alcun secondo fine. Per lui, il grandissimo (e potentissimo) editore contava quanto quello della piccola e scalcagnata casa editrice, dal momento che, in primis, contava il titolo, il libro e il valore di esso: e, inutile dirlo, a volte tra i piccoli editori si trovano opere letterarie di valore assoluto ben più che tra i grandi, troppo impegnati a seguire le mode, inseguire le classifiche e pubblicare per ciò opere mainstream, fatte per vendere in quel momento (cioè scritte in base ai gusti del momento) e di valore letterario a volte discutibile, se non proprio deprecabile.
E, altra cosa inutile da dire, in un paese come il nostro nel quale 2/3 di popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, una figura come quella del libraio di quartiere sarebbe tutt’oggi fondamentale, per non far che quella quota di popolazione non aumenti sempre più! Quante volte mi è capitato di vedere entrare della gente nelle grandi e luccicanti librerie “di marca”, attratte credo più dal suddetto luccicore che da altro, e uscirsene senza aver acquistato nulla, anche perché lasciate vagare senza meta, ovvero senza un aiuto e una delucidazione capace di rendere una mezza idea un acquisto compiuto, e non una ennesima svaporata e accantonata intenzione uccisa dal “non so cosa prendere!”…
Conseguenza ulteriore: tali librerie legate ai grossi gruppi editoriali – anche per l’impreparazione letteraria di chi le gestisce – mireranno soprattutto alla vendita dei titoli di quei grossi gruppi, tralasciando invece i piccoli e medi editori: quelli, lo ribadisco, che sovente sanno fare (e pubblicare) ancora autentica letteratura proprio perché operanti al di fuori delle logiche di mercato dominanti e dalla relativa produzione mainstream. Quindi: il lettore potenziale che non sa cosa leggere, e nelle suddette librerie non trova chi possa fornirgli un buon consiglio, finirà per acquistare quel libro che avrà visto nella pubblicità in TV o sul grande quotidiano, facendo in pratica piovere sul bagnato e inconsciamente contribuendo a mantenere la letteratura mainstream (o industriale, come la definisco io, perché prodotta per fare quantità e non qualità), soffocando di contro quella autentica e/o di ricerca, che per essere tale non potrà certo seguire le mode del momento, appunto!
Lo ripeto ancora: non si deve fare di tutta l’erba un fascio – commessi che hanno passione per i libri che vendono ve ne sono, certamente! – e non è certo colpa di tali commessi se, spesso, non fanno altro che rispondere ad annunci di lavoro (quasi sempre a tempo determinato, visto l’andamento piuttosto altalenante del mercato editoriale) nei quali viene loro chiesta bella presenza più che esperienza libraria e relativa passione… Tuttavia, come ho già detto, i libri non sono oggetti qualunque. Non si possono trattare come beni di consumo, e sottoporre a quelle strategie commerciali imperanti nella nostra epoca consumistica. Che siano fatti di carta e inchiostro o che abbiano essenza digitale di ebook, quando di valore sono il primo elemento culturale che abbiamo a disposizione, il miglior propellente per la nostra mente e la miglior palestra per allenare il pensiero. Perdere delle figure come i librai d’una volta, così capaci di accompagnarci nel meraviglioso mondo dei libri, è un po’ come attraversare l’oceano a bordo di un magnifico e rilucente transatlantico governato da soli mozzi, piuttosto che su una barca piccola ma ben timonata da un esperto lupo di mare. Guarda caso, con il proliferare della vendita negli ipermercati e nelle catene di distribuzione editoriali (senza contare il mercato on line!), i libri si possono trovare e acquistare molto più facilmente oggi che venti o anche solo dieci anni fa, eppure di lettori ce ne sono sempre meno. Non è soltanto una coincidenza, questa.

P.S.: questo articolo è presente anche sul magazine on line InfoBergamo, nel numero di Agosto 2012.

Bentornati, eh!

