[…] La pandemia ha messo in evidenza il raggiungimento di un punto di svolta che apre nuove opportunità nel turismo, nella protezione della natura e nei trasporti. Sono in molti ad avere scoperto la bellezza della natura nei loro immediati dintorni e ad avervi trascorso più tempo. Le destinazioni turistiche vicine alla natura ne hanno beneficiato, dovendo tuttavia affrontare conflitti d’uso e una sempre maggiore pressione sugli spazi naturali. Durante le fasi di lockdown, molti hanno dedicato maggiore attenzione alla propria dieta e all’importanza dei cibi regionali e stagionali, altri invece si sono visti confrontati con prospettive future incerte o addirittura con una minaccia della propria esistenza. La chiusura delle frontiere tra stati nazionali, regioni e comuni ha creato un fenomeno insolito nei villaggi alpini, lungo l’autostrada del Brennero e nei corridoi aerei: il silenzio. Improvvisamente, la gente si è resa conto come potrebbe essere la vita senza il rumore costante e i gas di scarico. Katharina Conradin, presidente della CIPRA Internazionale, è contenta che i temi della sostenibilità siano usciti «dall’angolo verde» e siano stati ampiamente discussi in pubblico. Ma secondo Conradin, la domanda più importante deve ancora emergere: «Vogliamo tornare al vecchio? O vogliamo invece cogliere le opportunità offerte da questo (non pianificato) nuovo inizio?» […]
(Tratto da Veronika Hribernik, Società alpina ad un punto di svolta, articolo pubblicato il 12/05/2021 su cipra.org; qui lo potete leggere nella sua interezza. Nota bene: l’articolo fa riferimento diretto alla regione alpina, in forza della mission della CIPRA, ma senza dubbio la questione è valida e importante per qualsiasi altro spazio abitato, antropizzato tanto o poco che sia.)
[Foto di Siamdragonshow, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Nel frattempo, in relazione al post di questa mattina e alla cronaca sulla quale disquisisce, trovo sempre alquanto spassoso (seppur ingenuamente, forse, lo ammetto) assistere, sul consueto palcoscenico teatrale italico, al cabaret melodrammatico inscenato dai saltimbanchi politici locali, gran zuzzurulloni al loro solito.
Così assisto alle peripezie della “destra” che sostiene – in parte per retaggio almirantiano – a spada tratta Israele perché gli altri sono “biechi terroristi arabi islamisti” (riassumo così il concetto) nel mentre che numerosi suoi votanti non esitano a usare il termine “ebrei” nel modo più sprezzante possibile riallacciandosi a un modello ideologico e a figure di riferimento (LVI in primis, certamente) che i genitori di molti israeliani di oggi li ha mandati a morire nelle camere a gas, d’altro canto smarrendo di colpo (chissà come mai?!) tutto il proprio “forte sostegno” per Israele quando da esso e da suoi esponenti politici e civili si ponga l’accento sulle responsabilità storiche della Shoah.
Dall’altra parte (?) c’è una “sinistra” che, salvo qualche frangia pervicacemente radicale, da sua tradizione ormai consolidata dice “cose” vaghe a favore di “qualcuno” (oggi di Israele, pare) con la stessa convinzione e forza ideologica di un cacciatore chiamato a sostenere le tesi di un convegno di animalisti – i quali per giunta rischierebbero persino di addormentarsi, a sentirlo parlare – ma poi non esita a intestarsi la difesa della memoria della Shoah, sapendolo tema assai inviso alla destra. È comunque divertente, a proposito di quei duri e puri con la kefiah sempre al collo – anche in spiaggia ad agosto in Costa Smeralda – constatare come il loro sostegno altrettanto incondizionato alla causa palestinese e, in generale, alla “libertà dei popoli oppressi”, li rende sodali a uno come il leader turco Erdogan, paladino della causa palestinese nel mentre che elimina una a una le libertà civili nel suo paese e, appena possibile, guerreggia contro i curdi che invece la “sinistra” più radicale supporta convintamente.
