Due esempi di “sensibilità politica” verso le montagne, uno svizzero e uno italiano

Il Monte Generoso rappresenta un elemento chiave del patrimonio territoriale del Cantone Ticino e del Mendrisiotto. Come Parco naturale riconosciuto a livello cantonale, svolge un ruolo fondamentale nel sistema delle aree protette. Oltre al suo valore naturale, il Generoso si distingue per la sua biodiversità, il paesaggio culturale unico, la riserva idrica per i comuni, l’importanza agricola e la forte attrattività turistica sia per i residenti che per i visitatori internazionali.
L’aggiornamento del piano si concentra sulla conservazione del delicato equilibrio tra natura e attività umane. Grande attenzione è rivolta al settore agricolo, considerato determinante per il mantenimento del paesaggio e del patrimonio culturale. Sostenere l’agricoltura locale rafforza anche l’attrattività del territorio per un turismo sostenibile.

Ciò che avete appena letto lo si trova nel progetto di revisione del Piano di Utilizzazione del Parco del Monte Generoso (PUC-PdMG), emanato qualche giorno fa dal Consiglio di Stato del Canton Ticino, in Svizzera.

Sono affermazioni balsamiche da leggere in un documento politico-amministrativo concernente un territorio di montagna, che delineano una visione programmatica assolutamente consona alla realtà e al tempo che oggi caratterizzano le nostre montagne – e dico nostre perché quelle affermazioni appaiono del tutto valide per qualsiasi contesto montano, al netto delle rispettive specificità geografiche e paesaggistiche.

Sia chiaro: il paradiso in Terra non esiste e nemmeno la “virtuosa” Svizzera è esente da critiche rispetto alla gestione di certe località montane e agli interventi lì realizzati (vedi Andermatt, per fare un esempio del quale ho scritto di recente, ma pure sul Monte Generoso il “Fiore di Pietra” ha fatto storcere il naso a qualcuno). Ma che nella Confederazione vi sia un’attenzione e una sensibilità diffuse ben maggiori nei confronti delle montagne rispetto a ciò che si riscontra al di qua del confine, sul versante italiano delle Alpi, è cosa fuori di dubbio.

A tal proposito cito un documento italiano recente, per molti aspetti assimilabile nella sostanza a quello svizzero: il “Patto Territoriale per lo sviluppo delle aree montane – Strategia locale per lo sviluppo integrato sostenibile della Valsassina” elaborato per l’area appena citata da Regione Lombardia (territorio le cui montagne formano il bordo occidentale di un’area di tutela ambientale, il Parco delle Orobie bergamasche). Poste le differenze di scopo, che nel documento lombardo è mirato alle aree che ospitano comprensori sciistici, nella parte di esso dedicata agli obiettivi generali a vantaggio del territorio interessato le poche parole spese al riguardo non hanno nulla dell’afflato programmatico consapevole e della sensibilità politico-culturale verso il territorio stesso che invece si coglie nel Piano svizzero.

[Veduta della Valsassina da Maggio. Foto di Paolo Bosca tratta da www.montagnelagodicomo.it.]
Solo una questione di forma, di lessico o di comunicazione? Temo di no. Nel Piano svizzero è chiaro il riconoscimento giuridico-istituzionale del paesaggio con le sue peculiarità ambientali e il loro portato antropologico e culturale in genere; nel Patto italiano il paesaggio viene riconosciuto e considerato solo nella sua utilità rispetto agli interventi che vengono proposti. In pratica, sul Generoso si riconosce il valore del paesaggio, in Valsassina il paesaggio lo si mette a valore: in entrambi i dispositivi si usa e coniuga il termine “valorizzazione” ma con accezioni pressoché opposte.

Ovviamente quanto riporta il Piano svizzero non dà la garanzia assoluta che interventi di segno opposto possano essere realizzati, ma almeno mette nero su bianco alcuni paletti utili al riguardo che, ribadisco, nel Patto italiano in concreto non ci sono. E infatti tale Patto per la Valsassina contiene tra gli altri un intervento a dir poco assurdo, la realizzazione di una seggiovia con partenza da 1000 metri di quota, dove è ormai impossibile che possa nevicare ancora come un tempo. La prova di quanto ho affermato fino a qui, insomma.

Ecco, questo è quanto. Di “balsami lessical-istituzionali” sulle montagne italiane se ne trovano ben pochi, figuriamoci altre cose similmente balsamiche per il bene delle nostre terre alte, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Come sostengo sempre, si tratta innanzi tutto di una questione culturale prima che di altro, ed è forse proprio questa evidenza che la rende irrisolvibile, almeno al momento.

(Le immagini del Monte Generoso sono tratte dalla pagina facebook.com/montegeneroso.official.)

