Cari amici, vi propongo di seguito un bel SONDAGGIO(NE)!
Leggete la domanda di seguito formulata e scegliete la risposta che ritenete più corretta:
Secondo voi, perché in Svizzera gli enti governativi disincentivano la realizzazione e il finanziamento di impianti di innevamento artificiale dei comprensori sciistici soprattutto al di sotto dei 2000 m di quota mentre in Italia la politica locale continua a stanziare centinaia di milioni di soldi pubblici per realizzare tali impiantisoprattutto in comprensori sciistici al di sotto dei 2000 m di quota?
Perché notoriamente gli svizzeri non capiscono nulla di montagne mentre gli italiani capiscono molto di più.
Perché notoriamente gli svizzeri capiscono molto di montagne mentre gli italiani da tempo non capiscono più nulla.
Perché c’è un equivoco di fondo: in Italia si è convinti di dover aver bisogno di sempre più «neve», solo che non si tratta della “neve” che è «acqua ghiacciata cristallina».
Perché è tutto un magna-magna.
Forza, manifestate la vostra opinione!
Tra chi risponderà verrà estratto a sorte uno stagionale per la stagione 2024/2025 valido nel comprensorio sciistico dei Piani Resinelli (Lecco) oppure, in alternativa, una bottiglia di ottima birra artigianale! 😄
[Anno 1985, sulla rivista “Airone” viene presentato il “Rampichino” della Cinelli: inizia l’era delle mountain bikes.]
Spesso, tra chi si occupa di cose di montagna e in particolar modo di valorizzazione e tutela dei territori montani rispetto a certe pratiche contemporanee, ci si chiede quale possa essere lo step successivo di una di esse parecchio in voga oggi, il cicloturismo o mountain biking, oggi ormai quasi del tutto elettrificato. Avviatosi come disciplina innovativa che potesse rendere più accessibile certi percorsi fuoristrada a ciclisti non così performanti, si è rapidamente trasformata in una frenetica moda turistica, con relativo business, per la cui pratica di massa vengono realizzate numerose ciclovie in quota sovente mal progettate, impattanti e intaccanti terreni incontaminati e di grande pregio naturalistico: vere e proprie nuove strade in altura, scavate e spianate a colpi di ruspe anche lungo versanti ostici e non di rado cementate per lunghi tratti al fine di agevolare al massimo il transito ai cicloturisti, nemmeno si trattasse di percorsi urbani che debbano essere i più lisci possibile. Il risultato è drammaticamente deprecabile, inutile dirlo.
Di contro, come ogni fenomeno che viene reso moda di massa e per questo sottoposto al relativo consumismo, anche l’e-biking montano potrebbe presto evidenziare una crisi, le cui avvisaglie forse già si possono intravedere. Parimenti, come avviene in queste circostanze, chi spinge tali fenomeni e ci costruisce sopra un certo business elabora lo step successivo, qualcosa che possa nuovamente entusiasmare il pubblico, generare una nuova moda e naturalmente – vero e unico fine di tutto quanto – rinvigorire gli affari. Purtroppo la cronaca degli ultimi decenni di turismo montano basato su queste pratiche racconta senza ombra di dubbio come tale sviluppo continuo e inesorabile proponga cose sempre più insostenibili e impattanti per le montagne, le quali si trasformano di conseguenza in meri spazi da sfruttare e far fruttare al servizio delle fenomenologie turistiche imposte di volta in volta, senza alcuna attenzione alla salvaguardia ambientale, sociale, culturale e paesaggistica dei territori coinvolti. Una (non)filosofia “no limits” applicata anche al turismo di massa che sembra una vera e propria corsa al massacro – dei territori montani innanzi tutto, e poi per conseguenza inevitabile di tutto il resto.