Nel mezzo delle due parti restano quei guitti che, temo, se gli si chiede di indicare su un mappamondo la posizione di Israele e della Palestina faticano non poco a identificarla (sempre che la trovino), ergo la loro parte di copione è importante come quella di certi figuranti le cui battute sono coperte dalla musica e nemmeno si notano.
Il solito “bel” teatrino italico, insomma, anche in questa circostanza, già. E il titolo dello spettacolo è lo stesso di questo post, ecco.
(Nella foto in testa al post: a destra gli esponenti della “destra”, a sinistra quelli della “sinistra”, in centro gli altri. Come dite? Vi sembrano tutti uguali? Eh, ma pensate che caso, vero?)
[Immagine tratta da qui.]Ciò che sta accadendo di nuovo tra Israele e la Palestina è la prova ennesima di un’evidenza geopolitica a mio modo di vedere ormai ben consolidata e, assurdamente, divenuta ordinaria: il conflitto israelo-palestinese continua non perché non si trovi ad esso una soluzione adeguata ma perché non lo si vuole risolvere, e ciò in quanto è diventato – assurdamente, ribadisco – funzionale agli equilibri di potere in gioco nella regione.
Alla leadership politica israeliana fa comodo avere un nemico così vicino, sufficientemente debole da non rappresentare una minaccia veramente importante ma abbastanza “fastidioso” da giustificare le azioni – politiche, militari, diplomatiche, ideologiche – nei suoi riguardi, nonché adatto a rappresentare e “a far le veci in loco”, per così dire, degli altri nemici di Israele, più lontani e più pericolosi. Di contro, alla reggenza palestinese – che vive del dualismo Fatah-Hamas, a sua volta assai “funzionale” alla realtà delle cose – pur a fronte della situazione drammatica del proprio popolo, fa comodo essere così prossimi a un tale “nemico assoluto”, al quale riportare e imputare qualsiasi colpa, responsabilità e causa dei propri mali, ben sapendo che – ulteriore paradosso regionale – in fondo la minaccia di Israele in qualche modo giustifica la sussistenza dello pseudo-stato palestinese, esattamente come la politica di occupazione dei territori palestinesi ne giustifica l’atteggiamento politico dei suoi leader, in primis quello maggiormente aggressivo di Hamas.
In forza di tale consolidata contraddizione geopolitica, la costante situazione di instabilità tra Israele e Palestina fa da valvola di sfogo alle tensioni dell’intera regione, i cui attori in gioco (interni e di prossimità come l’Egitto, l’Iran o la Siria ed esterni come USA, Arabia Saudita, Turchia, eccetera), usano i due contendenti per mantenere un equilibrio tanto precario quanto, a ben vedere, duraturo: il che dimostra bene perché alla diplomazia internazionale interessa sempre molto poco (salvo le solite dichiarazioni pubbliche di circostanza e gli appelli al cessate il fuoco) di questi reiterati momenti di guerra tra israeliani e palestinesi, e perché nessuno mai si sia impegnato seriamente nel cercare una risoluzione definitiva del conflitto, con le varie iniziative di pace o presunta tale messe in atto negli anni precedenti (Accordi di Oslo, Camp David, eccetera) che non sono mai state portate a termine e nemmeno realmente sviluppate per come furono previste e, sovente, solennemente firmate dai due contendenti.
Tutto ciò, insieme alla costante e reciproca propaganda di demonizzazione del nemico che viene alimentata nelle due comunità (provate a chiedere agli israeliani e ai palestinesi se veramente vogliono una pace incondizionata tra i propri stati: probabilmente tutti o quasi vi risponderanno di sì, di primo acchito, poi prendete carta e penna e mettetevi di buona lena a elencare tutti i “ma”, i “se”, i “però”…) che contribuisce non solo alla mancata risoluzione del conflitto ma soprattutto all’assenza di una reale volontà ovvero di una autentica predisposizione culturale e ideologica in tal senso nelle rispettive opinioni pubbliche, che obiettivamente non sembrano affatto pronte ad accettare un nuovo, pacifico e durevole status quo.
