Lo sci (sempre) nel tunnel

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Qualche giorno fa, nel cercare sul web alcune informazioni circa la storia delle località sciistiche lombarde, mi sono imbattuto in un articolo datato 17 febbraio 2010 su alcuni finanziamenti per progetti di sviluppo dei comprensori sciistici in provincia di Lecco che trovo meravigliosamente emblematico – per ciò che riporta – del “rapporto” tra politica (ovvero politici) e montagna. Ciò perché se letto contestualizzandolo al momento in cui venne scritto appare oltremodo ottimista e trionfale, quasi pomposo, nei contenuti e nei toni con i quali vengono espressi, tanto quanto se letto oggi si rivela grottesco al limiti del ridicolo e sconcertante proprio in quel suo ostentato trionfalismo, oltre che parecchio ipocrita visto il seguito della storia – d’altro canto quando si ha a che fare con i politici italiani questa è un’immancabile normalità.

Nell’articolo in questione, riguardante la località sciistica dei Piani di Bobbio e quella attigua ex-sciistica dei Piani di Artavaggio (sui monti della Valsassina, tra le provincie di Lecco e Bergamo – due luoghi veramente bellissimi peraltro) si scrive tra le altre cose che:

Entro due anni un tunnel collegherà i piani di Bobbio a quelli di Artavaggio, offrendo agli sciatori un comprensorio molto più ricco e ampio. […] A Barzio verrà completato il tanto atteso parcheggio multipiano e alle Betulle verranno sistemate le piste. Ecco alcune iniziative inserite nell’accordo di programma annunciato dalla Regione Lombardia qualche giorno fa, che prevede oltre 120 milioni di Euro di investimenti per il miglioramento dei comprensori sciistici lombardi.

E poi:

C’è aria di cambiamento, o meglio di “potenziamento”, nei comprensori sciistici della Valsassina. Alla faccia di chi diceva, alcuni anni or sono, che nel lecchese “fioca più”, non nevica più.

E ancora:

Una buona spinta allo sviluppo è venuta dalla Regione, che nei giorni scorsi ha annunciato il cofinanziamento di numerose iniziative che da qui al 2012 promettono di cambiare faccia alle aree sciabili valsassinesi […] “Ci aspettiamo una vera e propria scossa allo sviluppo della nostra industria turistica” ha detto il presidente della Regione Roberto Formigoni. […] In totale, si tratta di un progetto da oltre 25 milioni di euro.

E pure che

“Quest’accordo è la dimostrazione dell’attenzione della Regione Lombardia per la montagna – ha detto l’assessore regionale Giulio Boscagli […] “E’ un grande risultato per il nostro territorio – ha commentato Alberto Denti, presidente della comunità montana Valsassina e Valvarrone – Ora auspico che ciascun amministratore operi con la massima convinzione perché questa è un’occasione unica per le nostre valli, che deve essere sfruttata al massimo”.

Aaaah, che meraviglia, vero?
Peccato (si fa per dire) che, salvo qualche intervento tutto sommato marginale e necessario come la sostituzione di un paio di seggiovie obsolete ovvero giunte a fine vita tecnica, non è stato fatto niente di quanto così magniloquentemente annunciato, peraltro in modi che, avrete notato dai toni delle dichiarazioni, parevano riferirsi a lavori e cantieri già allestiti e pronti a partire l’indomani mattina.
Invece no, niente di niente – o quasi, appunto. E tutti quei milioni di Euro dati per certi e già investiti, dove sono finiti? Eh, bella domanda, già.
D’altro canto meno male che la gran parte di quei progetti non siano stati realizzati! Sarebbero risultati in molti casi degli scempi ambientali notevolissimi oltre che sproporzionati e obiettivamente frutto d’una visione dei luoghi in questione parecchio alienata, già.

Tutto questo fa ben comprendere l’atteggiamento ordinario che la politica tutt’oggi, con ancora poche eccezioni, mantiene nei confronti della montagna (non solo in Lombardia, sia chiaro): un’idea di sviluppo legata a modelli turistici rimasti agli anni Settanta e Ottanta e prettamente appoggiata al solo sci su pista (le recenti disposizioni governative “contro” la pandemia lo hanno confermato bene), progetti totalmente deconstestuali ai luoghi e drammaticamente impattanti (dunque inquinanti) sui territori e sui loro ambienti, una totale mancanza di comprensione (o ignoranza) riguardo il concetto e il valore del paesaggio e la relativa incapacità di comprenderne la potenzialità culturale ed economica sapendola mettere a frutto per innovare l’offerta turistica, oltre al solito profluvio di belle parole, slogan propagandistico-elettorali ed enfatiche promesse, regolarmente accompagnate da cascate di soldi del tutto virtuali che puntualmente non portano ad alcun fatto concreto e, soprattutto a nessuna scelta illuminata e di lunga visione per i territori montani.
E con quelle dichiarazioni citate si era nel 2010, badate bene: non nel 1960 ma solo poco più di dieci anni fa, quando la montagna viveva la stessa situazione attuale e ovviamente già la questione dei cambiamenti climatici – la quale, inutile rimarcarlo, deciderà la sorte delle località come quelle di cui vi sto dicendo a prescindere da promesse politiche, progetti faraonici, vagonate di soldi eccetera – era fondamentale nella realtà della montagna sciistico-turistica.

