La manifestazione del “sacro” autentico, nel paesaggio

[Foto di Pascal Debrunner da Unsplash.]
Credo che chiunque riveli in sé almeno un poco di sensibilità – cosa che peraltro, a mio modo di vedere, fa parte del “minimo necessario” per potersi considerare esseri umaninon possa non percepire nel paesaggio la manifestazione di una sacralità assoluta. Ma niente di teologico o religioso, sia chiaro – anzi: ciò è quanto maggiormente può svilire quella manifestazione – come nemmeno di meramente estetico, solo legato alla percezione (pur possente ed emozionante) della bellezza naturale del paesaggio e neanche di “sovrannaturale” – definizione in fondo utile a noi uomini quando qualcosa in Natura sfugga alla nostra comprensione o all’immaginazione (e quanto poco ancora la conosciamo, la Natura!)

No, è invece qualcosa di ben presente nel paesaggio stesso, in forma tangibile e non immateriale (semmai siamo ancora noi che nell’individuare – anche inconsciamente – tale sacralità, tentiamo di definirla attraverso forme cognitive inesorabilmente immateriali), che ne determina la forma, l’armonia geomorfologica, il senso, il valore filosofico e di conseguenza la percettibilità da parte nostra – che potrà essere più fisica ovvero maggiormente spirituale e mistica, appunto, ma è una faccenda nostra, questa, non del paesaggio che la genera.

Nel riflettere su ciò, mi torna in mente la visione panteista di Giovanni Segantini, quando il grande artista affermava che “Non cercai mai un Dio fuori di me perché ero persuaso che Dio fosse in noi e che ciascuno di noi è parte di Dio come ciascun atomo è parte dell’Universo”, ove tuttavia l’uso del vocabolo “Dio” voleva esprimere un concetto di “entità divina” del tutto antitetico a quello teologico-religioso cristiano e semmai più affine alla concezione buddista, se non ad una vera e propria visione – di matrice pagana – di Natura quale espressione “divina” dacché essa stessa sede del “divino”.

Giovanni Segantini, “Trittico della Natura o delle Alpi: la Natura”, 1898-1899.

Ma anche se, ribadisco, la metafora divina di Segantini può risultare fuorviante, di sicuro egli comprese perfettamente la cognizione (lo dimostra in quelle parole sopra citate, portate sovente ad esempio del suo panteismo “misticamente laico”) che la sacralità assoluta del paesaggio è in fondo presente anche in noi, se sappiamo coglierla e manifestarla – e Segantini certamente lo fece da par suo, attraverso la propria meravigliosa arte. Il che comporta che riuscire a fare questo è in fondo, a sua volta, una grande manifestazione dell’umana sensibilità di cui dicevo in principio nonché, ad un livello più pratico ovvero antropologico, del legame che dobbiamo palesare nei confronti del territorio e dell’ambiente da noi abitato – della Terra, insomma. È il divenire parte dell’Universo come ciascun atomo, per citare ancora Segantini, dunque è il rivelarsi creature “divine” – noi sì, antiteticamente a qualsiasi pretesa e presunta entità teologica, comunque troppo “umana” per risultare credibile e dunque troppo “meschina”, in senso concettuale, nei confronti del paesaggio (ecco perché affermavo che una visione dottrinale religiosa del paesaggio finisce per svilire la sua naturale sacralità).

Di contro, non riuscire in tutto ciò, oltre a quanto affermavo all’inizio di questa dissertazione, temo rappresenti la nostra personale parte di responsabilità in una sostanziale “negazione” del paesaggio e della sua sacralità, ovvero in un possibile, catastrofico sfacelo finale. Che peraltro facilmente non cancellerà il paesaggio, la sua sacralità e la grande bellezza che manifesta, ma cancellerà chi doveva e poteva godere – o ne avrebbe dovuto consapevolmente godere: noi esseri umani.

Nevica sempre meno, comunque

[Foto di harzpics da Pixabay.]
Ha senso parlare di nevicate sempre più scarse e meno frequenti sulle Alpi, dopo una stagione invernale che, alla faccia del turismo dello sci su pista (lo dico senza malizia, qui), ha regalato neve abbondante e temperature “d’una volta” come da tempo non si riscontravano?

Sì, ha senso e lo ha per parecchi validi motivi. Innanzi tutto perché, purtroppo, una singola buona stagione invernale non fa tendenza e non modifica l’andamento climatico instauratosi ormai da anni; c’è da augurarsi non resti l’unica tra tante altre ben più siccitose e miti ma, al momento, questa non è che una speranza. Posto ciò, ha senso parlarne proprio perché si hanno a disposizione dati scientifici sempre più incontrovertibili al riguardo, per giunta già espansi su un periodo di tempo piuttosto lungo – il ciclo standard che viene considerato in climatologia per misurare con attendibilità ne variazioni del clima è di trent’anni – che lasciano poco spazio alla suddetta speranza (la quale è sempre l’ultima a morire, certo, auspichiamolo pure qui). E terzo motivo importante, per certi versi anche più dei precedenti, è che ogni volta accade qualche fenomeno “d’una volta” ovvero apparentemente antitetico ai cambiamenti climatici in atto – neve abbondante, freddo intenso, eccetera – ecco che ci sono i soliti negazionisti che se ne vengono fuori a provocare con le solite cose del tipo «Ah, ma dov’è finito il cambiamento climatico?» – alcune di queste solite sparate le ho sentite anch’io da tali “espertissimi climatologi”, già.