Bentornati a tutti, qualsiasi cosa abbiate fatto, in qualsiasi posto siate stati e qualsivoglia metodo abbiate scelto per rilassarvi e ritemprarvi! E ben ritrovati a chi invece non ha mai staccato, volente o nolente…
Rieccoci qua, nel bene e nel male (ma mi auguro più nel primo!) si ricomincia. E dai, che le prossime vacanze non sono poi così lontane!*

*: Ok, riconosco che tale affermazione è un poco azzardata, oltre che vaga, ma almeno non è così irritante come l’assai consueto e sbeffeggiante “Finite le vacanze, eh?!”…

E’ on line il numero 100 di InfoBergamo (e vi ci sono anch’io)!

E’ sul web il numero di Agosto/Settembre 2012 di InfoBergamo, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione: ed è il numero 100, un traguardo assolutamente importante che decreta una costante ascesa della testata web fondata da Graziano Paolo Vavassori nel Febbraio 2003, oggi sempre più diffusa, conosciuta e ricca di contenuti interessanti che, nonostante il nome, vanno ben oltre i meri confini orobici per interessare ambiti nazionali e anche più.
Ed è motivo d’orgoglio, per me, contribuire proprio a questo numero 100 di InfoBergamo con un mio articolo di argomento letterario (ovvero quello sul quale scriverò anche in futuro) significativamente intitolato Che fine hanno fatto i librai d’una volta?, che mi auguro possa fare buona mostra di sé tra i tanti altri ottimi articoli pubblicati in questo nuovo numero.
Cliccate sull’immagine della home page per visitare il sito web www.infobergamo.it e leggerne l’ultimo numero, oltre che per conoscere meglio il mensile e tutti i servizi offerti, oppure cliccate QUI per leggere l’articolo a firma dello scrivente.
Buona lettura!

Il “Blogger Contest 2012” de Le Dolomiti Bellunesi: la montagna va sul web, il web va sulla montagna!

Verrebbe di primo acchito da pensare che montagna e web siano due mondi molto distanti: il primo, da sempre ammantato da un’aura “primordiale” per la quale fatica, pericolo, forza, coraggio e altro di simile ne sono da sempre elementi fondanti; l’altro, beh, è il presente che è già futuro, è la tecnologia capace di supportare l’uomo in ogni cosa, è il poter fare tutto ed essere ovunque semplicemente stando davanti a un pc e un monitor… Ma certo, sto parlando per sensi assoluti, e in verità montagna e web sono due mondi che fin dall’inizio dell’attuale era informatica sono andati a braccetto, e sulla rete si può trovare tanta di quella montagna da ben fare il paio con quella vera, quella di roccia e ghiaccio che sta là fuori…
Per questo il Blogger Contest 2012 organizzato da Le Dolomiti Bellunesi – uno dei più prestigiosi periodici di montagna italiani – è un’iniziativa assolutamente interessante e perfettamente al passo con i tempi e con quella gran massa di frequentatori delle alte quote che, parimenti, lo sono del web.

Con lo spirito di raccontare la montagna in tutte le sue espressioni e di diffondere l’interesse per la narrazione attraverso i nuovi media, la rivista Le Dolomiti Bellunesi istituisce il premio “BloggerContest.2012 racconta la tua montagna”.
Il partecipante (blogger) dovrà presentare un breve elaborato (post), su un tema libero inerente la montagna (racconto alpinistico, escursionistico, scialpinistico, speleo; esplorazione; saggio su ambiente, storia, cultura; intervista; qualsiasi altro sports praticato in montagna), nella forma più efficace per essere consultato in un weblog (blog).
Tutti gli elaborati ricevuti saranno valutati a giudizio insindacabile e inappellabile di una giuria appositamente predisposta e formata da persone qualificate nel campo culturale, scientifico, alpinistico e giornalistico.Tuttavia nello spirito dei social network, i veri giudici saranno i lettori che potranno commentare e votare i post pubblicati dalla giuria. Al post che entro il 31 ottobre 2012 avrà ricevuto più commenti sul blog www.altitudini.wordpress.com, verrà assegnato il titolo Best Blogger LDB 2012.
I post vincitori verranno pubblicati sulla rivista Le Dolomiti Bellunesi e premiati con materiali tecnici offerti da aziende sponsor.

(estratti dal regolamento del Contest)

Cliccate sul logo del Blogger Contest 2012 per averne ogni informazione utile: il regolamento, la giuria, gli sponsor, i premi e ogni altra cosa, oltre ovviamente alla scheda di iscrizione. La scadenza del concorso è fissata al 1 Settembre 2012.