Ma, appunto, se si può sperare che in questi dieci anni quei politici, alcuni dei quali ancora attivi, altri inesorabilmente caduti in disgrazia, si siano resi conto delle corbellerie che andavano proferendo e abbiano cambiato idee e visioni in tema di sviluppo delle montagne, quell’atteggiamento di analfabetismo funzionale politico, amministrativo, economico e culturale verso i territori montani è ancora ben presente e diffuso lungo tutto l’arco alpino italiano. E ancora, in Lombardia, sull’onda delle iniziative per le Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, si sentono spesso idee e progetti su nuove infrastrutture turistiche alpine e relative promesse di finanziamenti pubblici talmente sconclusionate, sproporzionate, inutili e ineluttabilmente ridicole da lasciare costantemente sconcertato chiunque abbia a cuore il futuro delle Alpi italiane.

D’altronde bisogna ammettere che l’idea del “tunnel” di congiungimento tra diversi comprensori sciistici, come quello follemente prospettato sui monti valsassinesi (un’idea che evidentemente piace parecchio agli amministratori della montagna italiana, dato che ogni tanto salta fuori anche altrove) è assolutamente simbolica per molti territori montani: perché, con certi politici, con le loro idee e per come essi spendono/vorrebbero spendere i soldi pubblici, la montagna italiana non sarà mai fuori dal tunnel – del declino inesorabile. Ecco.

Come si trasporta un fallimento

Ora come non mai, con il Recovery Fund europeo di mezzo, si fa un gran parlare di infrastrutture, termine poi legato a “opere pubbliche”, a “cantieri” e ad altre definizioni o parole con le quali da sempre la politica ama riempirsi la bocca e non da oggi ma da decenni, appunto. Lo fa pure, io credo, per nascondere dietro tali “belle” parole e le relative promesse uno dei più grandi fallimenti italiani, quello appunto delle infrastrutture pubbliche, un capitolo della storia nazionale tra i più ricolmi di occasioni mancate e perse, di soldi buttati, opere inutili, mazzette e corruzioni e quant’altro di tradizionale, per il paese.

Il suddetto fallimento ce l’ho personalmente sotto gli occhi tutti i giorni, lavorando in una delle zone più industrializzate d’Europa, tra due capoluoghi di provincia, avendo da una parte una strada statale e dall’altra una linea ferroviaria: la prima perennemente intasata di mezzi pesanti che trasportano merci industriali provocando un traffico insostenibile, la seconda sulla quale non vedo passare un convoglio merci da anni mentre fino a qualche tempo fa ne transitavano quotidianamente.
Una cosa assurda, folle, dannosa sotto ogni punto di vista (logistico, industriale, economico, ecologico, ambientale…) della quale la suddetta politica è colpevole palese eppure costantemente latitante riguardo le proprie responsabilità. Dunque io mi chiedo: ora che c’è con il Recovery Fund probabilmente ci saranno i soldi per costruire infrastrutture finalmente adeguate alla realtà economico-produttiva del paese, lo si farà? E lo si farà bene? E se lo si farà e magari anche bene, poi quelle infrastrutture verranno utilizzate per come potranno essere utilizzate, oppure diventeranno ennesime cattedrali in un deserto che sempre più determinerà la decadenza definitiva del paese? Ribadisco, io ho accanto al mio luogo di lavoro quotidiano una linea ferroviaria che unisce due capoluoghi provinciali: un’infrastruttura strategicamente importante che c’è, bell’e pronta per essere sfruttata ma che non viene utilizzata. Dunque? Che garanzie ci offre l’amministrazione pubblica e la politica italiana al riguardo?