Dunque, quale potrebbe essere la prossima evoluzione dell’e-biking montano? Be’, al riguardo di recente mi sono capitati sotto gli occhi alcuni articoli (qui e qui ad esempio) nei quali si può leggere così:
È un’e-bike o una moto elettrica? Difficile rispondere a questa domanda dopo uno sguardo superficiale a Xafari, nuovo modello lanciato da Segway-Ninebot per accontentare chi ama avventurarsi nell’offroad con una bici a pedalata assistita. Sì, si tratta infatti di una e-bike che però presenta uno stile e anche prestazioni decisamente vicine a quella di una moto a batteria.
Xafari ha una struttura molto solida, basata su un telaio a passo ridotto che ospita una batteria da ben 913 Wh e un potente motore da 750 watt: le sospensioni anteriori e posteriori, unite ai grossi pneumatici da 3 pollici di larghezza rendono questa e-bike adatta a qualunque tipo di evoluzione, su qualunque tipo di superficie.
Bici per gli amanti dell’avventura e che anche pedalando in fuoristrada non vogliono avere limiti. […] Con caratteristiche regolabili, notevole stabilità e connettività avanzata, queste bici ridefiniscono ciò che è possibile per le avventure fuoristrada.
«Qualsiasi tipo di evoluzione», «Non voler avere limiti», «ridefinire ciò che è possibile in fuoristrada»… questo, dunque, vorrebbe dire andare per montagne con una simile e-bike, questo l’atteggiamento sollecitato verso i territori in quota in sella a tali mezzi. Magari persino creduti “sostenibili” in quanto elettrici!
Ma ve le immaginate, queste mostruose “e-bike” (il modello in questione è ovviamente quello dell’immagine lì sopra) ormai divenute vere e proprie motociclette, sui nostri sentieri? Potete immaginare i danni che vi potrebbero causare e i pericoli per gli escursionisti che se le ritrovassero sul proprio cammino? Ancor più se messe nelle mani di “turisti della domenica” desiderosi di adrenalina in una sorta di pista da luna park montano e assai poco (o per nulla) consapevoli del luogo in cui stanno e dei comportamenti che imporrebbe!
Ecco: non sarebbe finalmente il caso di regolamentare a tutto tondo questo fenomeno, sia per quanto riguarda i mezzi e sia per i tracciati che vengono realizzati in quota a loro favore e a danno assoluto delle montagne che li subiscono? E ugualmente non sarebbe l’ora di finirla con queste mode turistiche così prive di considerazione e di cultura nei confronti dei territori montani e di contro sviluppare una frequentazione equilibrata, sostenibile e ben più remunerativa per le montagne e per le comunità residenti? O vogliamo continuare con la loro devastazione, materiale e immateriale, per poi ritrovarcele distrutte e deserte perché qualche nuovo fenomeno avrà spostato i flussi turistici altrove?
(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)
Sulle Alpi sono innumerevoli i progetti basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla cosiddetta economia verde e sulla economia dolce. Crescono le proposte per una fruizione moderna della montagna invernale, e assistiamo alla conversione di centrali dello sci in oasi naturali (come il Dobratsch, in Carinzia, come ai Piani di Artavaggio, ma gli esempi potrebbero continuare).
Nei mesi scorsi numerose associazioni e tanti cittadini si sono mobilitati, anche con eventi in loco, contro il paventato progetto di una nuova seggiovia – con relativo impianto di innevamento artificiale – ai Piani di Artavaggio, affascinante località della Valsassina (provincia di Lecco, Prealpi Lombarde) tra i 1600 e i 2000 m di quota dalla storia alquanto emblematica.
