L’unica certezza, tra Israele e Palestina

Finita l’ennesima messinscena bellica – il termine è duro e forse irrispettoso per i poveri morti, ma io la penso così, come ribadisco, – tra Israele e Hamas, il cui solito copione è stato anche questa volta rispettato senza alcuna modifica (proteste, prime scaramucce, scambio di accuse, razzi da Gaza su Israele, bombardamenti di Israele su Gaza, diplomazia che lentamente si muove, cessate il fuoco, tregua, pace armata e amen), noto sui media internazionali una foto tra le tante (in Italia è sulla prima pagina de “la Repubblica” del 22 maggio, come vedete – cliccateci sopra per ingrandire l’immagine) che, a mio parere, rappresenta bene l’unica e concreta certezza della realtà storica del Medio Oriente israelo-palestinese. Quei bambini che con il padre (suppongo) fanno il segno della vittoria tra le macerie dei bombardamenti, palestinesi o israeliani che siano, non stanno facendo altro – loro malgrado – che introiettare nella propria interiorità la guerra, ovvero la possibilità e la “normalità” di una condizione di violenza e di morte che, facilmente, riporteranno fuori da adulti perpetuandola come qualcosa di naturale e, dal loro punto di vista, di “giusto”. Sono bambini ai quali lo stato di scontro generale e costante tra i due stati insegna la guerra, praticamente: vengono “educati” ai suoni, ai rumori, alle visioni di morte e distruzione in un modo che, ripeto, inevitabilmente diverrà per loro “cultura” – distorta, barbarica, devastante ma tale, antropologicamente parlando. Nessuno lì, e nessuno altrove, insegna loro la pace, la possibilità del dialogo, del confronto moderato e pacifico: ciò significa che anche nei prossimi anni, cioè nel futuro di quei bambini che diventeranno adulti e di quella parte del mondo che essi abiteranno, la presenza della guerra sarà garantita.

Tutto questo a meno che non vi sia un ribaltamento totale della situazione tra Israele e Palestina, della percezione di essa, delle idee e delle ideologie, dei comportamenti e degli atteggiamenti, della cultura, nonché una reale, autentica volontà politica locale, regionale e internazionale di conseguire una altrettanto reale pace tra i due popoli e, finalmente, un equilibrio geopolitico accettabile e condiviso. Ovvero, cose che a me pare non siano per nulla in vista, nemmeno verso il più lontano orizzonte, e che palesemente nessuno tra i “potenti” in gioco desidera. È una guerra funzionale, come ho affermato nel mio precedente post sul tema, verso la quale nessuno mostra la volontà di non renderla perenne. Con “buona pace” dei bambini della Striscia di Gaza, del Sud di Israele e del mondo che vivranno – e vivremo noi tutti.

 

La lettura sempre diversa del paesaggio

Il bello del paesaggio è che non è mai uguale a se stesso. E ciò non solo perché cambiano la veduta, la luce, i colori, le stagioni, la meteo, il clima e ogni altro fattore che può variare la percezione sensoriale del territorio, ma soprattutto perché cambiano noi, che il paesaggio lo creiamo in quanto elemento cognitivo e culturale: «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori.» come ha ben detto Lucius Burckhardt.

D’altro canto, occorre saper coltivare la giusta sensibilità per cogliere nella visione del territorio ciò che contribuisce a svelarne le peculiarità, momentanee o permanenti, e per far sì che la generazione culturale del conseguente paesaggio disveli cose che prima non si erano mai notate e còlte le quali spesso si rivelano fondamentali per l’apprezzamento e la comprensione del luogo che si sta osservando. Il fatto poi che le tecnologie contemporanee possano aiutare molto questa pratica di osservazione paesaggistica – ad esempio potendo vedere un luogo da remoto, grazie alle live webcam lì presenti – acuisce molto l’interesse e il fascino “didattico”.

Ecco dunque che la webcam panoramica attiva sulla vetta dello Zucco Orscellera, sopra i Piani di Bobbio (Prealpi Bergamasche, provincia di Lecco; località della quale vi ho già parlato qualche giorno fa ma per motivi diversi ovvero, diciamo, meno “nobili”), nelle condizioni ambientali e luminose del momento nonché con la neve in dissolvimento che evidenzia certe linee morfologiche della dolomitica conca dei Campelli (nel fermo immagine in testa al post), qualche giorno fa mi ha svelato con notevole chiarezza il più recente perimetro del letto del ghiacciaio che fino a qualche migliaio d’anni fa occupava la conca e, prima, l’intero anfiteatro dei Piani di Bobbio. Un apparato glaciale che, poste le caratteristiche della zona e l’esposizione, è stato probabilmente uno degli ultimi a estinguersi in questa zona, di altitudine relativamente modesta, delle Prealpi lombarde:

Insomma: bello, interessante e sempre didattico, appunto, osservare il mondo d’intorno e concepirne nonché cercare di comprenderne il paesaggio leggendone la sua realtà culturale in divenire. È un racconto continuo, una narrazione sempre intrigante, affascinante, illuminante e, soprattutto, necessaria per la tessitura di quella relazione fondamentale che dobbiamo avere alla base della nostra presenza nei luoghi in cui stiamo, senza la quale invece questa presenza si rivelerebbe piuttosto insensata e sarebbe nient’altro prodromica a una condizione di vero e proprio spaesamento. Cioè: “stare” in un luogo senza sapere dove e capire come: una cosa non esattamente onorevole per la razza che si ritiene la più avanzata e dominante al mondo, non trovate?

N.B.: cliccate sulle immagini per aumentarne il formato.

Evadere dalla prigione

[Immagine tratta da osservatorioglobalizzazione.it.]

Voi siete in prigione e tutto ciò che potete desiderare, se avete del buon senso, è di evadere. Nessuno può fuggire dalla prigione senza l’aiuto di coloro che sono già fuggiti. Solo essi possono dire in qual modo l’evasione è possibile e far giungere ai prigionieri gli utensili e tutto ciò che può essere necessario.

(Georges Ivanovič Gurdjieff, citato in Pëtr Dem’janovič Uspenskij, Frammenti di un insegnamento sconosciuto. La testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G.I. Gurdjieff, Casa Editrice Astrolabio, 1976, pag.37.)

A casa propria, nel bosco

Salgo lungo il sentiero, supero un ponticello in legno, svolto e attraverso una radura alla quale, sulla destra, fanno da limite alcuni grossi massi. I rumori del fondovalle sono assopiti ma ancora udibili, seppur in costante dissolvimento; non ci sono altri escursionisti in zona. La traccia si fa ripida, punta in direzione dell’apice del prato verso il bosco, lo contorna per qualche metro poi, con una piega a gomito verso destra, vi entra decisa.
E mi ritrovo qui:

Gli alberi dai tronchi possenti e dalle chiome vaste e folte, il cielo quasi invisibile ma la luce solare inondante lo spazio, ogni rumore ora del tutto svanito.

Nella mente, d’improvviso, come per via di qualche elucubrazione che ricava le sue giustificazioni dall’inconscio, più che da saperi acquisiti, e vi dà forma e le modella con la stessa materia dell’animo, la prima cosa che si fa intellegibile è un pensiero, una parola, un concetto ma forse anche di più: casa. Anzi, per meglio dire: oikos [1].

Poi, l’intelletto reclama il governo di questa inopinata percezione, la rimodella o la modifica, forse la storce ma, senza dubbio, crea qualcos’altro che lì, in quel momento, non mi sembra affatto fuori luogo: “heimat”, concetto da me studiato per tanto tempo, sostanzialmente indefinibile (chi lo ha definito sovente lo ha parimenti traviato) e dunque definibile in mille personali modi, magari pure antitetici tra di loro ma, in verità, necessariamente da cogliere e contestualizzare in determinati spazi e determinati momenti temporali, nonché in determinati stati d’animo. Ecco, non so bene perché ma credo che me lo potrei pure spiegare, se lo volessi, solo che penso che non sia così importante – insomma, lì, nel bosco, quella domenica mattina, lo stare lì con negli occhi esattamente quello che ho cercato di fissare nell’immagine che vedete, ho pensato prima a “casa” e poi a “heimat”.

Forse soltanto una particolare sensazione del momento, forse no, qualcosa di più profondo e articolato. Tuttavia, appunto, non trovo di dover forzare alcuna elucubrazione che non sia piuttosto un prodotto spontaneo e “naturale” del mio essere lì – nel senso duale del termine: in quanto essenza (io sono) e in quanto presenza (io sto). Il senso autentico delle cose e degli eventi quasi sempre scaturisce da sé, serve solo la facoltà di saperlo cogliere e comprendere nella sua autenticità, senza aggiungervi nessun’altra sovrascrittura. E il bosco – come pochi altri ambiti, io credo – è uno spazio, un ambiente, un luogo dentro il quale ciò avviene nel modo più evidente. Un luogo nel quale qualsiasi sovrascrittura umana, anche quando presente, diventa secondaria.

[1] Dal quale peraltro deriva il nostro prefisso eco-, quello ad esempio di “ecologia”.