 C’è un’altra questione che si lega agli argomenti qui proposti, afferente le mie zone ma in generale un po’ tutto il Nord Italia, una macroregione che è a contatto della catena alpina e interna al territorio della cosiddetta Convenzione delle Alpila quale, tra le altre cose, regola in modo ben determinato il traffico di transito attraverso il territorio alpino a fini di sostenibilità economica e ambientale. Una regolamentazione che dalle mie parti, come vi ho detto, è totalmente inosservata e violata, con il traffico su gomma – inquinante e sempre più antieconomico – che soverchia quello su rotaia, certamente più sostenibile e in molti casi più vantaggioso economicamente.

Come si può leggere nel sito della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina, che al tema dedica un approfondito e illuminante focus (potete raggiungere tale sezione del sito della CIPRA anche cliccando sull’immagine in testa al post),

Gli impatti sull’uomo e la natura prodotti nelle strette valli alpine dal traffico di transito sono una costante della politica europea dei trasporti, non solo al Brennero. È questa l’origine della valanga di camion e dell’inquinamento atmosferico, per cui la popolazione è afflitta dalla congestione permanente e dall’inquinamento acustico. Nel 2018 su un totale di 53,8 milioni di tonnellate di merci trasportate attraverso le Alpi, il 72% è stato trasportato su strada. Mentre in Svizzera – grazie a all’elevata tassa sul traffico pesante (pedaggio) calcolata in base alle prestazioni e alla costruzione della nuova galleria ferroviaria al Gottardo, la più lunga del mondo – si registra un calo del numero di automezzi pesanti, le valli alpine tra Italia e Francia che conducono ai valichi del Moncenisio e del Fréjus sono sottoposte all’impatto di un traffico stradale troppo elevato. In Svizzera su un totale di 39,6 milioni di tonnellate (2018) di merci che attraversano le Alpi solo il 30% viene trasportato su strada, mentre in Francia la percentuale raggiunge l’86% sul totale di 24,7 milioni di tonnellate di merci. Sul versante orientale delle Alpi, tra il Veneto e il Tirolo Orientale, incombe addirittura la minaccia di un’altra autostrada di transito, la A27, la cosiddetta “Alemagna”. Più aumenteranno le merci provenienti dalla Cina che sbarcheranno nei porti del Nord Italia, più la problematica diventerà pressante.

Insomma: come potete capire, la questione è tanto articolata quanto di importanza fondamentale per il futuro nostro e dei territori che abitiamo. Il suo riequilibrio, a livello locale, regionale e transnazionale, nell’ambito dei territori alpini ma pure altrove, in un’ottica continentale, non è una sfida che si possa continuare ancora a lungo senza saperla vincere, dacché il non vincerla significa automaticamente uscirne sconfitti. Dalla mancanza di impegno politico effettivo in ciò, registrata fino a oggi, dipende non solo, per dire, il restare quotidianamente imbottigliati nel traffico ma pure, ad esempio, il gravissimo tasso d’inquinamento della regione padana, che geograficamente è da considerare a sua volta una vallata pur ampia tra due catene montuose: non casualmente le due città europee dove si registra la maggior incidenza di morti per inquinamento atmosferico sono Brescia e Bergamo, conglomerati urbani posti proprio a ridosso dei territori alpini. Per giunta, città tra quelle con il maggior tasso di mortalità per Covid: in tal senso nemmeno questo è un caso, lo sottolineavo giusto ieri qui sul blog.

Quindi? Vogliamo andare avanti così? O finalmente ci decideremo a costruire un futuro migliore, più sostenibile, più salubre e in generale più proficuo per chiunque, e non solo per i manifesti elettorali dei soliti politici?

L’architettura È paesaggio (ma a volte no!)

[Foto di AdmComSRL, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte qui.]
Per una mera suggestione personale – forse per qualcuno ingiustificata, ma tant’è – mi viene da accostare quanto ha dichiarato qualche giorno fa il celebre architetto svizzero Mario Botta in merito al “suo” Casinò di Campione d’Italia (foto sopra) con un recente progetto dell’altro stimato architetto Enrico Scaramellini, il cui cantiere aprirà quest’anno (foto sotto).

