Ringrazio di cuore la redazione del magazine “OROBIE” che nel numero di ottobre in edicola in questi giorni ha ripreso alcune mie considerazioni in tema di ponti tibetani «che stanno spuntando come funghi», intorno ai quali la redazione pone la domanda sulla loro effettiva utilità per lo sviluppo dei territori che li ospitano ovvero sull’incongruità ambientale e culturale rispetto ai luoghi e alla loro più consona frequentazione.
Le mie considerazioni sono state tratte da questo articolo pubblicato qui sul blog lo scorso 24 luglio; leggetelo per averne la versione completa.
Ne approfitto per rimarcare una volta ancora che, dal mio punto di vista, il problema di queste infrastrutture di pura matrice ludico-ricreativa è assolutamente culturale, ancor prima che economico, turistico o politico. Sono la manifestazione di una fruizione del territorio locale del tutto autoreferenziale, che rende “attrazione” l’opera stessa e così, inesorabilmente, pone in secondo piano ciò che vi è intorno, oltre a essere basata sul mero copia-incolla di un modello ricreativo omologato e banalizzante – infatti tali opere «spuntano come funghi», rileva giustamente “OROBIE” – che punta alla quantità di fruitori nel luogo piuttosto che alla qualità della fruizione del luogo. Sarebbero giustificabili, tali manufatti, solo se inseriti in un piano di sviluppo articolato del territorio, turistico tanto quanto socio-economico e culturale, nel quale l’attrazione è assecondata alla conoscenza compiuta del luogo e alla valorizzazione delle sue specificità in relazione alla comunità locale: un metodo che tuttavia non trovo quasi mai in tali realizzazioni. Il che le rende ancora più impattanti, visivamente, ambientalmente, economicamente (basti pensare ai costi ingenti per la loro installazione) e, di nuovo nonché per molti versi soprattutto, culturalmente – sena contare che spesso vengono “usate” dalla politica locale quali medaglie da appuntarsi al petto in forza delle solite frasi fatte: «sviluppo locale», «lotta allo spopolamento», «rilancio del territorio»… Be’, ancora io non capisco come tali infrastrutture rilancino le economie locali peculiari (dunque non solo quelle turistiche), i servizi di base, le scuole, la sanità territoriale e le altre necessità a sostegno reale (cioè nei fatti, non nelle parole!) della comunità locale, nel mentre che rischiano di generare fenomeni di sovraffollamento in territori non in grado di sostenerli, degradando così ancor di più la qualità della vita e il benessere residenziale degli abitanti e soffocandone la più consona evoluzione futura della comunità di cui fanno parte, resa invece ostaggio di un turismo superficiale, a volte pure cafone, che è fin dall’inizio destinato a essere temporaneo e in breve tempo a sparire. Insieme agli stessi abitanti, proprio per l’assenza di un autentico piano di sviluppo organico del territorio che li costringerà ad andarsene altrove, piuttosto di convincerli a restare.
Dunque per me non c’è niente da fare: quei ponti e tutte le altre “giostre” simili – panchine giganti, passerelle panoramiche et similia – a mio parere, e posto quanto sopra affermato, cioè in mancanza di un’autentica e articolata visione di sviluppo territoriale, vanno evitate e eliminate quanto prima dai luoghi che vi sono stati assoggettati. Cioè prima che il danno ad essi cagionati diventi troppo grave per poter essere sistemato.
Dunque grazie ancora a “OROBIE” – anche per la sensibilità riguardo il tema in questione – la cui lettura è sempre assolutamente interessante e per ciò da me caldeggiata. Peraltro – segnalo – sul numero di ottobre trovate anche un notevole servizio di Ruggero Meles, con mirabili fotografie di Giacomo Meneghello, sul tratto di “alpestre” della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese, il bellissimo trekking del quale con Ruggero e con Sara Invernizzi ho scritto la guida. Quindi, buona lettura di “OROBIE”!
[Alba estiva sul Grignone, visto dalla vetta della Grignetta. Immagine tratta da lariusway.com.]La Grigna Settentrionale, o Grignone, è una montagna che non ha bisogno di presentazioni, tanto per la fama che la caratterizza quanto per la bellezza dei suoi paesaggi alpestri, apprezzati da tutti e non a caso tutelati dal Parco regionale della Grigna Settentrionale.
