Recovery (senza) fund

Certo che, a leggere e ascoltare dai media “d’informazione” (virgolette inevitabili) tutti gli interventi, le azioni, le opere, i provvedimenti, i progetti che fanno (farebbero) parte del cosiddetto PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e saranno (sarebbero) finanziati con i soldi del Recovery Fund europeo, o Next generation EU che dir si voglia, con tot miliardi qui, tot miliardi là, tot miliardi sopra e tot miliardi sotto, mi si fa vivida la sensazione che, a metter dentro tutto quanto, non solo non bastino i 191,5 miliardi concessi dalla UE all’Italia ma nemmeno il doppio e tanto meno il triplo o il decuplo. Che a momenti manca solo di sentire che verranno finanziati pure un ponte autostradale tra Civitavecchia e Olbia, la fornitura di pietre filosofali a tutti i cittadini maggiorenni e magari pure l’ampliamento e l’ammodernamento del tunnel tra il Gran Sasso e il CERN di Ginevra, e poi le avranno dette tutte!

Mollino in vetta, comunque

[Immagine tratta da sbandiu.com. Cliccateci sopra per leggere Carlo Mollino, il ragazzaccio, di Luigi Prestinenza Puglisi, da artribune.com.]
Carlo Mollino è tra le figure più leggendarie e iconiche – seppur non così conosciute dal grandissimo pubblico – del Novecento italiano, tant’è che le sue attività di architetto, designer, fotografo, aviatore, sciatore (e molto altro) sono oggetto di frequenti e multiformi omaggi: l’ultimo, peraltro molto originale e evocativo, è Mollino/Insides, la cui esposizione chiuderà proprio domani, 4 luglio, alla Collezione Maramotti di Modena.

In particolare, sul Mollino architetto ha dissertato il bellissimo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale ho scritto qui sul blog; in esso tra le tante cose sul tema viene messo in evidenza come, a fronte della gran mole di progetti sovente innovativi prodotta e altrettanto spesso lodata, relativamente pochi sono poi stati gli edifici effettivamente realizzati.

D’altro canto quando si è al cospetto di certi grandi creativi, la loro importanza, la genialità e la visionarietà, cioè la dote di vedere, immaginare e inventare cose invisibili per quasi tutti gli altri nel proprio tempo, prima o poi tornano a manifestarsi, in modi più o meno diretti. Ecco dunque che uno dei progetti di Mollino non realizzati, la stazione di arrivo dell’arditissima funivia del Furggen sulla vetta dell’omonima montagna, sopra Cervinia – che senza dubbio sarebbe stato il più spettacolare non solo dei suoi progetti ma per l’intera architettura/ingegneria di quegli anni (siamo ad inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso) e del quale venne edificato il solo basamento in cemento armato per consentire il servizio della funivia…

[Immagini/rendering tratte da carlomollinofurggen.blogspot.com.]
…lo si può ampiamente ritrovare oggi, a sessant’anni dal progetto molliniano, nella realizzazione della stazione di arrivo di un’altra ardita funivia, quella che raggiunge la vetta della Zugspitze, massima elevazione della Germania:

È parecchio sorprendente, in effetti, constatare la grande somiglianza concettuale, progettuale e realizzativa in generale dei due edifici, e viene difficile non pensare che i progettisti dell’opera sulla Zugspitze non conoscessero i disegni del Furggen di Mollino e non se ne siano fatti ispirare, a loro modo mettendo in pratica – anche grazie alla tecnologia odierna che Mollino non ebbe a disposizione – l’idea geniale e l’intraprendenza futuristica (che appare tale ancora oggi, a ben vedere) dell’architetto torinese.

Come sostenevo poc’anzi, l’autentica genialità supera il tempo e le cose terrene, facendosi retaggio culturale anche senza l’originale compimento per come il proprio concetto di fondo sia talmente potente e illuminante. E parimenti facendosi omaggio e celebrazione – indiretto ma nemmeno così tanto, ribadisco – di un personaggio così perennemente stimolante come Carlo Mollino. Un’icona intramontabile, senza dubbio.

In treno da Trieste a Vienna

[La Ferrovia del Semmering a fine Ottocento. Foto di Snapshots Of The Past, CC BY-SA 2.0, fonte:  commons.wikimedia.org.]
Gli appassionati di grandi viaggi in treno saranno felici di sapere che, da pochi giorni, è stata riattivata in tutta la sua lunghezza la linea ferroviaria diretta fra Vienna e Trieste, la celeberrima Südbanhof (Ferrovia meridionale), costruita in età asburgica e, con il suo spettacolare tratto alpino nel quale prende il nome di Ferrovia del Semmering, “Patrimonio dell’Umanità” Unesco dal 1998.