Botta ha pubblicamente dichiarato quello che tutti – io per primo che dalle sponde del Lago di Lugano sul quale si affaccia ci passo spesso – hanno da sempre pensato dell’edificio di sua progettazione a Campione e cioè, per farla breve, un obbrobrio assolutoleggete qui. A suo merito va la pubblica ammenda, per giunta piuttosto sollecita (ha impiegato poco più di dieci anni per ammettere l’errore, relativamente poco tempo), a suo demerito il tentativo di giustificarla comunque con le pressioni dei politici italiani al riguardo, il che farebbe, mi permetto di osservare, pensare a una certa mancanza di personalità (nonostante la magniloquenza della nomea da “archistar”), oltre che di visione paesaggistica.
Ecco, per l’appunto: il Casinò di Campione non è soltanto un edificio totalmente fuori scala rispetto al contesto urbano in cui è stato calato (come un gigantesco e rozzo masso in una cristalleria, l’impressione è questa) ma la sua obiettiva bruttezza deriva dalla totale mancanza di relazione con il paesaggio locale. Nessuna attinenza con la geografia, la morfologia, i cromatismi, con tutto il resto di antropico d’intorno… niente di niente.
Enrico Scaramellini – che non è “archistar” nel senso (ormai) più pacchiano del termine ma lo è, concretamente, nell’ambito della progettazione architettonica alpina – ha invece progettato a Campodolcino l’ampliamento della palestra di arrampicata. Certamente siamo di fronte a un edificio di tutt’altre dimensioni rispetto al Casinò di Campione, ma pure qui in effetti c’è l’inserimento di un volume nuovo e diverso in tutto e per tutto rispetto all’edificio esistente che gioco forza, visto l’ambiente montano, deve relazionarsi con il paesaggio circostante. Scaramellini, da mirabile progettista qual è, lo sa bene e pensa a «un inserto, un monolite che gioca con la luce e le ombre e riprende i toni del paesaggio circostante», come ha scritto sulla sua pagina facebook. Ovvero, un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso. Qui sì che c’è piena attinenza con il paesaggio; questa sì che è architettura, nel senso pieno e compiuto del termine.

Be’, visto che Mario Botta pare stia pensando, ora, a come riutilizzare il suo ciclopico edificio a Campione (secondo me, da abbattere senza indugio alcuno), mi viene da pensare che nel merito potrebbe certamente farsi ispirare da Scaramellini e dai suoi progetti. Lo so, non ne ha (avrebbe) bisogno, vista il suo curriculum architettonico e i numerosi progetti assai apprezzabili eseguiti, ma forse a volte sì – e il paesaggio ne ha bisogno sempre, di interventi ad esso armoniosi, ovunque e inevitabilmente.

Dürrenmatt imperituro

Pochi giorni fa si sono ricordati i 30 anni esatti dalla morte di Friedrich Dürrenmatt, uno dei maggiori scrittori del Novecento europeo in senso assoluto e tutt’oggi figura ricchissima di suggestioni letterarie, culturali, intellettuali offerte a profusione in ogni suo scritto, dai più celebri romanzi fino agli articoli apparentemente secondari. A me, da grande appassionato e studioso di “letteratura alpina” (ovvero scritta nelle Alpi e che di Alpi tratta in modi più o meno diretti), e dunque da cultore della produzione svizzera, piace indagare, ricercare e scoprire in Dürrenmatt le affinità con quella produzione più tipicamente alpina; il grande scrittore bernese non è certamente annoverabile nella cerchia degli autori di quell’ambito letterario eppure sia nello stile, prevedibilmente, che in certe atmosfere costruite e narrate nei suoi romanzi, meno prevedibilmente e niente affatto solo come mere scenografie, vi ritrovo le montagne e il loro paesaggio, la loro cultura e lo spirito. Parrebbe una cosa scontata, visto che qualsiasi svizzero le Alpi le ha costantemente davanti agli occhi e “dentro” quasi ogni aspetto pratico della quotidianità nazionale: questo è certamente vero, ma la grandezza della scrittura e dell’invenzione letteraria di Dürrenmatt rende tale aspetto molto più stratificato e, come detto, ricco di suggestioni di varia natura. Una peculiarità che, insieme a molte altre, fanno di Friedrich Dürrenmatt un autore imprescindibile (al di là delle considerazioni “alpine” qui da me proposte) e ancora oggi capace di sorprendere come pochi altri oltre che, senza dubbio, di affascinare ogni lettore sensibile.

In modo parimenti “scontato” (ma magari no) il pregevole sito di informazione “SwissInfo” dedica un bell’articolo all’anniversario dürrenmattiano nel quale è possibile vedere un altrettanto bel documento video d’annata: un ritratto a 360 grandi dell’artista elvetico tratto da una trasmissione della RSI – la Radiotelevisione della Svizzera Italiana – del 5 gennaio del 1981, in occasione dei 60 anni di Friedrich Dürrenmatt. Godetevelo: è un modo tanto suggestivo quanto approfondito per conoscere meglio (se non si è già edotti al riguardo) uno dei più importanti autori letterari (e non solo) degli ultimi decenni e, magari, per coltivare la curiosità di leggere le sue sublimi opere.