Bene: leggo sulla stampa locale (qui ad esempio) che sulla cresta sommitale del Grignone, proprio dove passa la via “normale” di salita dalla Valsassina, stanno costruendo una nuova antenna per telecomunicazioni. Sarà posizionata qualche metro sotto il filo di cresta così «da non intaccare lo skyline delle Grigne», ciò non toglie che si tratta di un manufatto che viene inserito in un contesto alpestre peculiare, tanto più che, oltre all’antenna, pare verrà aggiunta una volumetria di circa 20 metri cubi per un nuovo bivacco con defibrillatore e kit di pronto soccorso, a poca distanza dall’attuale Bivacco Merlini, in realtà malmesso da tempo, e soprattutto del rinomato Rifugio Brioschi, posto appena sotto la vetta del Grignone.
Augurandoci che venga almeno eseguita in maniera impeccabile, visto che ormai i lavori sono partiti, l’opera rappresenta in ogni modo una ulteriore antropizzazione forzata dell’ambiente naturale montano ed è comprensibile che molti la stiano criticando. D’altro canto bisogna pure augurarsi che sia corretto che l’antenna venga piazzata proprio lì sulla cresta e non altrove e che, dunque, lo scopo della sua realizzazione sia realmente ammissibile.
Di frequente, nella gestione culturale e materiale del paesaggio, quindi nel caso in cui vi si realizzi qualcosa, i termini “utile” e “necessario” vengono sovrapposti. Ciò che è indubbiamente utile ma non strettamente necessario lo diventa d’ufficio, al fine di giustificarne la realizzazione; a volte accade anche il contrario, e qualcosa di necessario diventa semplicemente “utile” così da non renderlo indispensabile e, magari, procrastinarne l’esecuzione.
Eppure “utile” e “necessario” sono due concetti solo apparentemente simili ovvero assimilabili, mentre in realtà i loro significati sono parecchio diversi (sembra ovvio rimarcarlo, ma forse no): il necessario è ciò di cui non si può fare a meno, un elemento indispensabile, mentre l’utile è qualcosa di opportuno e vantaggioso, che apporta un beneficio, ma da cui si potrebbe potenzialmente fare a meno. È un tema sostanzialmente economico, e non a caso si parla di “utile” per riferirsi specificatamente al guadagno di un’impresa – cioè di questa impresa, non di altre, mentre l’indispensabile può e deve (dovrebbe) avere un’accezione ben più ampia nei suoi effetti.
Un esempio eclatante al riguardo è quello dei nuovi impianti sciistici, utili ai comprensori, a chi li gestisce e ai turisti ma non indispensabili per altri soggetti, tuttavia presentati come “indispensabili” (ad esempio per lo sviluppo dei territori o per contrastare lo spopolamento delle valli alpine: due delle “motivazioni” più utilizzate in questi casi) al fine di giustificarne la realizzazione.
[Le Grigne – la Grignetta a sinistra, il Grignone a destra – viste dalla Val San Martino. Foto di Alessia Scaglia.]Dunque, tornando alla nuova antenna sulla cresta del Grignone: bisogna credere ovvero augurarsi che sia veramente utile, ma è altrettanto necessaria? Posta la sua utilità, potevano essere valutate altre posizioni ove installare il ripetitore meno critiche e opinabili e magari non lo si è fatto solo per mera convenienza (spero non per noncurante superficialità o per altri più opinabili fini)? Inoltre: se una maggiore attenzione e sensibilità verso il paesaggio montano e la sua tutela fossero più diffuse e attive nella nostra società civile, le cose sarebbero andate diversamente?