Quindi, secondo me, di “guerra” tra israeliani e palestinesi dovremo sentire parlare ancora per molto tempo. D’altro canto, lo si è capito bene da qualche secolo: la Terra sarebbe un bellissimo posto nel quale vivere, se non fosse per alcuni (e non pochi) degli esemplari della razza che lo domina, la quale ha fatto della guerra una delle sue maggiori e più manifeste forme di “vitalità”. Mi scuso per un epilogo così sconsolato, a queste mie riflessioni, ma m’è venuto così, ecco.
P.S.:a questo link trovate una serie di articoli di “Limes”, rivista italiana di geopolitica, che illustrano e storicizzano bene la situazione in essere tra Israele e la Palestina nonché, in generale, in quel quadrante della regione mediorientale. Per la lettura di alcuni è necessario l’abbonamento ma – lo dico in modo del tutto disinteressato – sono soldi ottimamente spesi, vista la costante e altissima qualità degli articoli di “Limes”.
Sì, nel senso (il titolo del post, intendo) che tenere sempre ben presenti cose di buon senso civico come quella ben rappresentata nell’immagine qui sopra, agevola il pensiero intelligente e la sensibilità intellettuale verso questo e tanti altri temi correlati nonché legati a comportamenti che invece con il buon senso, il senso civico, l’educazione, la civiltà, l’intelligenza e la cura verso il mondo che abitiamo non c’entrano nulla.
Dunque, trovo sempre importante ribadire con la massima chiarezza e ripubblicare quanto sopra, invitandovi a diffonderlo il più possibile – anche se temo non sarà l’ultima volta che mi toccherà ripubblicarlo, purtroppo, ergo chiedo perdono da subito per questa mia pur necessaria ripetitività.
Cliccate sull’immagine per scaricarla in formato “poster” oppure qui per il formato pdf. E diffondetela, se avete a cuore il paesaggio naturale e la salvaguardia della sua (e nostra) bellezza!
Leggo il giorno stesso in cui scrivo queste mie parole una notizia assai curiosa: un contadino ha rischiato di far scoppiare un piccolo caso diplomatico tra Belgio e Francia dopo aver inavvertitamente spostato il confine tra le due nazioni, ingrandendo la prima e rimpicciolendo la seconda, seppur di un’inezia. In poche parole, un appassionato di storia locale si è accorto che la pietra che segna la frontiera tra i due stati era stata spostata di 2,29 metri. Si è così appurato che un tale “atto sovversivo” è stato opera di un agricoltore belga che, trovato il piccolo monolite (che stava in quel punto da oltre due secoli – riporta la data “1819”) sul cammino del suo trattore, lo ha spostato all’interno del territorio francese. Ora il contadino – conclude l’articolo che ho letto – dovrà rimettere a posto la pietra di confine: se non dovesse farlo rischierebbe un’accusa penale e che la vicenda finisca davanti alla commissione di frontiera franco-belga, che non è stata più interpellata dal 1930.
Per una coincidenza altrettanto curiosa presso un confine relativamente vicino, quello oggi posto tra Belgio e Germania, un tempo tra Paesi Bassi e Prussia, è andata in scena qualcosa di simile, solo su scala un po’ più grande (ma nemmeno troppo) e in forza di quel paradosso geografico, politico e soprattutto culturale intrinseco al concetto cartesiano di “confine” in uso nel nostro mondo da tre secoli circa a questa parte, quando i poteri dominanti del tempo stabilirono di determinare l’estensione dei propri regni o stati in base a criteri meramente politici, rendendo più identificati i relativi territori ma al contempo spezzando relazioni sociali, etniche e culturali vive in essi da secoli, pratica che di frequente è stata poi alla base di numerosi conflitti bellici. Quella vicenda è narrata dallo scrittore e giornalista olandese Philip Dröge in Terra di nessuno (Keller Editore, 2020, traduzione di Andrea Costa; orig. Moresnet, 2016) e racconta la storia del Moresnet neutrale, pseudo-staterello di nemmeno 4 km quadrati che nacque a seguito del riordino geopolitico europeo scaturito dal Congresso di Vienna del 1815 in forza, sostanzialmente di un errore […]
[Il Moresnet Neutrale in una cartolina nel 1900. Fonte dell’immagine: qui.](Leggete la recensione completa di Terra di Nessuno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)