Come scrive Laris Gaiser sulla rivista italiana di geopolitica “Limes”,

È una sensazione sublime. Prima la pianura viennese accarezzata dalla sua secolare brezza, poi piano piano la salita verso il Semmering, la prima tratta ferroviaria montana d’Europa, capolavoro dell’ingegneria umana, fortemente voluta dall’arciduca d’Austria Giovanni e perfettamente progettata da Carlo Ghega (geniale ingegnere stradale e ferroviario italiano di origini albanesi con cittadinanza austriaca – n.d.L.). Quattordici gallerie costruite tra il 1848 e il 1854 e sedici viadotti che portano alle lussureggianti vallate della Stiria che con i suoi vigneti accompagna il fischio del treno fino alla piana di Lubiana. Dalla capitale slovena il convoglio riprende il suo viaggio innalzandosi verso il brullo Carso per incontrare all’orizzonte il luccichio del mare prima dell’ultima discesa verso la porta al mondo dell’ex impero asburgico, Trieste.
È come vivere nel film Ritorno al futuro. L’Europa di Mezzo gioisce nel rivedere aperta la storica linea ferroviaria che fece di Trieste una delle città più ricche, vivaci, effervescenti del mondo e di Vienna la capitale d’un impero proiettato globalmente. A 164 anni dal primo treno, e dopo decenni di fermo, da ieri i convogli scorrono di nuovo esattamente sullo stesso tracciato di allora. Nulla è cambiato. Manca solo la figura dell’imperatore Francesco Giuseppe che nel viaggio d’inaugurazione veniva accolto nelle varie stazioni dai locali al canto dell’Inno dei Popoli.

[Lo stesso tratto della Ferrovia del Semmering dell’immagine in testa al post, nel 2016. Foto di Liberaler Humanist, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La Südbanhof è stata in effetti una delle grandi opere ottocentesche di ingegneria che hanno “creato” l’Europa contemporanea e il suo paesaggio, unendo due tra le città fondamentali nella storia del continente le quali oggi, con il collegamento ritrovato, ricreano un legame non solo logistico e commerciale ma pure culturale mai venuto meno: qualsiasi viaggiatore che visita Trieste facilmente ne riconosce l’anima asburgica ovvero austroungarica, ben viva tutt’oggi e non solo per ragioni storico-geografiche. Inoltre l’intraprendenza ingegneristica di Carlo Ghega, paragonabile a quella di Carlo Donegani nelle Alpi Centrali (del quale ho scritto qui), ha mostrato la possibilità, fino ad allora ritenuta troppo difficoltosa da realizzare, di superare la barriera alpina attraverso moderne vie di transito, così in qualche modo vincendo (in prospettiva storica) la scellerata partizione geopolitica del crinale alpino dettata dalla disciplina settecentesca di matrice cartesiana, che ha fatto della catena alpina una linea di confine pressoché generale quando fino a prima era sempre stata uno spazio di connessioni e scambi d’ogni sorta.

Oggi il mondo è cambiato, abbiamo a disposizione comodi mezzi di trasporto individuali o aerei ben più veloci di un treno: eppure viaggiare lungo una linea così emblematica e altrettanto spettacolare, in forza dei territori attraversati e dei paesaggi in continuo cambiamento – da quello marino e già mediterraneo di Trieste, a quello prettamente alpino e di gran pregio ambientale della Stiria, fino a quello urbano e pienamente mitteleuropeo (con “vista” verso Oriente, per giunta) di Vienna – può ancora rappresentare un’esperienza di grande fascino e di illuminante valore culturale. Il viaggiatore autentico e appassionato di tali esplorazioni senza tempo la metterà in agenda, senza alcun dubbio.

Donegani, l’ingegnere delle Alpi

[Cliccate sull’immagine per aprirla in un formato più grande.]
A proposito di Valtellina: da oggi 18 giugno a Bormio, al Mulino Salacrist, c’è una mostra dedicata a un personaggio a dir poco fondamentale per la “conquista” e la territorializzazione moderna e contemporanea dei territori alpini: Carlo Donegani, geniale ingegnere bresciano, progettista di alcune delle strade più ardite e spettacolari delle Alpi, come quelle che superano i passi dello Spluga e dello Stelvio. Questa seconda, in particolare, vero e proprio capolavoro in ambiente montano estremo che restò per molto tempo la strada più elevata d’Europa, rappresenta tutt’oggi un’opera per molti versi emblematica, sia in senso tecnologico riguardo la capacità umana di infrastrutturazione funzionale dei territori alpini, sia in senso culturale e antropologico, per come realizzazioni del genere contribuirono a modificare e sviluppare, spesso profondamente, la relazione umana con le montagne, a partire dalla percezione visiva di esse. Peraltro contribuendo a “inaugurare”, per così dire, il fenomeno della panoramicizzazione del paesaggio alpino molti anni prima dell’avvento di funicolari, cremagliere e funivie, che sancirono definitivamente la “normalità turistica” del fenomeno grazie ai viaggiatori del Grand Tour che giungevano sulle Alpi alla ricerca del sublime alpestre – e tali avventure alpine si svilupparono proprio nel periodo di realizzazione delle strade sui grandi valichi alpini, guarda caso. Si badi bene, riguardo la “conquista” dei panorami: potrebbe sembrare una cosa banale oppure un’ovvietà, detta così oggi, ma l’aver portato la gente comune in cima ai monti ad ammirare i territori alpini e dintorni dall’alto ha letteralmente rivoluzionato il punto di vista diffuso sul loro paesaggio, generando molta parte dell’immaginario comune che ancora oggi rappresenta lo “standard” al riguardo – nel bene e nel male, ma ciò ovviamente non per merito o colpa di Donegani e delle sue strade o degli altri progettisti del tempo a lui assimilabili.