Purtroppo il nostro paese ha maturato una lunga tradizione di scarsa tutela dei propri territori e dei paesaggi, anche nelle zone montane: senza voler accusare preventivamente nulla e nessuno, è tanto utile quanto indispensabile (qui sì entrambi i termini valgono pienamente) restare attenti e vigili al riguardo e a favore della salvaguardia dei nostri territori, anche nel caso di opere piccole e apparentemente innocue. Ciò, sia chiaro, non significa che non si possa fare nulla, ma vuole indubbiamente dire che ogni cosa che si fa la si deve fare bene in ogni suo aspetto materiale (la qualità del costruito, ad esempio) e immateriale (l’impatto e il portato nel luogo coinvolto per dirne una). Purtroppo questo non sempre è accaduto e accade; sfortunatamente, l’utile continua a diventare spesso più indispensabile del necessario senza che molti se ne rendano conto.
In conclusione, mi piace ricordare ciò che al riguardo scrisse il mai troppo compianto Eugenio Turri, probabilmente il massimo esperto italiano di paesaggio:
Il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali.
P.S. – Pre Scriptum: ringrazio da subito le testate locali che hanno pubblicato l’articolo seguente, come “Valsassina Oggi” e “ValsassinaNews”. Mi auguro sia chiaro il senso di questo scritto (e se non lo è lo sia, da ora) il quale non è contro qualcuno o qualcosa ma a favore di una riflessione generale, centrata sul caso in questione, riguardo l’abitare, il vivere e il fare comunità sulle nostre montagne, il loro presente e il futuro, l’identità e l’anima che le contraddistingue.
[Immagine tratta da www.sagradellesagre.it.]Fino a qualche tempo fa non ne ero al corrente, ma quando poi ho saputo che nella piana di Pasturo, tra i monti della Valsassina (provincia di Lecco), sorgerà un supermercato da 1500 mq di una nota catena della grande distribuzione, un acuto senso di rammarico e pure un certo disgusto mi hanno subito attanagliato l’animo.
La piana di Pasturo, in vista di alcune delle più note e belle vette delle montagne lecchesi – il Grignone in primis – è uno dei luoghi più belli della Valsassina, anche per come appaia, sia provenendo dal Colle di Balisio e da Lecco, sia da oltre la stretta di Baiedo e dalla bassa valle, come una sorta di inaspettato “miracolo” geografico in mezzo a versanti montuosi più o meni ripidi, la più ampia area planiziale della Valsassina. La cui rinomata fertilità ha probabilmente conferito il nome al comune nel cui territorio si trova – Pasturo, toponimo che ha una probabile origine latina da pastorium in rapporto con pastura, “il pascere, il brucare”, da cui il lombardo pastura nonché l’italiano pastura, “il pascolare, il luogo dove trovano da nutrirsi le bestie” – ma che parimenti è stato già parzialmente urbanizzato e cementificato proprio in forza della favorevole geomorfologia. Ciò non toglie che la piana resti un angolo del paesaggio locale di grande bellezza e importanza: ci si rende bene conto di ciò soprattutto se la si attraversa a piedi o in bicicletta, a ritmo lento, lungo la ciclovia della Valsassina, che qui inizia e attraversa la piana in direzione della Rocca di Baiedo.
Detto ciò, e tornando alla questione del nuovo supermercato, sono certo – o quanto meno non posso non augurarmelo – che il punto vendita verrà realizzato secondo tutti i crismi della sostenibilità ambientale, che non consumerà suolo in quanto edificato su un’area industriale dismessa e in una zona peraltro giù urbanizzata, come detto, che amplierà l’offerta commerciale locale, che darà lavoro a gente del posto e migliorerà la viabilità circostanze… ok, tutte cose buone e giuste. Ma a che prezzo? O, per meglio dire: a prezzo di quali e quante conseguenze che si manifesteranno non subito ma tra qualche tempo inesorabilmente? E con quale impatto culturale sulle comunità locali?
Io posso anche apparire un ingenuo o un illuso se rimarco la speranza, ormai svanita, che certi modelli consumistici tipicamente metropolitani se ne debbano restare lontani dai territori rurali e dalle montagne, lì dove le comunità dovrebbero ancora essere animate da modus vivendi collettivi e da una socialità concreta, pur tra mille variabili e restando inevitabilmente al passo con i tempi e le mode. In parole povere: in montagna non si vive come in città e questo è un grande pregio; diviene un difetto nel caso l’abitare tra i monti non venga sostenuto da adeguate politiche socioeconomiche, cosa purtroppo assai diffusa in Italia. E se nelle città grandi e piccole i negozi di quartiere e le piccola attività commerciali sono ormai pressoché scomparsi, sostituiti dai grandi supermercati ormai diffusi in gran numero ovunque, ma vi è la possibilità che la loro valenza di aggregazione sociale possa essere sostituita da altri luoghi, nei piccoli paesi spesso se chiude un negozio viene meno la gran parte della socialità, anche perché – ribadisco – purtroppo in passato tanti comuni non hanno salvaguardato gli altri centri di ritrovo per la propria comunità, giovane e meno giovane.