Infatti, dopo la fine della propria era sciistica negli anni Novanta del secolo scorso per i “soliti” motivi principali – cambiamenti meteoclimatici, insostenibilità economica, concorrenza di altre stazioni – nel corso degli ultimi lustri si è rilanciata alla grande e in maniera sostanzialmente spontanea come luogo montano ideale a una frequentazione turistica sostenibile e non meccanizzata (salvo che per la funivia di arroccamento da Moggio, il comune nel cui territorio sono situati i Piani di Artavaggio). Un pubblico articolato e crescente che ha letteralmente riscoperto il luogo quasi solo grazie al passaparola, e ha preso a frequentarlo in gran quantità per praticare le numerose attività che la montagna consente anche senza impianti di risalita – anzi, proprio grazie alla loro assenza e a quanto ne giova il luogo e la sua fruibilità. Per tutto questo oggi i Piani di Artavaggio vengono frequentati non solo nei mesi estivi e invernali ma per tutto l’anno da moltissimi escursionisti che sull’altopiano valsassinese possono godere di quella dimensione di ritrovata armonia con il territorio naturale altrove soggiogata alla presenza e all’impatto delle infrastrutture turistiche (come per gli adiacenti Piani di Bobbio, totalmente asserviti al comprensorio sciistico attivo in loco). La storia della rinascita ecoturistica di Artavaggio appare così interessante da essere citata in numerosi saggi sulla montagna contemporanea – come Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari (Einaudi, 2023) da cui proviene il brano in testa a questo articolo – diventando persino un caso di studio per il CAST, il Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna che li cita come esempio nelle Alpi italiane di località mirata «al potenziamento di forme di turismo diverse».
Da qui le logiche e inevitabili proteste di tantissimi appassionati del luogo e della montagna in generale: tuttavia, dopo i dibattiti pubblici dello scorso inverno e un certo numero di articoli sui media al riguardo, tutti quanto parecchio indeterminati (ma non per colpa dei cronisti), da parte degli enti pubblici coinvolti sul progetto è formalmente calato il silenzio. Come mai, se i media davano per assodato lo stanziamento degli 11 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia? Perché nessuno della società civile o delle associazioni che si sono attivate sulla questione riesce a saperne di più?
[Veduta della parte alta dei Piani di Artavaggio del 7 febbraio, con il Monte Sodadura sullo sfondo, tratta dalla webcam del Rifugio Nicola; fonte https://www.pianidiartavaggio.it/webcam/. Si nota la quantità di neve al suolo, a quasi 2000 m di quota, su pendii lungo i quali lustri fa ho sciato innumerevoli volte fino a marzo inoltrato.]Continuo a raccontare il “giallo” della nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio nell’articolo su “L’AltraMontagna”, che potete leggere qui.
[La Grignetta dal Parco Valentino alle pendici del Monte Coltignone, con la casa-museo Villa Gerosa-Crotta.]Qualche giorno fa sono tornato ai Piani Resinelli, passeggiando da “turista della domenica” per la località attraverso i percorsi più frequentati, e l’impressione che ne ho ricavato da quelle ore trascorse lassù è sostanzialmente la stessa che ho elaborato altre volte: quella di stare in un terreno aurifero nel cui mezzo è incastonato un diamante di purezza assoluta ma sempre troppo impolverato e trascurato al punto da non brillare come potrebbe. Oppure, per usare un’altra immagine metaforica, una galleria d’arte ricca di opere di gran pregio e con al centro un capolavoro assoluto, ma frequentata come fosse un supermercato o una sagra paesana e popolana.
