Teglio, in Valtellina, prova a ridefinire il proprio turismo (eliminando lo sci, possibilmente!)

A Teglio, in Valtellina, con il progetto “Prato Valentino 2050” è stato messo in atto un interessante e apprezzabile percorso di ridefinizione dell’offerta turistica locale, finanziato dalla Fondazione Cariplo e curato da alcuni soggetti di indubbio prestigio come l’Unimont – Università degli studi di Milano, polo di Edolo, e l’Università degli Studi di Milano Bicocca, a supporto degli enti e delle associazioni locali che partecipano al progetto. Per chi non lo sapesse, Prato Valentino è la zona prettamente turistica di Teglio, posta a 1660 metri di quota, dove si scia(va) e dalla quale partono molti dei più bei itinerari turistici del territorio: un luogo bellissimo dotato di panorami tra i più vasti immaginabili e, per ciò, di potenzialità enormi per un turismo dolce, contestuale all’ambiente naturale e consapevole delle grandi valenze paesaggistiche e culturali del luogo.

Teglio, come accennato, è l’ennesima stazione sciistica ormai prossima alla fine, anche perché il suo piccolo comprensorio è posto su versanti rivolti a sud, ormai inadatti ala conservazione della neve al suolo, sia quella naturale che la neve artificiale. D’altro canto ricordo bene – perché ne scrissi, era il 2022 – il tentativo alquanto grottesco da parte del Comune locale di rilanciare l’attività sciistica con un’iniziativa in project financing che non ebbe alcun successo: ovviamente fu così, viste le circostanze. Lo stesso progetto ora in corso ha rilevato un numero di biglietti venduti nella stagione sciistica 2023/2024 pari a soli 3.350, mentre i passaggi sono stati 13.241 contro i 41.098 della stagione 2013/2014, con un netto calo in dieci anni del 68 per cento. Dati che dichiarano da subito insostenibile qualsiasi prosecuzione dell’attività sciistica a Teglio.

[Quando a Teglio si tentava di realizzare l’irrealizzabile. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]
Come ben dichiara Chiara Sesti dell’associazione Val.Te.Mo, costola operativa del Polo Unimont dell’Università degli Studi di Milano, «Teglio è una località dove l’affluenza turistica è già destagionalizzata come ci dicono i dati delle presenze. Sempre meno persone, però, vanno a sciare e cercano altro. Che Teglio è in grado di dare, per cui dobbiamo capire insieme quale offerta costruire a Prato Valentino». Anche Monica Bernardi, dell’Università di Milano Bicocca, ha rilevato la necessità di dare forma a «un nuovo modo di vivere la montagna. I dati dimostrano che, laddove si diversifica l’offerta turistica, si riesce a contenere meglio l’impatto della crisi. E, con diversificare l’offerta, si intende rendere la montagna luogo di esperienza ecologica, culturale e relazionale, riconnettersi con la natura, apportare un cambiamento sistemico. Ci sono territori che stanno già cominciando a lavorare in questo senso».

Posti tali rilievi, mi sembra di poter dire che Teglio e il “suo” Prato Valentino, con l’omonimo progetto e godendo della fortuna di avere dalla sua parte dei partner scientifici di gran pregio e capacità, ha l’occasione di convertire la potenziale figuraccia che il perseguimento di quelle mire sciistiche del tutto insensate faceva rischiare, nella creazione di un modello di accoglienza turistica di grande valore, altrettante potenzialità, per certi aspetti innovativo e certamente esemplare per altre località simili. La cosa importante, ribadisco, è che abbia la lucidità e il coraggio di dichiarare conclusa la propria era sciistica bonificando l’area sulla quale insisteva il comprensorio da qualsiasi manufatto relativo, rinaturalizzandone le zone che lo necessitano.

In effetti anche quest’opera sarebbe ampiamente apprezzabile e, ancora oggi, piuttosto “innovativa” (quasi rivoluzionaria, soprattutto rispetto a molte altre località che invece insistono pervicacemente e ottusamente su un’attività sciistica ormai palesemente insostenibile), sia materialmente, con la bonifica del territorio totalmente ridonato alla frequentazione sostenibile, e sia immaterialmente, come azione di matrice anche culturale per molti versi pure più esemplare della prima.

Dunque mi auguro che Teglio prosegua con convinzione ed energia lungo la strada intrapresa con “Prato Valentino 2050”, e che possa diventare un modello virtuoso per tante altre località, valtellinesi e non solo. Le montagne hanno un grande bisogno di tali buoni esempi: spero che a Teglio se ne rendano conto pienamente.

N.B.: le immagini fotografiche che vedete sono tratte dal sito web www.teglioturismo.com

Costruire nuove strade? Serve solo a creare nuovo traffico

[Foto tratta da it.pngtree.com/.]
Per i miei vari impegni mi ritrovo sempre più spesso a viaggiare in auto sulle strade del nord Italia, sia lungo le arterie autostradali che sulle strade che si immettono nelle valli alpine, e in modo altrettanto crescente mi ritrovo bloccato nel traffico che ingolfa ormai ovunque la rete viabilistica nazionale in orari diurni, non solo attorno alle grandi città. È una situazione ormai insostenibile, per molti versi assurda (a volte vedere strade con tre o quattro corsie per carreggiata totalmente occupate da veicoli fa pensare alla scena di qualche film catastrofista, non all’ordinaria quotidianità), e lo diventa maggiormente e in modi viepiù irritanti quando si sente la classe politica proporre, come “soluzione” a questa situazione, la realizzazione di ulteriori nuove strade, sia in pianura che nelle vallate alpine.