D’altro canto il timore che molti in Valsassina hanno manifestato, cioè che l’apertura del nuovo supermercato provocherà la chiusura di tanti piccoli negozi, non è affatto un timore o un’illusione ma una certezza: sì, tanti negozi in zona chiuderanno, inesorabilmente: è accaduto ovunque in circostanze simili e la Valsassina non si trova su Marte. Chiuderanno anche qui, garantito. Dunque, a fronte dei posti di lavoro che il supermercato offrirà, quanti ne farà perdere nei piccoli paesi del circondario? E con quali impatti sulla quotidianità delle loro comunità, soprattutto della componente più attempata?
[Foto di Maupao70, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Tuttavia non c’è solo una questione socioeconomica alla base di tutto ciò, ve ne sono anche di natura culturale, non meno importanti e impattanti. Ne cito solo alcune.
La prima: il modus vivendi al quale risulta funzionale un supermercato che lavora e guadagna su logiche consumistiche, anche laddove offra prodotti di qualità, è ammissibile e integrabile in una dimensione vitale e residenziale comunitaria come quella della montagna? In altre parole: il modello culturale che il supermercato porta con sé è conciliabile con la cultura del vivere in montagna, la quale avrà numerose criticità ma anche innumerevoli pregi? Oppure la vita in montagna si deve conformare sempre di più a quella di città, livellando ogni differenza e dunque inevitabilmente deprimendo le sue specificità?
[Nel cerchio giallo è lo stabile che è stato demolito per fare spazio al supermercato in costruzione.]La seconda: checché se ne dica, e nonostante il nuovo supermercato di Pasturo sia edificato su una zona ex industriale recuperata senza consumare altro suolo naturale, tale circostanza in loco sancisce un precedente. Molto pericoloso, dal mio punto di vista. Se hanno dato la licenza a quella società della grande distribuzione, perché ad altre non dovrebbero concederla? Chi può garantire – nei fatti, non a parole – che ciò non accadrà, da qui al futuro? La piana peraltro è vasta, di spazio ce n’è ancora e sappiamo bene come in Italia la destinazione d’uso dei terreni possa variare rapidamente e facilmente, quando ve ne sia la convenienza per qualcuno di influente. Ma pure se eventuali altri supermercati dovessero nascere in altri luoghi della valle, i pericoli e le potenziali conseguenze fin qui delineate sarebbero comunque moltiplicate.
[Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]La terza: e il paesaggio? Anche se viene proclamato e assicurato che il nuovo grande edificio verrà integrato e armonizzato con il paesaggio, si tratta comunque di un nuovo manufatto antropico che viene inserito – comunque a forza, inevitabilmente – in un paesaggio di gran pregio e bellezza come quello della piana, che sarà altrettanto inevitabilmente meno bella, meno naturale, meno montana e un po’ più simile a una qualsiasi periferia di città. Con conseguenze in tal caso culturali e ancor più identitarie, ovvero impattanti sull’identità, sull’anima del luogo e su quella di chi lo abita, dato che il paesaggio, lo sancisce la relativa Convenzione Europea, è fatto dall’insieme di elementi naturali e elementi antropici per come vengono percepito e culturalmente interpretato da chi vi interagisce, innanzi tutto dai suoi abitanti. In pratica, quel nuovo parallelepipedo di cemento e vetro sarà edificato anche sul carattere e sull’anima dei valsassinesi, con altrettanto inevitabili conseguenze.