Invero i Piani Resinelli sono una specie di straordinario capolavoro geografico: un luogo meraviglioso, dotato di un paesaggio eccezionale e di un’anima profondamente alpestre, che suscita percezioni di ambiti montani lontani e ben più vasti e vibra di un’energia che fluisce giù dalla sempre sorprendente Grignetta, scultura dolomitica la cui visione lascia inevitabilmente a bocca aperta – anche alla milionesima veduta come nel mio caso – e potente manifestazione materiale del Genius Loci, permeando vitalmente ogni angolo dei Piani. E tutto ciò, a pochi km in linea d’aria (e qualcuno di più su strada) dalla città di Lecco e dalla sua caotica dimensione urbana, già pienamente da hinterland di Milano. Vai sul Coltignone, il monte il cui corpo sorprendentemente ambiguo (dolci versanti di boschi e prati a nord, scoscendimenti e precipizi verticali a sud) separa i Resinelli dal bacino del lago di Lecco e del fiume Adda e, se ti giri da una parte, vedi la gran distesa di cemento che dai suoi piedi di estende verso Milano, mentre se ti volti dall’altra dalla prima subito te ne distanzi moltissimo e godi dell’immagine della montagna più autentica e per molti versi “selvaggia” (le innumerevoli guglie della Grignetta aiutano molto a suscitare questa fantasia), come se già fossi chissà dove sulle Alpi e chissà quanto lontano dalla civiltà. Che invece è lì ai tuoi piedi, al punto da udirne costantemente il minaccioso rumore bianco di sottofondo.
[I Piani Resinelli – o meglio una parte di essi – visti dalla zona dei Torrioni Magnaghi, sul versante sud della Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]Tuttavia, come dicevo, quando salgo ai Resinelli mi sorge sempre l’impressione che resti un luogo sottovalutato, non compreso nelle sue autentiche peculiarità, trascurato ovvero del quale si continua ad avere un’idea impropria, decontestuale. Un’impressione che viene inevitabilmente alimentata anche dalla considerazione di come la località sia gestita politicamente e amministrativamente – ne ho scritto più volte al riguardo, in passato: i Resinelli sono il luogo che nel lecchese più presenta problemi di sovraffollamento turistico – ma per la gran parte è un turismo del fine settimana, «mordi e fuggi» come si dice, che al netto di ciò che può spendere nei bar/ristoranti dei Piani non apporta alcun valore proficuo al luogo e al suo paesaggio ma anzi lo consuma inesorabilmente. La vicinanza alla “civiltà” rende pressoché inevitabile questa realtà ma non per questo la deve trasformare in un motivo di massificazione irrefrenabile della frequentazione del luogo, di un far numeri e quantità a più non posso (spacciandoli per una prova del “successo” turistico della località) trascurando quasi del tutto la qualità che invece la bellezza e la particolarità dei Piani Resinelli imporrebbe. Lo scorso anno mi irritò non poco – e ne scrissi sui media locali – il fatto che, a fronte della eccessiva presenza di auto nei fine settimana e della conseguente carenza di posti auto (peraltro resi a pagamento da maggio 2023), qualche amministratore locale propose di cercare nuove aree da adibire a parcheggio. Ma come?! Già le auto invadono ogni metro quadro occupabile al punto da far sembrare certi angoli dei Piani Resinelli l’area esterna di un grande centro commerciale della periferia milanese, e invece di liberare il luogo da questo cappio soffocante (e inquinante, e degradante, e bruttissimo) ancora si pensa di portarcene sempre di più? Ecco, questo è un esempio tra i numerosi possibili che a mio modo di vedere denota una visione del luogo, da parte di chi ha la responsabilità della sua gestione, superficiale, sottovalutante, trascurata e, se posso dire, anche un po’ offensiva.