La “Montagna invernale tra il non più e il non ancora”, domani a Milano

Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.

Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.

L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquidoMaurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani MontagnePaolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.

La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.

L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.

Un tentativo maldestro di giustificare «l’invasione delle panchine giganti»

Mi duole parecchio tornare a toccare l’argomento “panchine giganti”, un fenomeno che ha già imboccato una rapida decadenza e del quale presto non parlerà più nessuno, in primis quelli (sempre meno persone, in verità) che ora se ne dimostrano entusiasti. Fatto sta che qualche giorno fa “Il Post” ha pubblicato un articolo significativamente intitolato L’invasione delle panchine giganti (lo trovate anche lì sotto) che fa il punto della situazione del fenomeno e rimarca le tante critiche che ha manifestato al riguardo chi si occupa di studio, tutela e valorizzazione del paesaggio (“categoria” nella quale immodestamente mi ci metto anch’io, che infatti sul tema ho scritto parecchio).

L’articolo dà conto anche delle risposte alle suddette critiche da parte di Chris Bangle, l’ideatore e fautore delle “big bench”, che vi riporto qui sotto per come sono state rese dall’articolo:

«Nella vita esistono sempre le critiche, e noi facciamo del nostro meglio per rispondere in modo costruttivo», ha detto Bangle. D’altra parte «i promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio», ha aggiunto, sia in termini di occupazioni di camere che nelle attività dei ristoranti e degli esercizi commerciali. Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che «si diffonda in massa, snaturandosi», ha detto: ha infine paragonato il progetto a Venezia, che è notoriamente alle prese con il problema del turismo di massa, osservando che anche in quel caso «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso».

Personalmente, con tutto il rispetto del caso, mi pare una delle non risposte più notevoli che abbia mai letto, che non affronta affatto le critiche mosse alle big bench – anche perché molte di esse sono ineccepibili – e invece cerca di giustificarne la presenza adducendo motivazioni di una inconsistenza e debolezza sorprendenti.

Rileggiamo la risposta di Bangle in dettaglio. Dunque: che nella vita esistano sempre le critiche è cosa sacrosanta, che si cerchi di rispondervi costruttivamente non è scontato e per ciò è apprezzabile; tuttavia in questa circostanza, vista la mole e la qualità di esse, è cosa formalmente doverosa.

«I promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio»: oddio, vorrei ben vedere che i promotori sostengano il contrario, dacché sarebbe un plateale mea culpa, un’ammissione di fallimento che, è facile supporre, essi non paleserebbero soprattutto all’ideatore delle panchine giganti. Inoltre, sostenere quanto sopra senza portare a sostegno dati concreti risulta ben poco attendibile: è un pour parler he lascia il tempo che trova.

L’affermazione che «Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che si diffonda in massa, snaturandosi» genera da subito un certo sarcasmo. Secondo il sito delle big bench, siamo a 393 panchine esistenti e 64 in costruzione, totale 457 panchinone. «Evitare che si diffonda in massa»? Lo dice seriamente?

Infine, ciliegina finale su una torta già piuttosto indigesta, il paragone con Venezia: che c’azzecca? Sono due cose del tutto imparagonabili, anche nelle rispettive specificità del “turismo di massa”; sostenere poi che «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso», oltre che una banalissima ovvietà, rappresenta un tentativo di sviare l’attenzione da una delle “peculiarità” più negative delle panchine giganti, quella di attrarre visitatori molto più attenti ai selfies che alla conoscenza dei luoghi che le ospitano alimentando un turismo prettamente ludico e puerile. O forse Bangle vorrebbe sostenere che i monumenti artistici e architettonici di Venezia – da lui in sostanza paragonati alle panchinone – possono giustificare una loro fruizione turistica maleducata e degradante? Non penso proprio che voglia farlo, il che dimostra quanto la sua affermazione sia totalmente fuori contesto e funzionale solo al tentativo (fallito) di difendere l’indifendibile.

[Ciò che è successo qualche tempo fa a Triangia, in Valtellina. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Ecco, questo è quanto. Ribadisco: a breve delle panchine giganti non si ricorderà più nessuno (magari verrà inventato qualcosa di ancora peggio ma è un’altra questione, nel caso). Purtroppo, di contro, il timore è che se ne restino lì dove sono state piazzate a centinaia come rottami arrugginiti e cadenti se nessuno si prenderà la briga – che un certo costo avrà, ovviamente – di smantellarli e ripulire l’area. Speriamo vivamente che ciò non accada, e che lì dove ci sono le panchine torni in auge un turismo ben più consapevole, attento e sensibile ai luoghi, alla loro bellezza e alle peculiarità che li caratterizzano e li rendono unici. Un turismo ben più vantaggioso per chiunque, senza alcun dubbio.