Ma a parte tali baggianate negazioniste, ha senso parlare di neve sempre più scarsa sui monti anche perché di recente è uscito, ad opera della European Geosciences Union, un dettagliatissimo report intitolato proprio Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019 (è in inglese, sì, ma la lettura è importante e merita lo sforzo traduttivo: cliccate sul titolo appena riportato per leggerlo) che mette nero su bianco la situazione in atto sulla base di un arco temporale anche maggiore rispetto al ciclo climatico trentennale standard, dunque facendo acquisire ai dati una ancor maggiore solidità scientifica. I ponderosi elementi raccolti nel report sono riassunti da questo articolo pubblicato sul sito della CIPRA International, nel quale si legge che

«I risultati confermano quanto emerso da precedenti osservazioni: l’altezza della neve e la copertura nevosa nelle Alpi tendono a diminuire – ma in quale misura dipende fortemente dalla regione e dall’altitudine. Nel versante meridionale delle Alpi, ad esempio, già caratterizzato da scarsa nevosità, la diminuzione dello spessore del manto nevoso è stata molto più marcata rispetto alla catena principale e al versante nord. “Questo dimostra che non si possono generalizzare le osservazioni relative a una sola regione, ma che occorre considerare l’evoluzione in modo differenziato”, afferma Sven Kotlarski, coautore della ricerca e collaboratore di MeteoSvizzera. L’altezza della neve calcolata sulla base di questi dati è diminuita nell’82% delle stazioni nel periodo invernale (dicembre-febbraio) e addirittura nel 90% delle stazioni in primavera (marzo-maggio). Nelle regioni settentrionali delle Alpi, negli ultimi cinque decenni il numero di giorni con neve al suolo al di sotto dei 2000 metri è diminuito da un minimo di 22 fino a 27 giorni, nel versante sud da 24 a 34 giorni. Ciò corrisponde, a seconda dell’altitudine, ad un calo pari fino a un terzo in inverno e fino alla metà in primavera.»

Insomma: nevica più tardi e la neve si scioglie sempre prima, così che alcune regioni alpine hanno perso fino a un mese di neve rispetto agli anni Settanta e, di questo passo, rischiano nel prossimo futuro di vederne al suolo solo per qualche giorno all’anno, con effetti materiali e immateriali a dir poco funesti.

No dunque, un singolo “buon” inverno non significa che il clima è cambiato; significa solo che possiamo continuare a sperare. Ciò almeno non ci costa nulla ovvero, senza dubbio, ci costa molto meno di quanto i cambiamenti climatici rischiano di far subire alle nostre montagne e a tutti noi.

 

Il cuore scintillante della Svizzera

[Foto di Seb Mooze da Unsplash.]

Giungendo da Sud delle Alpi, che si viaggi in auto oppure in treno, si supera il Gottardo (ma se avete un mezzo stradale e viaggiate nella bella stagione, fatelo valicando il passo, autentica cerniera di giunzione tra il Nord Europa e il Mediterraneo e luogo sul quale si coglie vividamente il fascino di ostici transiti di persone, animali, merci, la cui storia si perde nella notte dei tempi… Merita parecchio!) e ci si infila nelle sue profonde forre settentrionali perdendo gradatamente quota, finché si giunge in vista di Altdorf, la città di Guglielmo Tell. In quel punto la vallata prende ad allargarsi, i fianchi montuosi ad essere meno opprimenti e il fondovalle spiana e verdeggia di campi coltivati finalmente non più relegati tra boschi fittissimi e rudi gande. Ci si sente sollevati, viene da respirare nuovamente a polmoni pieni, in quel paesaggio che dona come un senso di affrancamento, di distensione e benessere. Ma se si prosegue ancora per qualche chilometro verso Nord, quasi d’improvviso compare a destra della strada – ferrata o autostradale, sempre suppergiù parallele – la luminescenza verde smeraldo della acque del Vierwaldstättersee, il Lago dei Quattro Cantoni, e il paesaggio, da notevole quale già era, diventa oltremodo incantevole.
Il cuore geografico della Svizzera è uno specchio d’acqua cristallina che protende i suoi numerosi rami nelle vallate e tra le vette alpine, somigliando in certe vedute a un fiordo norvegese e in altre a una costa mediterranea. Le sue sponde idilliache costringono immancabilmente alla più lodante banalità, all’esclamazione di stupore ovvia, alla magnificante frase fatta che però qui pare fatta apposta per cotanto paesaggio.
Il viaggiatore non potrebbe chiedere predisposizione d’animo migliore per continuare ancora più a Nord sulla riva sinistra del lago, in un crescendo luminoso irrefrenabile dacché le Alpi sono ormai quasi del tutto alle spalle e l’orizzonte si placa, s’abbassa e s’apre verso le dolci colline del Mittelland, e avvicinarsi alla meta. “La” meta, se vi ritroverete in quella zona avendo compiuto il viaggio fino a qui descritto, proprio come ho fatto io: Luzern. Forse l’angolo più bello di quel giardino d’Europa che effettivamente è la Svizzera; di sicuro, il mio angolo preferito.

