Che storia, (sul)la Dol dei Tre Signori!

Le Alpi Bergamasche o Orobie che dir si voglia, lungo le dorsali tra la bergamasca, il bacino del Lago di Como e la Valtellina, custodiscono frequenti e preziose testimonianze capaci di narrare una storia della frequentazione umana delle terre alte di almeno due millenni. L’itinerario della Dol dei Tre Signori, raccontato dall’omonima guida della quale sono uno degli autori, corre su alcune di quelle antiche vie di comunicazione e attraversa valichi importantissimi dal punto di vista storico oltre che geografico, come la Bocchetta di Trona, a quota 2092 m, praticato nei secoli da genti, mercanti ed eserciti per raggiungere la pianura padana dalla Valtellina, dalla Svizzera e dal centro Europa. Transitare da un luogo del genere equivale dunque a compiere una sorta di viaggio nello spazio e nel tempo, in territori geografici antropizzati da millenni ove le varie tracce umane lasciate ne rivelano la cronologia. La citata Bocchetta di Trona, in particolare, è un passaggio che in tal senso divenne – ed è ancora oggi – un luogo altamente simbolico: è stato il transito principale tra la Valsassina e il lecchese e la Bassa Valtellina in un tempo nel quale la via lungo il Lago di Como non era affatto sviluppata, e più avanti ha rappresentato anche (a proposito di testimonianze storiche sul campo) un nodo fondamentale del “Sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera”, meglio conosciuto come Linea Cadorna, il che spiega la presenza su un dosso appena a monte del valico di un ex caserma militare costruita nel 1917 (la vedete nelle immagini qui sopra), l’unico fortino ancora pressoché intatto nell’intero complesso di fortificazioni che correva dai rilievi dell’Ossola fin sul crinale orobico e che, nell’ambito della Primo Guerra Mondiale, avrebbe dovuto contrastare l’eventuale avanzata dell’esercito austro-ungarico in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio.

Il Generale Luigi Cadorna (al quale in verità il sistema difensivo è impropriamente intitolato, visto che venne progettato molto tempo prima degli anni in cui Cadorna fu Capo di Stato Maggiore), sospettando che la neutralità della Svizzera proclamata dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale non avrebbe retto, temeva che l’esercito austro-ungarico sarebbe potuto calare dalla Svizzera per invadere tutto il Nord Italia e dunque ordinò di riprendere il progetto della linea difensiva e metterlo in atto, con la fortificazione di tutto il crinale orobico di confine con la Valtellina attraverso trincee, fortini, casematte, postazioni di tiro, gallerie, osservatori blindati e strade militari – con la rigorosa pendenza costante del 12% – per portare in quota armamenti, attrezzature, vettovaglie e quant’altro di necessario all’attività del sistema difensivo. Poi, gli sviluppi sul campo del conflitto mantennero inutilizzata la Linea Cadorna, oggi diventata un’imponente attrazione storica il cui fascino indubbio dei manufatti, sovente ben mantenuti ovvero recuperati e visitabili, come nel caso del fortino della Bocchetta di Trona, stempera col tempo l’inquietudine latente legata agli originari scopi bellici che ne determinarono la costruzione.

Questa storia, con maggior profusione di dettagli e insieme alle mille altre che le montagne della Dorsale Orobica Lecchese offrono, Sara Invernizzi, Ruggero Meles e io ve le raccontiamo nella guida “DOL dei Tre Signori” che, dopo essere andata esaurita in allegato a “L’Eco di Bergamo” e a “La Provincia di Lecco”, in queste settimane è a disposizione di escursionisti e amanti del territorio nelle edicole valtellinesi in abbinamento con il quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Inoltre il volume è disponibile ovvero ordinabile in alcune librerie della catena Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano.

Per saperne di più sulla guida cliccate qui, oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.

Dunque, per ribadire una volta ancora: buona lettura e buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

N.B.: l’ispirazione per questo articolo viene dal relativo post della pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Le foto in testa al post sono © Cristian Riva.

Le foreste non pensano (come noi)

Sarebbe bello se lo facessero, ma no, le foreste non pensano. Certamente non lo fanno nell’unico modo che potrebbe toccarci, cioè somigliandoci, attenuando quel senso di solitudine cosmica in cui la metacognizione, che caratterizza la nostra specie, ha imprigionato Homo sapiens in un universo spaventosamente silenzioso. Possiamo allora esplorare il funzionamento del sistema nervoso dei vertebrati e perfino immaginare un bosco come se fosse un grande cervello verde, ma è un abisso pieno di metafore quello che ci separa da loro, dal loro atto di essere, dal loro essere, forse, consapevoli di esistere nel mondo. E non è un guasto dei tempi, o la perdita della magia, o il disincantamento della modernità, perché è sempre stato così, fin da quando in una grotta del Paleolitico superiore un essere umano ha dipinto un animale, sperando che fosse qualcos’altro, cominciando a raccontarlo come se avesse un’anima, come se fosse una persona, come una donna o un uomo o un bambino dentro una pelle di bestia. La nostra specie gioca al gioco dello specchio imperfetto da decine di migliaia di anni, e questo gioco ha prodotto racconti complessi come l’animismo, il totemismo, i mostri e gli dei, perché a stare da soli con quello che c’è già non siamo proprio capaci. Dobbiamo immaginare altro, dobbiamo immaginare l’altro, e allora facciamo pensare le foreste per rivivere la meraviglia, per farci compagnia.

