Philip Dröge, “Terra di nessuno” (Keller Editore)

Leggo il giorno stesso in cui scrivo queste mie parole una notizia assai curiosa: un contadino ha rischiato di far scoppiare un piccolo caso diplomatico tra Belgio e Francia dopo aver inavvertitamente spostato il confine tra le due nazioni, ingrandendo la prima e rimpicciolendo la seconda, seppur di un’inezia. In poche parole, un appassionato di storia locale si è accorto che la pietra che segna la frontiera tra i due stati era stata spostata di 2,29 metri. Si è così appurato che un tale “atto sovversivo” è stato opera di un agricoltore belga che, trovato il piccolo monolite (che stava in quel punto da oltre due secoli – riporta la data “1819”) sul cammino del suo trattore, lo ha spostato all’interno del territorio francese. Ora il contadino – conclude l’articolo che ho letto – dovrà rimettere a posto la pietra di confine: se non dovesse farlo rischierebbe un’accusa penale e che la vicenda finisca davanti alla commissione di frontiera franco-belga, che non è stata più interpellata dal 1930.

Per una coincidenza altrettanto curiosa presso un confine relativamente vicino, quello oggi posto tra Belgio e Germania, un tempo tra Paesi Bassi e Prussia, è andata in scena qualcosa di simile, solo su scala un po’ più grande (ma nemmeno troppo) e in forza di quel paradosso geografico, politico e soprattutto culturale intrinseco al concetto cartesiano di “confine” in uso nel nostro mondo da tre secoli circa a questa parte, quando i poteri dominanti del tempo stabilirono di determinare l’estensione dei propri regni o stati in base a criteri meramente politici, rendendo più identificati i relativi territori ma al contempo spezzando relazioni sociali, etniche e culturali vive in essi da secoli, pratica che di frequente è stata poi alla base di numerosi conflitti bellici. Quella vicenda è narrata dallo scrittore e giornalista olandese Philip Dröge in Terra di nessuno (Keller Editore, 2020, traduzione di Andrea Costa; orig. Moresnet, 2016) e racconta la storia del Moresnet neutrale, pseudo-staterello di nemmeno 4 km quadrati che nacque a seguito del riordino geopolitico europeo scaturito dal Congresso di Vienna del 1815 in forza, sostanzialmente di un errore. Sì, ovvero di una svista, una distrazione o per l’incompetenza dei funzionari olandesi e prussiani che tracciano i confini dei propri stati senza farli combaciare per un tratto di pochi km: in tal modo si forma una “bolla” territoriale – «Une bizarreirie de la carte politique de l’Europe», secondo il diplomatico francese René Dollot – gioco forza neutrale, che non è ne dell’uno stato e ne dell’altro, i quali si mettono poi a discutere per capire come sistemare l’inghippo e lo faranno per più di un secolo, senza mai risolvere la questione. Ciò anche perché nel Moresnet c’è una collinona, il Vaalserberg, che custodisce uno dei più grandi giacimenti di zinco d’Europa, con relativa miniera: qualcosa di estremamente prezioso tanto quanto conteso dai due stati, che in pratica determinerà l’esistenza e la resistenza del Moresnet rispetto a qualsiasi tentativo di sistemazione, normalizzazione, rivendicazione, annessione, almeno fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando lo sconquasso generale del continente europeo determinerà anche la fine dell’avventura indipendentista del minuscolo stato.

In questo secolo e poco più di vita del Moresnet neutrale accadono un sacco di vicende, spesso piuttosto bizzarre se non grottesche, tra tentativi piuttosto goffi di autodeterminazione, impulsi libertari e anarcoidi ma non sempre così virtuosi, “governi” di sindaci parecchio caserecci (coadiuvati da due commissari, uno per stato contendente, in verità assai evanescenti: alla fine chi comanderà sarà soprattutto la società di gestione della miniera di zinco), avventurieri d’ogni sorta che trovano nello staterello neutrale una zona franca utile a sfuggire alla giustizia o a organizzare affari non sempre leciti. Ma soprattutto, la storia del Moresnet dimostra l’inettitudine geopolitica e l’incapacità sostanziale di comando e governo dei potenti di allora (eh già, i politici incapaci non sono un’invenzione così recente!), reggenti delle superpotenze continentali del tempo, dominanti su buona parte del continente europeo eppure inabili nel gestire le sorti di un minuscolo stato con poche centinaia di abitanti il quale invece si dimostrerà (anche se spesso inconsapevolmente, per così dire) ben più scafato di quelli nel difendere la propria sussistenza sulle mappe europee e nel rivendicare la volontà di esistere, pur senza averne granché diritto – ma acquisendone nel tempo proprio dalla suddetta inettitudine dei ben più potenti vicini circa i quali invece, scrive l’autore a pag.171, «Quasi un secolo di invidia e meschinità riguardo al territorio neutrale hanno fatto sì che entrambi i Pesi si mettessero fuori gioco l’un l’altro.» Ecco, sta in questa semplice e lineare verità la storia del minuscolo stato nonché, in fondo, la sua virtù bizzarramente libertaria.

Quella del Moresnet neutrale è una storia che, confesso, non conoscevo e in tal senso mi cospargo il capo di cenere, per come invece sia tra le più significative ed emblematiche, oltre che divertenti e intriganti, della storia moderna dell’Europa. Dröge ha voluto intitolare il proprio libro Terra di nessuno, a me invece viene da pensare al Moresnet come a una “terra di tutti”: per la sua storia che sotto molti aspetti compendia quella di buona parte del continente europeo post-Napoleone, per il carattere di “sovranazionalità indotta” ovvero di formale apolidia del suo territorio (i cui abitanti non hanno nazionalità ma pure non pagano tasse e sono esentati dal servizio militare) che lo rende una sorta di patrimonio europeo collettivo o, dal punto di vista opposto, di valvola di sfogo delle varie rimostranze politico-libertarie che animano le genti d’Europa tra Ottocento e primi del Novecento, nonché per la sua stranezza, per l’essere nato da un errore che ha saputo rendere virtù (almeno a proprio favore) donando per un secolo circa un’idea di libertà potenziale che, al netto degli aspetti più controversi, non può non risultare ancora oggi assolutamente affascinante e, appunto, pure intrigante.