Per carità, magari queste mie sono solo fisime e invece hanno ragione i proponenti del nuovo supermercato, gli amministratori pubblici che l’hanno consentito, i valsassinesi che se ne dicono contenti e si sentiranno più “comodi” nel fare la spesa. Ma giusto di recente ho letto un articolo di Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, che in relazione alla chiusura dell’ultima bottega di un piccolo comune dell’Appennino Ligure, così ha scritto: «Lo spostamento a valle è andato di pari passo con la corsa verso il grande: si costruiscono scuole più grandi, ospedali più grandi, impianti sportivi più grandi. È un processo di sviluppo che genera disuguaglianze sociali.» Un processo che, come si può ben vedere, è presente anche nel commercio al minuto: chiudono i piccoli negozi dei paesi e si aprono supermercati sempre più grandi: una disuguaglianza sociale, economica, culturale, antropologica che ora rischia di manifestarsi anche in Valsassina. Conviene veramente? Forse sì. O forse… chissà.
[Veduta della Valvarrone verso occidente; il grosso centro abitato visibile a destra è Premana.]In Valvarrone (provincia di Lecco) sono iniziati i lavori per un nuovo ponte sospeso, già annunciato come «il ponte pedonale più alto d’Europa». Un’opera contro la quale mi sono espresso più volte, vedi qui, e insieme a me altri soggetti del mondo della montagna, ad esempio la Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia (vedi sotto) oppure il magazine “Le Montagne Divertenti” con un bell’articolo pubblicato sul numero 69 – estate 2024, oltre a tanti frequentatori e appassionati delle montagne che hanno manifestato dubbi vari e assortiti.
Ma si sa che al giorno d’oggi, quando ci sono di mezzo opere del genere, l’interlocuzione tra le amministrazioni locali e la società civile, anche quando competente sui temi in questione, è pressoché pari a nulla. Ed ecco che già il nuovo ponte «nelle intenzioni dei promotori, proietterà la Valvarrone in una dimensione internazionale, attirando visitatori da tutto il mondo e trasformandosi in un simbolo di innovazione e valorizzazione del territorio». Affermazioni ovviamente tanto belle da sentire nella forma quanto campate per aria nella loro sostanza: in concreto quella della Valvarrone sarà l’ennesima giostra da “instagrammazione” del luogo, una mera attrazione turistica da luna park alpestre che nulla di vantaggioso e benefico apporterà al territorio e alla comunità locale. Con tutta probabilità nei primi tempi attirerà numerosi visitatori, ovviamente molto interessati all’attrazione in sé e poco o nulla al contesto territoriale e alla cultura del luogo – ormai questo è un modello di fruizione consumistica dei luoghi ben risaputo il cui funzionamento si conosce bene –, ma saranno risultati peraltro più d’immagine che d’altro i cui effetti nel medio-lungo periodo svaniranno rapidamente nel nulla.
[Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.][Immagine tratta da “Lecco Today“.]Non mi pare che intorno all’opera si sia elaborato un progetto articolato di sviluppo del territorio e di messa in rete delle sue valenze paesaggistiche, dei suoi soggetti economici, delle esigenze della sua comunità, di riattivazione e salvaguardia dei beni ecosistemici, della tutela dell’identità locale: tutte cose indispensabili a fare che una giostra turistica come quella in questione non si “mangi” il territorio consumandone ogni energia fino a che, una volta passata la “moda”, il territorio si ritroverà ancora più povero, degradato e privo di futuro di prima, oltre che con un manufatto inutile e da smantellare. D’altro canto la Valvarrone è un territorio particolarmente difficile e delicato tanto morfologicamente quanto socio-economicamente, come aveva ben rimarcato il documento dal titolo Il ritratto territoriale dell’alto Lago di Como e Valli del Lario curato dal gruppo di lavoro del DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, e pubblicato nel 2023: in esso, insieme a molti elementi significativi riguardo la realtà locale, si metteva in chiaro come non tanto l’attrattività turistica fosse importante per la Valvarrone ma che «Sono tre i temi posti all’attenzione degli attori locali: la transizione demografica: accesso ai servizi, spopolamento tra relazioni transfrontaliere e processi di polarizzazione locale; la cura del territorio e la prevenzione dei rischi ambientali, in relazione alle economie radicate nell’area e ai loro possibili sviluppi; un ultimo tema è quello della governance e della capacità istituzionale». Solo all’interno di questo quadro territoriale, e nella gestione organica e coordinata dei temi indicati atta alla risoluzione delle relative criticità, il turismo può rappresentare un’economia aggiuntiva importante e benefica: ma non certo attraverso iniziative da luna park come quella del ponte sospeso, semmai con una frequentazione turistica variegata consona ai luoghi, alle sue possibilità d’accoglienza, alle peculiarità del territorio, alla cultura locale, all’interazione con la comunità residente. Invece, così come è stato presentato il progetto in Valvarrone e sta per essere realizzato, saranno di sicuro più gli svantaggi che i benefici per il territorio. È inevitabile che finirà così.