Tratto da Matteo Meschiari, Le foreste non pensano, pubblicato su “Doppiozero” il 29 giugno 2021. È sempre interessante leggere Meschiari, sovente è affascinante, spesso è illuminante e quasi mai è una lettura scontata. Nell’articolo da cui traggo la citazione qui sopra disquisisce di libri di etno-antropologia ma, facendolo, offre un breve ma fenomenale identikit etnologico dell’uomo contemporaneo, quello che si crede padrone del mondo e dominatore su ogni cosa ma che in effetti, come ogni padrone e dominatore assoluto, si scopre terribilmente solo e tremendamente desideroso di poter ascoltare qualcuno che gli parla, ciò che unicamente può giustificare la sua pretesa di essere ascoltato quando vuole parlare. E non riesce, in tale intento, mai o quasi mai. Perché le foreste in verità non è che “non pensano”: certamente non lo fanno come i “Sapiens” e probabilmente non con i “Sapiens”, ecco.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo di Meschiari nella sua interezza su “Doppiozero”.

LA Carrà

Dagli anni ’50 in poi, Carrà è stata una triplice delizia che sapeva cantare, ballare e recitare ugualmente bene, e ha avuto un’influenza senza rivali nella musica e nella cultura pop italiane. Tecnicamente parlando, l’Italia aveva cantanti molto più abili dal punto di vista vocale, che combinavano l’estensione con un tocco drammatico: Mina, mezzosoprano virtuoso; Milva, detta “la Rossa” per le sue inclinazioni politiche e la sua focosa criniera, celebrata per le interpretazioni di Brecht e Weill; Patty Pravo, contralto androgino; e Giuni Russo, che sublimava la tecnica operistica in pop, e aveva un’estensione di cinque ottave. Carrà le ha superate tutte.

Tratto da Raffaella Carrà: the Italian pop star who taught Europe the joy of sex, “The Guardian“, 16 novembre 2020.

Eccola, la carrambata maledettamente finale e definitiva, la più triste e dolorosa, troppo precoce e improvvisa, quella la cui “sorpresa” nessuno voleva vivere – nemmeno i suoi detrattori artistici, ne sono certo – quella che termina una storia assolutamente italiana ma che dà inizio a un mito internazionale assoluto e imperituro.

E ora, senza più la Carrà, chi comincerà a far l’amore?

Camminare sulla Dol, e conquistare l’infinito

[Scendendo sul lago di Trona verso Nord e la Valtellina, con le Alpi Retiche sullo sfondo. Immagine tratta dalla guida.]
La Valtellina è una terra bellissima, ricca di storia, di geografie mirabili, di cultura, di saperi antichi, di relazioni e intrecci umani, di segni leggendari, di acque, rocce, legno, erba, cielo, di bellezza, di montagne. Sì, montagne, non solo come elementi orografici pur sublimi ma, ancor più, come “dote” oltre modo preziosa che identifica magnificamente una terra definendone gli orizzonti e ne conforma profondamente l’anima e lo spirito.

Arrivarci, in Valtellina, camminando su montagne similmente belle che con il filo della loro dorsale indicano la via verso il grande solco vallivo tra Alpi e Prealpi, ove luccicano in basso l’Adda e in alto i ghiacci retici le cui vette si stagliano nel cielo di settentrione segnando la linea oltre cui c’è l’infinito, è qualcosa che resta nella mente e nel cuore per sempre.

Per tali motivi, e per innumerevoli altri ugualmente buoni, è bellissimo che la guida “Dol dei Tre Signori che racconta di quelle montagne che vi portano – se ci camminate sopra – dalla grande pianura padana fino alla parimenti grande vallata alpina, in questo periodo sia disponibile proprio nelle edicole della Valtellina e delle zone limitrofe, in vendita dallo scorso 18 giugno abbinata al quotidiano “La Provincia di Sondrio. È bellissimo perché, come accennavo sopra, in questo modo il libro diventa un esclusivo trait d’union letterario tra montagne, geografie, storie e bellezze diverse e similmente mirabili, che si possono esplorare, conoscere, conquistare e fare proprie semplicemente percorrendo la Dorsale Orobica Lecchese, da Bergamo fino a Morbegno – oltre che leggendo il libro, ovviamente.

E il bello è che tutto ciò vale anche all’opposto, partendo dalle montagne retico-orobiche e camminando fino alla grande pianura urbanizzata oltre la quale la linea lontana (ma nemmeno tanto, poi) degli Appennini individua un altro infinito ugualmente affascinante, quello verso Meridione. Insomma, amici valtellinesi, in un modo o nell’altro avete motivi più che ottimi per andare in edicola e accaparrarvi la guida “Dol dei Tre Signori. E se non siete valtellinesi nulla cambia: la guida è disponibile anche in molte librerie della catena “Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano. Qui potete avere ulteriori informazioni al riguardo.

Avete solo da leggere la guida, calzare i vostri scarponi e andare a camminare lassù, tra la terra e le nuvole, col passo e il ritmo che preferite. A volte per conquistare l’infinito basta veramente poco, già.