Contare sul buon Dio non serve

Per ora la montagna è seduta da brava dietro il paese come una nonnina, ma non voglio sapere ancora per quanto. Tuona, lui prende l’ombrello dal sacchetto di plastica. Anche il Benedict era convinto di poter contare sul buon Dio e voleva solo finire di tagliar l’erba attorno alla sua baita, quel mucchio di assi che se ne stava in mezzo al prato come un pacco sorpresa, e invece è arrivata la montagna. Mh, la osserva. Alla vita non scampiamo, dice lui, ma neanche morire val la pena, costa troppo caro.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.69-70.)

Ecco, a proposito di “scrittura come viaggio“, a leggere Camenisch è come fare un viaggio – lento, a piedi o qualcosa del genere – in lungo e in largo per le Alpi grigionesi e dentro il piccolo/grande mondo, oltre modo sorprendente, che racchiudono. Un’esperienza che vi consiglio caldamente: nella sezione del blog dedicata alle “recensioni” trovate i miei articoli dedicati a tutti i libri dello scrittore svizzero pubblicati in italiano.

 

Fame di luoghi

[Una delle suggestive “corografie” artistiche e psicogeografiche di Londra disegnate da Stephen Walter. Immagine tratta da qui.]

Corografia, non topografia. Paul Devereux, nel libro Re-Visioning the Earth, opera questa distinzione. Gli antichi greci, racconta, «avevano due definizioni di luogo, chora e topos». Devereux cita Eugene Victor Walter e definisce il turismo spirituale «una modalità complessa ma coerente di osservazione attiva». Esattamente la metodologia di Renchi, perfezionata dopo anni di tentativi riusciti e no, di false partenze. Il corografo ha fame di luoghi: «luogo come potenza espressiva, luogo come esperienza, luogo che innesca il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica».

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.140.]

È molto bello e significativo, questo passaggio del libro di Sinclair: dall’interpretazione della differenza tecnica tra corografia e topografia, che in essa si palesa soprattutto come diversità concettuale, lo scrittore inglese deriva una definizione assai suggestiva di/per chi si possa definire un autentico viaggiatore (il “turista spirituale” di Sinclair, che così lo differenzia dal “turista-di-pancia” contemporaneo): uno che ha fame di luoghi ovvero non solo di morfologie, orizzonti e panorami ma di spazi abitati in cui percepire e comprendere l’interazione ambientale tra ogni elemento che li rende vivi (in primis la presenza umana ma non solo quella) ovvero li identifica come veri “luoghi” e non mere località, dai quali poi ricavare quelle sensibilità che unite al personale bagaglio culturale – «il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica», nelle parole di Sinclair – formano la definizione di “paesaggio, per come è anche oggi acquisita dalla geografia umana e da quanto ad essa correlata.

N.B.: per la cronaca, Paul Devereux è lui, Eugene Victor Walter (1925-2003) è stato un sociologo e scrittore americano i cui testi non mi pare siano mai stati pubblicati in Italia (o in italiano), “Renchi” è Renchi Bicknell, artista britannico amico di Sinclair e suo compagno di esplorazioni psicogeografiche urbane, come quelle descritte in London Orbital. Sulla differenza tra chora e topos provate a leggere qui.

Il Covid e le (troppe) parole

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

L’è andà così

“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”

(Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, 1a ediz. 1962.)

Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern, che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.

P.S.: in verità pubblicai questo articolo quasi tre anni fa, nel maggio 2018, dunque prima dell'”uragano” provocato dal Covid e di tutto quanto di correlato è accaduto. Tuttavia, non so, ma a me pare che le parole di Rigoni Stern e le pur fugaci riflessioni che ne trassi allora siano del tutto valide anche oggi, proprio pensando a tutto ciò che è accaduto per il Covid. Già.

Ettore Castiglioni, Giusto tra le nazioni

Tempo fa qui sul blog, e più d’una volta, mi sono occupato di Ettore Castiglioni, bellissimo personaggio, non solo uno dei più grandi alpinisti italiani di sempre, decorato della medaglia d’oro al merito alpinistico, ma pure un uomo di grandissimi e nobilissimi valori al punto da essere riconosciuto Giusto tra le nazioni per la sua attività di salvataggio di centinaia di antifascisti, tra i quali Luigi Einaudi, ed ebrei perseguitati dalle leggi razziali fasciste, che egli accompagnava oltre confine, in primis verso la Svizzera, proprio grazie alla sua esperienza di montagna.

Mi occupai inizialmente di Castiglioni proprio per una (triste) vicenda legata ciò che colsi come buona occasione per rimarcare la grandezza del personaggio: a tal riguardo, lo scorso 6 marzo si è celebrata la “Giornata Europea dei Giusti, ennesima ricorrenza tanto trascurata e per questo infruttuosa quanto di innegabile valore (almeno) simbolico, e in tale occasione i conterranei nativi di Castiglioni (di famiglia milanese ma nato a Ruffré, in Val di Non) Michele, Roberto e Paolo Vita, che si dedicano da tempo alla conoscenza della figura di Castiglioni con diverse iniziative al riguardo, hanno voluto ricordare l’appartenenza di Castiglioni al novero dei Giusti tra le nazioni con un breve e suggestivo video, che mi hanno inviato e ora io vi propongo, seppur con qualche giorni di ritardo rispetto alla giornata suddetta – ma, inutile dirlo, il valore di certe figure è assoluto e perenne in ogni giorno dell’anno.

Ringrazio molto Paolo Vita, in particolare, per avermi inviato il video; per qualsiasi approfondimento sulla vita e le opere di Ettore Castiglioni potete rivolgervi a lui, all’indirizzo email che trovate alla fine del video.

Buona visione!