È ancora montagna, questa?

Lavori di potenziamento dell’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Bobbio (Valsassina, Lecco); immagini gentilmente concessemi da Beppe Rusconi, membro dei Ragni di Lecco e Accademico CAAI, scattate il 19 giugno scorso.

Ora: si dirà che sono lavori “necessari”, “non prorogabili”, “indispensabili”, magari che così l’impianto “sarà più efficiente e sostenibile”, che poi “tutto tornerà come prima”… eccetera.
Sarà, ma mi viene da chiedere: è ancora montagna, questa? È ancora Natura, è ancora ambiente naturale quello così pesantemente modificato, spianato, scavato, alterato nelle sue morfologie, riempito di tubi e di cavi e di altre amenità tecnologiche al solo scopo di venderlo meglio? Non vi pare lo stesso caso del tappeto pregiato che abbellisce il salotto di una casa ma sotto il quale è stata nascosta tutta la polvere così che non si dica che la casa è sporca e trasandata?

Da che l’uomo ha abitato le montagne le ha modificate per viverci meglio, e non esiste quasi alcun lembo di catena alpina che non presenti qualche intervento antropico. Ma a tutto c’è – ci deve essere un limite, in primis quello derivante dal più naturale buon senso. In certi casi ci si trova ormai di fronte a una montagna di plastica, un simulacro di Natura alpestre artefatto ad arte per essere venduto come “vero” ma in realtà pesantemente manipolato e dunque sostanzialmente falso. Una patacca venduta come oggetto prezioso e acquistata da chi non è più capace di distinguerne il reale valore.

Ribadisco la domanda: è ancora montagna, questa?

D’altro canto, ovunque la trasformazione antropica del territorio abbia smarrito il necessario equilibrio con le sue peculiarità geografiche, ambientali, paesaggistiche, climatiche, inesorabilmente ne sono scaturiti dei gran danni. Facilmente prevedibili, peraltro, con un minimo di senno e di buon senso. Ma pare che oggi chi gestisce un certo turismo di massa, sulle montagne soprattutto, abbia scelto di spegnere la mente e i sensi e correre dritto verso il baratro lasciando dietro di sé dei gran disastri (oltre a un sacco di soldi pubblici), incapace di imboccare vie più logiche, assennate e per ciò sicure nonché benefiche per i propri territori. Un pericoloso esempio di analfabetismo funzionale in salsa turistico-alpina, in pratica.

A questo punto, tanto vale costruire delle enormi montagne gonfiabili ricoperte di neve di plastica, da mettere in piedi al bisogno per il più facile seppur dispendioso sollazzo. Esattamente come le bambole gonfiabili, buone per chi non sappia fare quel che vuole fare in modi più autentici, ecco.

Notarella finale: nel sito web dei Piani di Bobbio, a stagione estiva cominciata, le webcam che mostrano il luogo casualmente sono spente. Occhio non vede, cuore non duole – animo non s’incazza. Forse.

P.S.: nuovamente ringrazio di cuore Beppe Rusconi per la concessione delle foto, e ugualmente Giovanni Ponziani che ha fatto da tramite facendomi conoscere le circostanze di cui avete appena letto.

L’invasione delle panchine giganti

Fatti di Montagna”, il sito web che racconta la montagna sotto molteplici punti di vista curato da Luca Serenthà, ha dedicato di recente, nella propria rubrica “Fatti e misfatti”, un articolo alla questione “panchine giganti” (o “Big Bench”) e altre amenità turistiche della montagna contemporanea, nel quale Roberto Serafin offre un ottimo sunto sul tema – citando anche il sottoscritto, e lo ringrazio molto per la considerazione – mettendo peraltro in luce un mistero tutto italiano, riguardo le “panchine giganti”: ce ne sono 218 in Europa, perché ben 214 sono in Italia e solo 4 in altri paesi?

Serafin afferma che «non si può che parlare di invasione, per le panchine giganti» e posto il “mistero” suddetto, non si può che dargli ragione. Vero è che il progetto parte dall’Italia (su un’idea però concepita altrove) ma ciò non pare poter giustificare un tal smodato proliferare, la cui imponenza mina da sola il principio di fondo del progetto enunciato dai promotori dello stesso il quale, da proposta di valorizzazione di un luogo e di un paesaggio, appare sempre più come mera valorizzazione di se stesso a prescindere da ciò che di bello si trova intorno, in tal modo generando una fruizione del paesaggio assolutamente superficiale e decontestuale, priva di qualsiasi processo di consapevolezza culturale del luogo e delle sue peculiarità, mirata solamente a suscitare emozioni in formato “social” le quali, per carità, ognuno è libero di manifestare ma che rispetto al senso del luogo e alla sua valenza culturale appaiono quanto mai distanti.