Enrico Scaramellini, “Casa FD”

[Immagine tratta da Domusweb.it, da qui.]
(Ok, ammetto che per molti versi anche il presente post, come quest’altro, serve per vantarmi di conoscere persone assai valenti e importanti, ma fate finta di non aver letto nulla sicché possa realmente iniziare l’articolo affermando che) Enrico Scaramellini è a detta di molti uno dei migliori “architetti alpini” italiani, ovvero tra i più validi progettisti di edifici e opere architettoniche nei territori di montagna, considerando che tra quei molti che lo sostengono vi sono numerosi colleghi, ad attestare l’obiettività di tale considerazione. Ma è pure – e questo lo affermo io, che ho la gran fortuna di conoscerlo – una persona di raro valore umano, dunque sono veramente felice di sapere che Scaramellini è tra i vincitori del premio In/Architettura 2020 con il progetto FD House _ The story of an unfinished house / Storia di una casa non ancora finita, realizzato a Madesimo, molto bello anche per come sappia far riconoscere nelle sue fattezze la “firma” di Enrico, cioè non solo il suo tocco tecnico e grafico ma anche la filosofia estetica del suo stile architettonico e la visione concettuale, virtuosa come poche altre, dell’intervento umano in un ambiente tanto pregevole quanto delicato come quello montano.
Un tocco scaramelliniano che si ritrova, esplicato, anche nel concept del progetto di Casa FD:

Molte volte, per vari motivi, la costruzione degli edifici diventa un’attività che si protrae nel tempo, oltre i limiti prefissati. In questo lasso di tempo, l’edificio si configura come oggetto in costruzione, senza abitanti, assume una configurazione volumetrica e compositiva parziale.
In alta quota, dove i tempi della costruzione si accorciano a causa delle stagioni, gli stessi inevitabilmente si allungano definendo ampie pause fra le varie fasi. Ed è proprio durante queste pause che l’edificio comincia a relazionarsi con il paesaggio, in uno stato di sospensione. Il paesaggio accoglie l’edificio come oggetto inanimato, quasi da contemplare. Vi è la necessità di instaurare con il luogo un rapporto proficuo, tale da rendere il nuovo elemento parte dello stesso.
Il progetto può lavorare sulle fasi e sulla sua attuazione fisica. La costruzione di Casa FD si protrarrà nel tempo, ma già in questa fase intermedia caratterizza il paesaggio e con esso si relaziona. L’edificio non ancora abitato è già elemento del paesaggio; esso costruisce un rapporto con esso e ne diviene elemento caratterizzante. L’edificio con la sua pianta poligonale, orientata verso riferimenti esterni, modifica la sua immagine a seconda del punto di vista. Casa FD cambia le sue dimensioni, si assottiglia, si allarga, si modifica nelle sue geometrie. L’insieme delle partiture intonacate si mostra e si nasconde. Le pagine bianche con la loro leggera inclinazione, alleggeriscono il paramento di pietra che si riconfigura in geometrie nuove.
Partendo da uno stato di “sospensione”, di non conclusione del manufatto architettonico, si è lavorato sulle fotografie completando i vuoti con immagini scure, in cui si intuiscono i paesaggi visibili dall’interno. Un gioco di sovrapposizioni che preannuncia il risultato finale. Un esercizio di “completamento” provvisorio che definisce la conclusione di una fase e l’inizio di un’attesa. Due sono i materiali che informano il progetto: da una parte, le bianche pietre di gesso che affiorano dalla terra dei pascoli degli Andossi [un vasto altipiano ondulato pressoché privo di vegetazione arborea che sovrasta il villaggio di Madesimo a quote tra i 1700 e i 2000 m – n.d.L.], hanno informato le partiture e le cornici bianche; dall’altra le pietre grigie accumulate del rudere originario, con le loro diverse tonalità e i loro licheni, sono tornate a essere paramento murario.

Insomma: «chapeau!» a Enrico Scaramellini e ai suoi collaboratori, per il riconoscimento e per la così progredita e virtuosa visione dell’arte architettonica applicata all’“arte paesaggistica” dei territori di montagna, elementi che giustificano e comprovano ancor più l’apprezzamento goduto presso chiunque si occupi di architettura, per lavoro o per passione.
Con la speranza che insieme – sì, io e Scaramellini – con alcuni altri amici si possa attuare presto l’idea che abbiamo formulato di un evento pubblico che unisca cultura architettonica e del paesaggio in un connubio tanto affascinante quanto emblematico che ci porrà in cammino alla scoperta del Genius Loci di un altrettanto emblematico territorio alpino. Ma, se le cose andranno come mi auguro, ve ne parlerò tra un po’, di questo.

N.B.: sul progetto della Casa FD potete saperne di più, e vedere molte più immagini, anche qui.