Piani di Bobbio, «piste perfette»… anzi, per nulla! (Un “fact-cheking sciistico” inevitabile)

Non lo dico per mancanza di rispetto, anzi, ma leggere l’articolo di ieri de “La Provincia-Unica TV”, uno dei principali organi di informazione nei territori di Lecco e Sondrio, sulla situazione delle piste da sci del comprensorio dei Piani di Bobbio, un moto spontaneo di ilarità lo genera. «Itb, imprese turistiche barziesi, sperava di poter esordire già questo week-end. La neve è stata sparata e le piste sono già perfette, se è per questo» vi si legge.

Ecco la “perfezione” delle piste dei Piani, ieri alle 13.20:

Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Proprio perfette le piste, vero?

Prosegue l’articolo: «Ma il meteo ci ha messo lo zampino: nonostante il sereno (che di solito in inverno vuol dire freddo), prima sono arrivati i forti venti che hanno disperso la neve “sparata” dai cannoni. Poi ci si è messa la temperatura insolitamente alta, sempre da un minimo di 6 a un massimo che, domenica, potrebbe arrivare a 13 gradi.»
«Insolitamente alta»? Be’, in questi anni di cambiamento climatico e riscaldamento termico così evidenti soprattutto sulle montagne, la cosa (purtroppo) veramente insolita è trovarci temperature basse, da montagne “di una volta” insomma, quelle che sempre di meno si potranno constatare visto il trend climatico soprattutto alle quote inferiori ai 2000 metri ove si trovano anche i Piani di Bobbio.

[Un dettaglio delle “piste perfette” alle ore 14.00 del 28 novembre. L’immagine viene sempre da qui.]
Ribadisco: nulla contro il cronista, che evidentemente ha ritenuto in quel modo di aver fatto un buon lavoro – non avrebbe pubblicato l’articolo. Tuttavia, sugli organi di informazione se ne leggono, vedono e ascoltano spesso di resoconti del genere, e a volte quella che potrebbe sembrare una narrazione “favorevole” agli interessi (legittimi) dello sci su pista, rischia sempre di più di trasformarsi in un boomerang informativo-culturale che mette alla berlina non solo lo sci stesso ma pure le montagne che lo ospitano. Forse questo è un effetto ennesimo e “collaterale”, ma altrettanto inesorabile, del cambiamento climatico in corso e di ciò che sta comportando sulle narrazioni che alimentano l’immaginario diffuso circa la montagna invernale. Una montagna che, a quanto pare, sovente sta altrove anche rispetto a chi la vuole raccontare.

P.S.: sia quel che sia, speriamo che presto cada dal cielo neve vera per il bene di tutti, come anche a Bobbio accadeva regolarmente fino a qualche anno fa. Ecco.

 

Una piccola raccolta fondi di grande valore (per un gregge di pecore e per le loro montagne)

[Un gregge in transumanza verso le montagne lecchesi, lo scorso maggio 2024.]
Forse avrete letto, sui media, della triste vicenda che ha coinvolto l’allevatore lecchese Mauro Farina, il cui gregge di oltre 400 pecore e capre, durante la transumanza dei primi di ottobre dai pascoli estivi montani della Valsassina alla Brianza, giunto sul Monte Barro (nelle vicinanze di Lecco) è deceduto per intossicazione da urea, non si sa bene se per un caso tragicamente sfortunato o se per un atto doloso e criminale.

Chiaramente questa disgrazia ha messo in grave difficoltà Farina, costretto pure a sostenere le spese per la rimozione dei capi deceduti: è stata dunque avviata una raccolta fondi sulla piattaforma GoFundMe con la quale sono stati raccolti oltre 15mila Euro in due settimane. Tuttavia, considerando che il costo di un capo adulto è di almeno 100 Euro (ma pure di più, dipende da numerosi fattori), capite bene che manca ancora molto affinché le donazioni possano compensare in modo sostanzioso la grave perdita subita.

Provo dunque nel mio piccolo a fare da eco alla raccolta fondi a favore di Farina, che mi pare un’iniziativa solidale di grande significato (al netto dell’entità delle donazioni) verso chi con il proprio lavoro e con gli animali che ne sono protagonisti contribuisce a mantenere vive le montagne (e a farle più belle e affascinanti, come appaiono quando i loro pascoli ospitano ancora greggi e mandrie) non tanto per l’osservanza di una tradizione pur secolare quanto per prezioso spirito imprenditoriale contemporaneo.

Per chiunque volesse contribuire, la raccolta fondi la trovate qui o cliccando sull’immagine qui sopra.