Ovviamente, quanto avete appena finito di leggere è un brano tratto da:

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

N.B.: Cliccate sulla copertina del libro per saperne di più!

I numi del monte hanno detto “NO!”

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Non ne vogliano a chicchessia i gestori degli impianti di risalita e dello sci su pista, ma pare proprio che le divinità alpestri e i numi preposti al dominio degli elementi naturali – siano essi entità religiose, pagane o di altra trascendenza – al loro riguardo la sentenza l’abbiano emessa e in modo ben determinato.
Mi spiego: da anni ormai si parla di come i cambiamenti climatici determinino quantità di neve sempre minori sui monti a fronte di temperature in costante aumento, mettendo in crisi le stazioni sciistiche e obbligandole ad attuare pseudo-soluzioni (i cannoni per la neve artificiale, sì) che in verità rappresentano potenti zappate sui loro piedi, visti i costi pressoché insostenibili che impongono; poi, se per cause di forza maggiore (più o meno sostenibili siano state, non è questo il punto ora), impianti e piste da sci vengono tenute chiuse, ecco che si verifica un inverno dal clima tutto sommato “normale” – o d’una volta, verrebbe da dire – e con nevicate quasi ovunque abbondanti, almeno sulle Alpi. Le quali peraltro continuano pure ora, a primavera ormai inoltrata, in modi che ormai sembrerebbero far parte soltanto dei più bei ricordi ovvero di anni dal clima ben differente.*

Insomma, ribadisco: non prendetevela, egregi gestori suddetti, ma mi sa che ai numi delle montagne state un po’ qui, ecco. Perché sono certo che, se la prossima stagione invernale potrete aprire normalmente impianti e piste, come tutti ci auguriamo, nevicherà molto meno di quest’anno. Scommettiamo?

D’altro canto è pure vero che non tutto questo “male” viene per nuocervi, visto come rappresenti un’ennesima buona scus… ehm, ragione per accaparrarvi ulteriori finanziamenti pubblici atti a reiterare le vostre attività, nonostante la realtà di fatto economica, climatica, culturale che rende ciò come il continuare a versare acqua in un contenitore bucato sul fondo – per giunta sorprendendosi che non sia mai pieno, anzi, che sia sempre più vuoto.
Be’, come si dice in queste circostanze, lasciamo ai posteri l’ardua sentenza – sperando che non sia di “fallimento” per l’economia e la cultura delle vostre e nostre montagne. Me lo auguro di tutto cuore.

*: paradossalmente (ma solo all’apparenza), un inverno così “normale” è a sua volta conseguenza dai cambiamenti climatici in atto. Ne parlerò a breve, qui sul blog.

(Nella foto in alto: monti prealpini innevati a metà aprile, a quote relativamente basse – 1.600/1.800 m – a pochi km da casa. Fonte dell’immagine: qui.)

La skyline di Tallinn

[Foto di Ilya Orehov da Unsplash.]

Esco dall’hotel, svolto a destra lungo l’ampio viale totalmente inondato da una esuberante luminosità solare che scorre impetuosa da oriente fino ad avvolgere le guglie della città vecchia, da qui già visibili.
Diciotto gradi Celsius, dice il display qui sopra la mia testa. Traffico sostenuto ma non esagerato. Lo scampanellio dei tram che fermano nell’isola in centro alla strada – alcuni convogli di design attuale, altri che credo abbiano trasportato i burocrati sovietici.
Gli indigeni che vanno a lavorare, una ragazza che armata di spugna pulisce i tavoli in alluminio di un ristorante sulla via canticchiando una melodia che non mi è nuova, ma forse mi sbaglio.
Caratteristica insolita di questa strada: a destra, nel mio senso di marcia, gli edifici sono tutti moderni, nelle forme architettoniche, nei rivestimenti di vetro e acciaio, nella destinazione d’uso ‒ l’hotel è ai margini di Rotermann, quartiere di ex edifici industriali ristrutturati e riconvertiti ad usi commerciali e culturali, una delle gentrificazioni più evidenti e, devo ammettere, meglio riuscite della città; a sinistra, dall’altra parte della strada, i tipici palazzoni sovietici, austeri, senza fronzoli, di varie tonalità del grigio e pure visibilmente statici, nell’uso contemporaneo. Un discrimine temporale d’asfalto, in pratica, anche se, oltre gli squadrati parallelepipedi che nemmeno qualche grosso cartellone pubblicitario riesce a rendere meno tristi, modernissimi grattacieli disegnano un nuovo e antitetico skyline – sia a quei palazzi grigi e sia al profilo urbano della città vecchia, al quale sembrano contrapposti non solo per disposizione urbanistica ma pure per una sorta di sfida storica e morale. «Eravate voi, campanili e torri della vecchia Tallinn, a spingervi verso il cielo fino a qualche lustro fa. Ora tocca a noi!»

Anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

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