Ma ormai lo sanno anche i sassi che qualsiasi nuova strada, in mancanza di una gestione territoriale strutturata a lungo termine del traffico e del movimento di veicoli, integrata con quella del trasporto pubblico, diventerà in breve un’ennesima strada bloccata dal traffico, dunque pure un’altra fonte di consumo di suolo nonché di grave inquinamento acustico e dell’aria! Da mezzo secolo esiste un principio matematico che lo dimostra, il Paradosso di Braess, dal nome dello scienziato che lo rese noto nel 1968, il quale conclude che:

Un’estensione della rete stradale può causare una ridistribuzione del traffico che si traduce in singoli tempi di esecuzione più lunghi.

Cioè percorrenza più lenta, ovvero maggior traffico.

Ma come fa la classe politica a non capirlo?

Una risposta ce l’avrei ma non voglio rischiare querele da qualche rappresentante istituzionale, di quelli che invece spingono a spron battuto sulla realizzazione di nuove strade nonostante quanto ho appena rimarcato e fregandosene del parere totalmente contrario della popolazione dei territori interessati. Un caso attuale assai emblematico è quello relativo alle nuove tratte della Pedemontana lombarda, che sta distruggendo terreni e boschi nella regione già più trafficata, cementificata, inquinata e insalubre d’Italia e, di contro, dotata di una delle reti di trasporti pubblici locali più malmessa e peggio gestita:

Già, perché ai signori politici giammai viene in mente di investire il denaro pubblico, invece che in nuove assurde strade, nel potenziamento nella suddetta rete di trasporti pubblici, nell’intermodalità logistica, nel portare la gran parte del trasporto di merci dalla gomma (ma ci fate caso a quanti TIR circolano sulle nostre strade?) alla ferrovia, nella mobilità sostenibile, nel migliorare la vivibilità dei territori attraversati dalle grandi arterie stradali…

No, pensano solo a costruire nuove strade, quelli. Che, posta la realtà delle cose, è una soluzione al traffico insostenibile pari a quella che, se una nave imbarca acqua dalle falle nello scafo, invece di tappare quelle falle le si potenzia i motori pensando che, facendola andare più veloce, l’acqua non abbia il tempo di entrarci dentro. Invece non si fa altro che accelerarne l’affondamento.

[L’autostrada BreBeMi, una delle opere più fallimentari mai costruire in Italia.]
Per giunta, oltre al danno la beffa. L’autostrada BreBeMi, una delle ultime grandi arterie stradali costruite in Lombardia, incensata dalla politica come la “soluzione definitiva” ai problemi della ipertrafficata autostrada Milano-Bergamo-Brescia, ha ormai accumulato debiti per oltre due miliardi di Euro.

Due-miliardi-di-Euro. Già. Dei quali cinquanta milioni nel solo anno 2024, quale perdita inscritta in bilancio. Senza contare gli altri problemi che ha, persino peggiori.

E chi credete che li dovrà ripianare, prima o poi? Qualche magnanimo supermiliardario? Il lascito di qualche vecchia nobildonna? Quei politici che l’hanno voluta e ne hanno glorificato le doti, di tasca loro?

Ovviamente no, nessuno di questi, gli ultimi citati in particolar modo. E la risposta esatta la sapete, la sappiamo tutti.

P.S.: nel frattempo, in Svizzera

Un buon futuro o un gran disastro per il Monte San Primo?

Come ho rimarcato tante volte, la “battaglia” in corso per la difesa del Monte San Primo (nel Triangolo Lariano, Provincia di Como) dall’assurdo progetto per il quale si vorrebbero installare impianti sciistici a 1100 metri di quota dove da anni non nevica più – progetto che molti di voi conoscono ormai bene, per come le proteste al riguardo siano vaste, costanti e internazionali – non è solo un’iniziativa a difesa di una montagna, ma un’azione civica e politica (nel senso più alto del termine) emblematica per tutte le nostre montagne sottoposte a progetti illogici e impattanti, siano essi turistici o no. Un’azione che vive e si alimenta soprattutto della grande passione che innumerevoli persone manifestano per il San Primo e della sensibilità per le montagne e per il loro futuro. Che è qualcosa che riguarda tutti, così come un danno perpetrato ad esse nuoce a tutti, anche a chi la montagna nemmeno sappia cosa sia.

Quindi, riflettere e discutere sul futuro del San Primo, come si farà questa sera alle sue pendici, al leggendario Passo del Ghisallo vicino Magreglio, equivale a ragionare sul nostro futuro, sul mondo nel quale vogliamo vivere e della cui bellezza vogliamo godere ovvero su ciò che la mente e il cuore ci dicono essere azioni chiaramente sbagliate, irrazionali, scriteriate, dunque da dover contrastare e per quanto possibile inibire nel futuro – anche per non esserne complici con il mero disinteresse silente. Per il bene dei nostri territori, per il bene di tutti noi.