Posto tutto ciò, non mi resta che augurare alla Valvarrone di non subire troppe conseguenze negative da quanto gli sta per essere imposto, e ai suoi abitanti di continuare la riflessione sul futuro del loro territorio, su cosa veramente essi chiedono e vogliono per le loro montagne e i loro paesi, continuando di concerto a coltivare e alimentare la relazione culturale con i luoghi abitati e vissuti. Anche ora che un enorme manufatto d’acciaio funzionale solo al mero divertimento turistico spezzerà l’armonia naturale e disturberà la visione del peculiare paesaggio della valle. Paesaggio che è fatto anche dei suoi abitanti, i quali dunque è come se ora si ritrovassero “addosso” quel ponte. Spero almeno che se ne rendano conto di ciò e di cosa potrà comportare in futuro.
“Il Post”, in un articolo del 14 luglio 2025, rilancia la questione dei teli geotessili sui ghiacciai, che ad ogni inizio estate, ovvero del periodo di fusione e ablazione glaciale, vengono installati su alcuni ghiacciai alpini – quasi sempre che ospitano piste da sci – in base all’affermazione che questi teli “salverebbero” i ghiacciai dagli effetti della crisi climatica, peraltro particolarmente evidenti proprio sulle Alpi.
L’articolo de “Il Post”, che prende spunto da un testo dell’amico Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, rilancia quanto si è dimostrato ormai da tempo al riguardo – ne ho scritto anche io più volte in passato: i teli geotessili non “salvano” i ghiacciai ma servono solo ai gestori dei comprensori sciistici per salvaguardare la superficie di essi sulla quale ci sono le piste da sci. Proferire quell’affermazione è pura ipocrisia oltre che un bieco esercizio di green washing. Non solo: come ribadisce “Il Post”, quei teli diffondono sulle superfici glaciali una gran quantità di microplastiche e altri elementi inquinanti: se da una parte fingono di “fare del bene” ai ghiacciai, dall’altra ne ammorbano pure l’ambiente, che almeno a quelle quote dovrebbe permanere il più possibile incontaminato anche in presenza di antropizzazioni.
[Il Ghiacciaio Presena ieri, completamente “telato” ove transitano le piste da sci. Immagine tratta da qui.]D’altro canto, ciò che “Il Post” ha ribadito nel suo articolo, come detto, sono evidenze scientifiche conosciute e denunciate ormai da anni, non da ieri: il fatto che in molte località i gestori del turismo locale perseverino con la posa dei teli sui “loro” ghiacciai dimostra perfettamente come essi se ne freghino altamente sia di ciò che rileva la scienza, sia della salvaguardia dei territori ove operano.
[I teli geotessili sul Ghiacciaio della Marmolada. Immagine di Luigi Casanova, tratta da qui.]Dunque, sarebbe bene che chi tiene veramente alle montagne e ne è un autentico appassionato si disinteressi a quelle località dai ghiacciai “telati” frequentandone altre più rispettose e meno ipocrite – ghiacciai plastificati i quali, peraltro, offrono un’immagine dell’ambiente montano d’alta quota triste e deprimente, con i corpi glaciali coperti da quello che, in buona sostanza, rappresenta per essi un vero e proprio sudario. Una cosa affliggente, oltre che inaccettabile, alla quale bisogna dire con forza «BASTA!», e dirlo a quelli che ancora si ostinano a propugnarla: per salvare non i ghiacciai ma i loro affari, e al contempo per svilire e soffocare l’ambiente montano.