[Anno 1972, quando ai Resinelli si sciava abitualmente. Immagine da cartolina in vendita su Ebay.]Di contro, salendo fuori dai periodi di maggior sovraffollamento, magari in una giornata un poco uggiosa con un Sole assai pallido (condizione fascinosa che per molti aspetti esalta il luogo, ma notoriamente non apprezzata dal turista medio) e dunque senza la distesa quasi uniforme di autovetture in vista e il massiccio passeggio di gitanti che pare d’essere in centro a Milano, la sensazione è appunto quella di un luogo un po’ lasciato a se stesso, con la sublime Grignetta tenuta lì in disparte, suggestivo sfondo per simpatici selfies ma per il resto poco considerata, come fosse una montagna uguale a tante altre – cosa che qualsiasi autentico appassionato di montagne del pianeta Terra sa essere una gran falsità: basti constatare lo stato dei sentieri che salgono sulla Grignetta per capire indubitabilmente ciò che voglio dire (spoiler: lo stato è pessimo, anche per la prolungata mancanza di manutenzione) oppure, ai suoi piedi, ad esempio l’assenza quasi totale di cartelli escursionistici che suggeriscano ai visitatori le più belle mete dei Piani Resinelli e dei loro dintorni raggiungibili a piedi – anche senza essere degli escursionisti esperti. Tutto ciò senza contare la presenza in loco di opere da “luna park alpino” non solo inutili al godimento della bellezza del luogo ma pure inevitabilmente degradanti per esso oltre che visivamente brutte: altro segno di una visione turistica dei Resinelli sovente superficiale tanto quanto omologata a modelli risaputamente rovinosi – ma funzionali allo spendere rapidamente i finanziamenti pubblici e fare “risultato”. E perché poi l’ufficio turistico in loco deve restare chiuso per buona parte dell’anno, aprendo solo nella “bella stagione” nonostante anche quella “brutta” sia bellissima e assolutamente affascinante, ai Resinelli, senza contare che anche in pieno inverno di gente che sale per godersi una giornata all’aria aperta ce n’è eccome? Perché non organizzare iniziative anche nei mesi tardo-autunnali e invernali che permettano la scoperta e la conoscenza delle innumerevoli bellezze dei Piani? Perché considerare il luogo solo come una meta «esotica di prossimità», per usare la significativa espressione coniata dall’antropologo Annibale Salsa, cioè come una specie di giardino pubblico urbano un po’ più distante degli altri dal centro città (dunque conseguentemente fruiti) e non invece per ciò che i Piani Resinelli sanno offrire di ben più culturalmente “spesso” e di valore, ad esempio riguardo i temi dell’educazione ambientale, dell’approccio consapevole al territorio montano, della trasmissione di conoscenza e consapevolezza riguardo gli ambienti e i paesaggi naturali prossimi alle aree più antropizzate e per ciò forse i più importanti a nostra disposizione?
[Vestigia abbandonate e arrugginite di un tempo che fu, nei boschi sopra i Piani Resinelli.]Insomma, avete sicuramente capito cosa intendo dire. Qualcuno potrebbe anche ritenere che sia meglio così, che se i Resinelli restassero in questo stato piuttosto brado invece di subire una ancor maggiore turistificazione, per quello che spesso ciò comporta di deleterio come le cronache al riguardo raccontano, si manterrebbero meglio e più a lungo salvaguardandosi dal turismo più tossico. Può ben essere così, certamente; d’altro canto un luogo così bello, così prezioso e ricco di narrazioni montane, naturalistiche, paesaggistiche, geografiche, alpinistiche eccetera da poter ascoltare, credo sia un peccato che resti inascoltato, trascurato ovvero, come ho detto, fruito tramite modalità superficiali e massificate poco o nulla in relazione con il luogo, le sue peculiarità e parimenti ben poco in grado di apportare un autentico valore e un beneficio ad esso a favore del suo futuro. Ribadisco; è come avere tra le mani un tesoro inestimabile continuando a non capirne la bellezza e il reale valore e per questo utilizzandolo come fosse un bene qualsiasi, qualcosa da usare per quel che si pensa possa servire e per il resto amen, arrivederci e grazie. Un vero peccato che per certi versi diventa una sconcertante colpa, senza alcun dubbio.
P.S.:qui trovate tutti gli articoli che ho scritto in passato su Piani Resinelli.
P.S. – Pre Scriptum: se qualcuno si chiedesse perché io, occupandomi abitualmente di cose di montagna, a volte scriva di città, rispondo che, per capire meglio i territori montani e come li abitiamo, ho studiato a fondo le città e gli spazi metropolitani, antitetici per molti aspetti (ma non tutti) ai primi e anche per questo significativi e istruttivi per essi – scrivendoci pure sopra dei libri, su alcune delle città a mio parere più interessanti. Ecco.