In effetti molti autorevoli commentatori di cose di montagna (ambito al quale le Big Bench vengono imposte più frequentemente e con maggior impatto) hanno scritto in giro per il web sulle “panchine giganti” e posto in evidenza il biasimo al riguardo, attraverso i vari commenti, di tantissimi utenti del web frequentatori degli ambienti naturali (qui, ad esempio, lo ha fatto Pietro Lacasella). La “panchina gigante” in quanto oggetto può anche risultare divertente, d’altro canto è un giocattolone che richiede un uso prettamente ludico di essa, e chi l’apprezza infatti rimarca spesso tale “dote”. Peccato che non sia questo il nocciolo della questione: non è l’oggetto in sé il problema (anche se nei luoghi dove viene installato appare veramente decontestuale, invasivo e disturbante) ma ciò che provoca ovvero, come ribadisco, una fruizione del paesaggio totalmente mirata all’aspetto ricreativo e per nulla a quello culturale, una fruizione deresponsabilizzata rispetto al luogo e sterile riguardo la sua effettiva comprensione, e senza che la sua presenza generi un processo di presa di coscienza riguardo il luogo, il suo ambiente, le sue caratteristiche, il suo Genius Loci.

Scova le differenze! (In alto: Triangia, Valtellina, Italia; foto tratta da visitasondrio.it. In basso: Silvaplana, Engadina, Svizzera; foto di Uwe Conrad da Unsplash.)

Mi verrebbe da pensare male e “fare peccato” (ma forse indovinare, come recita il noto motteggio?) e ritenere che quella proliferazione italiana di panchine giganti, al netto della genesi indigena, si possa ricollegare alla manifesta scarsa presenza di sensibilità e di consapevolezza che in Italia si rileva rispetto ai temi dell’ambiente e del paesaggio in generale – una scarsità indotta dalla correlata, sostanziale assenza di una cultura politico-istituzionale al riguardo ovvero, per farla semplice, che tutte quelle panchine giganti siano lo specchio di un paese e della sua sbiadita immagine culturale in relazione alle questioni suddette. Ma, appunto, non vorrei apparire un “peccatore” fin troppo incallito quantunque, forse, indovinante, e in ogni caso la mia idea sul tema l’ho espressa più volte chiaramente, vedi qui sotto. D’altro canto sono certo che alla ben determinata situazione evidenziata in forma di precisa domanda da Roberto Serafin su “Fatti di Montagna” ognuno possa trovare una buona e obiettiva risposta.

Davide Sapienza, “Ultra Orobie”

Quello che uscirà venerdì 10 giugno in allegato gratuito con il “Corriere della Sera” nelle province di Bergamo e Brescia, come vedete qui sopra, è un libro di Davide Sapienza e, per quanto mi riguarda, tanto basta per recarmi in edicola appena posso, venerdì, e accaparrarmelo.

Ma se a qualcuno questa mia affermazione potrebbe sembrare eccessivamente “di parte”, sappia che a, lo è (riguardo Sapienza e i suoi libri, ovviamente) e b, ho avuto la fortuna di leggerne qualcuno, almeno parzialmente, dei reportage che formano il volume nonché molti dei suoi Sentieri d’autore pubblicati dal 2014 in poi sullo stesso quotidiano, e la lettura di ciascuno di questi testi ha rappresentato un piccolo/grande viaggio geopoetico nel cuore delle montagne lombarde (e non solo lì) nonché la preziosa testimonianza di un dialogo sincero e profondo con il Genius Loci di ogni luogo narrato. Qualcosa di oltre modo prezioso e importante, insomma: non solo per capacitarsi della bellezza del nostro territorio ma anche, e forse di più, per comprendere quanto sia bello viverci in armonia e nella consapevolezza piena del suo valore.

Ci si vede in edicola, dunque, venerdì prossimo! E se volete scaricare la locandina in testa al post (in pdf), cliccateci sopra.

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.

Cartoline #5

Il Monte Legnone, la vetta più alta della provincia di Lecco, sovrastante l’imbocco della Valtellina e l’alto Lago di Como, ha un’altitudine di 2609 m che non la pone certo tra le cime maggiori delle Alpi (posto poi che geograficamente sarebbe un rilievo prealpino). Di contro il Legnone può vantare una delle maggiori prominenze in assoluto della catena alpina: infatti, se si considerano le rive del lago come il punto più basso del territorio prossimo al monte, a una quota media di 197 m, la prominenza del versante Nord Ovest del Legnone è di ben 2.412 m: una delle più rilevanti di tutte le Alpi, appunto. Una peculiarità già rilevata dai viandanti del passato, al punto che qualcuno di essi riteneva addirittura il Legnone una delle vette alpine più elevate e ancora nel 1836 Giuseppe Medici, nel suo Saggio della storia naturale del Monte Legnone e del Piano di Colico, appuntava che «Degna di rimarco è l’osservazione del celebre cavalier Pini, il quale rilevò presentar esso dalla cima alla base del triangolo descritto il pendio più alto e continuato stato sinora osservato non solo nei monti vicini, ma eziandio nei più elevati d’Europa.»