[Immagine tratta dal sito web del Centro Documentazione Donegani.]
D’altro canto, anche solo dal mero punto di vista ingegneristico, indubbiamente i progetti di Donegani lasciano ancora a bocca aperta per l’arditezza delle soluzioni ideate tanto quanto la capacità di metterle materialmente in atto: si consideri che la strada dello Stelvio venne realizzata in soli 3 anni e che fino al 1915 rimase aperta anche in pieno inverno, grazie a un piccolo esercito di spalatori che la mantenevano sgombra dalla neve – in anni nei quali nevicava ben più di oggi, peraltro!

Insomma, una mostra affascinante e molto interessante che, se avrete occasione di passare da Bormio, merita certamente una visita.

Il bene comune

[Foto di Chavdar Lungov da Pixabay.]
C’è un concetto che, nelle buone pratiche di gestione e sviluppo dei territori abitati e antropizzati, siano essi urbani oppure rurali (in questi secondi con particolare evidenza), sta prendendo sempre più piede ovvero assumendo un necessaria e imprescindibile valore: quello dei “beni comuni”, più spesso definiti col termine inglese commons. Vi sono definizioni similari ma specifiche di “bene comune” nell’ambito della filosofia, delle scienze politiche, dell’economia e dell’ecologia, tuttavia non di rado confuse l’una con l’altra, ma in genere, quando si parla di territori abitati, il concetto di commons più apprezzato è quello della politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009: i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono a essere non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l’uso da parte di un soggetto impedisce l’uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite (o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie. In tal senso, la gestione diretta – e quindi tendenzialmente democratica – dei commons da parte delle comunità è, in generale e a certe condizioni, più efficiente e sostenibile della gestione eterodiretta da parte privata o pubblica, ciò perché più legata a un interesse pratico e sussistenziale nonché a elementi storici, culturali, esperienziali, identitari che una gestione privata o una meramente politico-amministrativa non possono garantire, semplicemente perché non ce l’hanno nel proprio dna (qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo).

Posto ciò, i territori di montagna, tendenzialmente delicati e “difficili”, sono quelli dove la gestione dei beni comuni è non solo più evidente ed emblematica, ma risulta del tutto necessaria per lo sviluppo armonioso delle comunità residenti nella relazione con i luoghi abitati, vissuti e sfruttati e per la reciproca salvaguardia. L’economia delle Alpi, ovvero quell’insieme di attività che garantisce la sussistenza e il benessere, include una tradizione multicentenaria di gestione collettiva di beni e risorse. Di fatto nelle Alpi ancora oggi esistono istituzioni di proprietà collettive, leggi di uso civico e pratiche culturali che tramandano e tutelano questa gestione collettiva. Ogni territorio alpino ha i propri beni comuni e commons, intesi come sistema sociale ed economico che si crea attorno ai beni comuni.
Per contribuire alla vitalità delle Alpi, i commons, come sistemi sociali, devono essere inclusivi e aperti al dialogo col mondo che cambia. Donne, giovani e nuovi abitanti, spesso esclusi dalla gestione dei beni comuni alpini tradizionali, devono poter partecipare al processo di presa di decisione. Le loro idee e i loro punti di vista sono fonte di rinnovamento e rivitalizzazione attorno a progettualità concrete. Allo stesso tempo vanno tutelati da tendenze che vogliono omologare e ridurre i processi di cogestione al solo criterio dell’efficienza perché è proprio il tempo, l’incontro e le relazioni che danno forma alla comunità attorno alla cura di un bene, che quindi diventa comune e contribuisce allo sviluppo della resilienza socio-economica locale. Se una volta i beni comuni o le almende nelle Alpi, come boschi, alpeggi e malghe, servivano per sostenere la vita dura in questo territorio fragile, oggi essi tutelano la biodiversità, una cultura identitaria situata ma aperta e mantengono vivo il collegamento al territorio. Con questa tutela contribuiscono anche sensibilmente al sostentamento della comunità, perché integrano forme diversificate di economia e hanno al proprio centro la conciliazione tra il benessere delle persone e della natura.

È insomma un concetto e una pratica fondamentale, quella dei commons, da conoscere, comprendere e attuare, per il bene del mondo in cui viviamo e per garantire ad esso, ovvero per garantirci, un futuro più equilibrato e dunque più armonioso e fecondo – di beni materiali e immateriali, di evoluzioni, sviluppo, possibilità, progettualità, bellezza.

N.B.: ho tratto la riflessione sui commons alpini da “Alpinscena” nr.107, la rivista della CIPRA, il cui ultimo numero è dedicato proprio al tema dei beni comuni nelle Alpi.