[Foto di CristinaLama da Pixabay.]Come si può leggere sui media – io lo leggo da “Il Post” – da martedì 16 gennaio 2024 nella maggior parte delle strade di Bologna è in vigore il limite di velocità di 30 chilometri all’ora introdotto lo scorso luglio dall’amministrazione comunale per far diventare Bologna la prima grande “città 30” in Italia. Negli ultimi mesi sono stati posizionati nuovi cartelli, è stata dipinta per le strade la nuova segnaletica e sono stati installati sistemi di rilevazione del traffico in vista dell’entrata in vigore dell’ordinanza che autorizza i controlli e le sanzioni.
È una bella notizia per la città, che ancora una volta si dimostra più avanti delle altre italiane su molti aspetti (basti constatare i tentennamenti prolungati della “iper contemporanea” Milano, al riguardo), e al contempo è una novità che molti contesteranno, sovente in base a ragioni raramente comprensibili e più spesso insensate, fuori luogo, strumentali e ben poco civiche. D’altro canto diventare una “città 30” non determina solo l’imposizione di quel limite sulle proprie strade ma comporta l’adozione di un modello di gestione urbanistica piuttosto articolato: peraltro nelle città europee dove questo modello è stato adottato i risultati si stanno ottenendo e sono molto positivi (come rivela lo stesso articolo de “Il Post” già citato).
[Foto di Jonas Stolle su Unsplash.]In qualche modo, però, la decisione bolognese la “contesto” anch’io, pur lodandola. Perché, ancora, si tratta di un palliativo al problema del traffico nelle nostre città e alle conseguenze che determina – che non sono solo quelle legate alla pericolosità delle strade ma pure all’inquinamento, alla gestione del trasporto pubblico e della mobilità sostenibile, alla vivibilità, al benessere di chi vi abita, alla socialità e non ultime allo sviluppo urbanistico futuro. E perché resto dell’idea – già espressa in questo altro mio articolo del giugno 2023 – che una città, per potersi definire veramente e pienamente avanzata ovvero per poter garantire ai propri abitanti e chi la viva frequentemente un autentico benessere e una conseguente autentica socialità civica, con i numerosi vantaggi che da ciò a cascata derivano, dovrebbe eliminare del tutto il traffico veicolare dalle proprie vie centrali. Il modello a cui puntare e da raggiungere, per essere chiari, non è quello di Bruxelles, Edimburgo o Berlino – tutte “città 30” con ottimi risultati al riguardo e per questo prese a esempio sul tema – ma è Oslo, la prima città al mondo (quasi) senza auto nel proprio centro, avendo spostato buona parte del traffico su strade sotterranee e incrementato il più possibile la capillarità e l’efficienza del trasporto pubblico. E che al proposito non vengano fuori le solite scuse «Ma è una città piccola!» (falso, ha più di 700mila abitanti, quasi il doppio di Bologna), «Ma loro hanno spazio!» (l’avremmo anche noi, se cementificassimo e consumassimo di meno il suolo a disposizione), «Ma quelli hanno i soldi!» (li avremmo anche noi, se ne sprecassimo di meno) eccetera. Sono tutte scuse puerili: la verità è che manca la volontà politica di procedere in questa transizione e parimenti – inesorabilmente – manca la cultura civica che la possa auspicare, richiedere e sostenere.
In ogni caso, al netto di queste mie considerazioni – che non sono affatto critiche ma vorrei che fossero propositive, per continuare lungo la strada intrapresa da Bologna e, spero, a breve da altre città – non si può che plaudere alla novità bolognese, finalmente un’iniziativa decisamente protesa al futuro. Quelli invece che la stanno contestando, quando lo facciano in base alle suddette immotivate ragioni, dimostrano solo di essere rimasti fermi a un passato e a una mentalità arretrata destinati a svanire del tutto molto presto.