Trovate tutti i dettagli sull’incontro di questa sera nella locandina lì sopra. Per saperne di più sulla questione del Monte San Primo e restare aggiornati al riguardo potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui. Invece qui trovate buona parte degli articoli di approfondimento che nel tempo ho dedicato alla vicenda.

Il Monte San Primo e la paranoia (dello sci)

In psicologia si parla di paranoia quando un soggetto elabora in modo lucido un sistema di credenze e convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà: ad esempio la convinzione di essere perseguitati o di sentirsi concretamente minacciati da qualcosa.

Anche da una montagna, a quanto pare.

Già, perché a leggere sui media che il progetto di nuovi impianti e piste da sci sul Monte San Primo, appena sopra i 1000 metri di quota dove ormai non nevica più e fa troppo caldo per produrre neve artificiale, va avanti nonostante l’opposizione di tutti, e ripeto tutti – ambientalisti, alpinisti, residenti, turisti, tecnici, scienziati ed esperti di vari settori, appassionati di montagna, cittadini comuni… t-u-t-t-i, ribadisco di nuovo, in Italia e all’estero – vista la totale insensatezza del progetto, fa pensare inevitabilmente a una sorta di disturbo psicotico, una paranoia appunto. Non c’è altra spiegazione, ormai.

Non a caso il termine «paranoia» deriva dal greco antico παράνοια che significa follia, insensatezza.

Evidentemente gli amministratori locali che stanno portando avanti a qualunque costo il progetto, innanzi tutto a danno del Monte San Primo, si sentono minacciati o perseguitati dalla montagna. In altre parole, ovvero altrettanto evidentemente, non la amano affatto nonostante siano i suoi amministratori, se ne sentono alienati al punto da volerle infliggere una rivalsa, uno sfregio attraverso il quale manifestare il loro disprezzo verso il San Primo, il suo ambiente naturale, il suo paesaggio peculiare. Costruendoci a spese dei contribuenti delle infrastrutture sciistiche che mai si potranno compiutamente utilizzare, che nascono già fallite, pronte da subito per essere rottamate.

Ed è evidente che disprezzano pure chi paga le tasse, visto come intendono sprecare in tal modo i soldi pubblici che ne derivano.

A fronte di tale psicosi paranoica, del tutto irrazionale, c’è innanzi tutto un rimedio da mettere in campo: la razionalità, variamente manifestata dal buon senso, dalla sensibilità verso la montagna e il paesaggio, dalla coscienza civica, dalla consapevolezza risoluta che non si può commettere un atto tanto distruttivo e folle su una montagna così bella, così amata da tanti, così speciale e referenziale per tutta la circostante regione prealpina lombarda.

Non si può e non si deve.

Perché a tutto c’è un limite e ogni cosa deve avere un senso, ancor più quando realizzata nell’ambiente naturale. Costruire impianti e piste da sci sul Monte San Primo, con tutti gli annessi e connessi previsti dal progetto – cannoni sparaneve, bacini artificiali, nuove strade, nuovi parcheggi… – non ha alcun senso e va oltre ogni limite di decenza. Punto.

N.B.: per essere costantemente informati su quanto accade sul Monte San Primo, sulla sua salvaguardia e sulle iniziative attuate al riguardo, potete visitare il sito del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

P.S.: i collage di immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”.

Monte San Primo… di aprile!

È piuttosto strano che, giunti ormai alla metà pomeriggio del 1° di aprile, giorno che tutti associamo alle tradizionali burle ittiche, non sia ancora avvenuto ciò che tutti si aspettano oggi accada e in particolar modo sui monti del Triangolo Lariano, ovvero che gli enti promotori del progetto sciistico sul Monte San Primo, con il quale si è annunciato di voler installare nuovi impianti e piste da sci a poco più di 1.000 metri di quota, esclamino pubblicamente

Pesce d’aprile!!! Ahahahahah! Ma veramente avete creduto che si potesse sciare sul San Primo, dove non nevica veramente più da anni e anni, e che ci facessimo degli impianti spendendo soldi pubblici? Pensavate che eravamo così pazzi a portare avanti un progetto così assurdo?!?

…e via di questo passo.

D’altro canto, i primi articoli sul progetto uscirono proprio a ridosso del primo di aprile di tre anni fa e da subito fecero pensare a molti a un bizzarro scherzo, anche parecchio divertente, in effetti, vista la sua evidente assurdità. Ma, come si dice in questi casi, lo scherzo è bello quando dura poco e, ad oggi, va avanti da tre anni, appunto. Quindi, c’è da aspettarsi che entro la serata di oggi la burla dello sci sul Monte San Primo venga finalmente rivelata, tra il gran sollievo e le conseguenti risate liberatorie di tutti. Non resta che attendere fiduciosi!

N.B.: per saperne di più su questo folle scherzo del San Primo, potete visitare questa pagina.