È sempre piacevole visitare un luogo dove sai di trovare tanti buoni amici, alcuni conosciuti bene e da tempo, altri che conosci appena ma sai già che li conoscerai meglio quanto prima, altri invece che non conosci affatto e non pensi nemmeno di farteli “amici”, prossimamente, ma che ti fa comunque piacere vedere, lì insieme agli altri in un “assembramento” tanto variegato quanto gradevole e per nulla pericoloso, anzi, solamente e profondamente benefico dacché in un luogo del genere si può diffondere una “pandemia” che di più salubri non ce ne sono. E poi, d’un tratto, ti trovi di fronte ciò che l’immagine qui sopra mostra, comprendi il senso di tutto ciò che stai osservando e con animo leggero pensi: «Ecco perché mi trovo così bene qui, in questa libreria!»
P.S.: perché sì, quella è la guida escursionistico-letteraria Dol dei Tre Signori, che ho scritto insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, ospitata in una libreria della catena “Libraccio” nella quale la potere trovare e ovviamente acquistare (grazie di cuore a Loretta Carsana per la fotografia!), oltre che sulle principali librerie on line e, ancora in questo periodo, come allegato del quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Per saperne di più al riguardo cliccate qui, oppure cliccate sull’immagine in testa all’articolo per conoscere ogni dettaglio utile sulla guida. Se invece del volume e delle sue narrazioni (scritte e fotografiche) volete godere qualche intrigante pillola, visitate la pagina Facebook “I Cammini di Orobie”.
Mi unisco con gran piacere al magazine “Orobie” per comunicarvi che, dopo la pubblicazione della guida escursionistica “Dol dei Tre Signori”, realizzata da Orobie con il supporto di Italcementi per fare conoscere il cammino della Dol –Dorsale orobica lecchese tra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio e della quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, nell’ambito del progetto di rilancio del percorso di Moma Comunicazione e con il coinvolgimento dell’Ersaf-Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste, ecco finalmente la possibilità di percorrere la “Dol dei Tre Signori” grazie alla collaborazione con il social tour operator Viaggi e Miraggi.
Sono due le possibilità di viaggiare lungo l’itinerario: dal 28 agosto al 4 settembre 2021 oppure dal 18 al 25 settembre 2021. Sette giornate che consentono di passare dallo splendore e dalla ricchezza storica ed artistica della Città Alta di Bergamo fino alla Valtellina o al Lago di Como. Natura, storia, geografia, paesaggi, arte e sapori antichi si offrono ai sensi del viandante in un crescendo continuo di visioni, emozioni, esperienze e percezioni di rara bellezza. Camminando su antichi sentieri che intersecano alcuni dei gruppi montuosi più spettacolari e emblematici della Lombardia, si attraversano borghi che raccontano la vita in vallate dalle tradizioni millenarie come la Val San Martino, la Valle Imagna, la Valsassina, la Val Taleggio, la Val Brembana, la Val Varrone e la Val Gerola pernottando in rifugi di grande fascino, per raggiungere infine la Valtellina in vista dei giganti delle Alpi Retiche.
Ovviamente, se deciderete di partire e vivere un’esperienza così intensa ed emozionante, la lettura della guida vi potrà ancor più accrescere la bellezza del viaggio, senza alcun dubbio, oltre a rendervi consapevoli della miriade di cose che potrete scoprire nel corso del cammino.
Cliccando qui potete scoprire il programma completo del trekking e come potervi partecipare, affiancati da esperti accompagnatori di media montagna e con la presenza degli autori della guida.
Per sapere invece ogni cosa sulla guida “Dol dei Tre Signori”, cliccate qui oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.
Ringrazio molto – anche a nome dei miei colleghi – la redazione di “News Prima” per il bell’articolo-recensione dedicato lo scorso 26 luglio alla guida “Dol dei Tre Signori”, della quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles: insieme abbiamo narrato la storia, la geografia, le genti, il paesaggio, la bellezza, il valore, i tesori, l’identità, l’emozione e lo stupore dei monti della Dorsale Orobica Lecchese, tra i territori prealpini più spettacolari d’Italia.
«Un fiume di pietra, boschi e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri come affluenti che scorrono verso l’alto salendo da vallate ricche di storia e tradizioni: valle San Martino, valle Imagna, Valsassina, valle Taleggio, valle Brembana, val Varrone, valle Gerola e Valtellina». Così gli autori della guida “DOL dei Tre Signori” descrivono la Dorsale Orobica Lecchese, un itinerario escursionistico che unisce le province di Bergamo, Sondrio e Lecco ispirandosi a un tracciato millenario, dimenticato per molto tempo fino alla sua riscoperta a metà degli anni Novanta. Il cammino e i paesaggi della Dorsale Orobica Lecchese costituiscono un patrimonio di grande rilevanza culturale e l’idea è stata quella di creare un vero e proprio brand territoriale, “DOL dei Tre Signori”, per le province di Bergamo, Lecco e Sondrio, unite appunto dal Pizzo dei Tre Signori, che per secoli ha collegato la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano e il Cantone dei Grigioni.
Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.
Vi ricordo che la guida “DOL dei Tre Signori”, dopo essere andata esaurita in allegato prima a “L’Eco di Bergamo” e poi a “La Provincia di Lecco”, in queste settimane è a disposizione di escursionisti e amanti dei territori montani nelle edicole valtellinesi e valchiavennasche in abbinamento con il quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Inoltre il volume è disponibile e ordinabile in alcune librerie della catena Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano.
Per saperne di più sulla guida cliccate qui, oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.
Dunque, ve lo ribadisco ancora una volta e, ora, con il prezioso supporto di “News Prima”: buona lettura e buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!
Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica. Sentite che nomi. “Botnia”, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. “Carelia”, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. “Livonia”, coperta di laghi e abeti. Ascoltate come suona bene la parola “Curlandia”, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento. Cercate sull’atlante la Prussia Orientale, la Latgallia e la Masuria, vengono i brividi solo a nominarle. E che mi dite della Polesia, lo spartiacque più piatto del mondo, terra dalle cui paludi un tempo potevi scendere in barca sia sul Baltico, sia sul Mar Nero? O delle sterminate colline della Volinia?
E ancora la Rutenia, la Podolia, la Bucovina: provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggi. Vi prenderanno per matti. Ma voi insistete, mostrate la carta geografica, dite che sono posti reali, che contengono fiumi, città, monasteri, sinagoghe, pianure e montagne. Dite che volete vedere anche la Budjak, ultima propaggine dell’Ucraina prima del Delta del Danubio, selvaggia terra di minareti in mezzo a un mare ortodosso, spazio franco di zingari e pastori. Pretendete di visitare la Bessarabia, la Dobrugia e la Tracia. Rieducate l’industria del turismo, spiegate che col petrolio alle stelle il viaggio deve ridiventare avventura e scoperta, mollare i centri rinomati, scegliere le periferie, ridiventare leggeri. In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa.
Questo è, a mio parere, uno dei passaggi più belli ed evocativi del noto libro-diario di viaggio di Rumiz lungo il “confine verticale” europeo, dal Circolo Polare Artico fino al Mar Nero, e ciò per due motivi.
Il primo, perché Rumiz evidenzia nuovamente l’importanza fondamentale dei toponimi, i nomi dei luoghi, veri e propri scrigni lessicali di storie e culture millenarie nonché di relativi saperi, nozioni, rivelazioni sul luogo che denominano nel corso del tempo e sulle genti che lo hanno vissuto, trasformato e abitato. Lo stesso Rumiz in un altro suo bel libro, La leggenda dei monti naviganti, scrive che «Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi» ed è verissimo, perché in effetti è anche grazie al nome che gli uomini gli conferiscono che uno spazio, un territorio, una zona diventa luogo e prende a vivere, a diventare dimora di un proprio Genius Loci. Per questo, in fondo, conoscere e indagare l’origine e il significato dei toponimi significa da un lato viaggiare nello spazio-tempo e, dall’altro, contribuire a mantenere vivo il luogo relativo. Tanta roba da un semplice nome, no?
Il secondo motivo è che in quel brano Rumiz ci ricorda di come molto poco, a ben vedere, conosciamo il mondo che abitiamo, e non territori lontani, esotici e di ostica visita ma regioni che sono parte del nostro stesso continente, in certi casi a un paio d’ore d’aereo o a poche di più d’auto da noi. Eppure la storia della parte di mondo in cui viviamo è ancora in gran parte dentro quei nomi: quelli che sono venuti dopo, sovente per imposizione geopolitica del tutto slegata dalla realtà storico-geografica relativa, sanno raccontare molto meno dei primi delle loro terre, dei loro luoghi, delle genti che vi sono nate o che le hanno abitate, delle loro geografie, morfologie, paesaggi, mitologie. Anche in tal caso conoscerli, quei nomi, e sapere a quali luoghi si riferiscono, non è un mero esercizio nozionistico ma un prezioso esercizio culturale e identitario – di identità virtuosa e benefica, intendo dire, quella che scaturisce da un luogo vivo e per questo identificante, appunto, giammai da una pretesa più o meno localistica che quasi sempre si nutre proprio della carenza di cultura storica, geografica e antropologica nonché di elementi del tutto avulsi e scriteriati.
Ed è un esercizio, quello a cui ho appena accennato, che possiamo fare in ogni territorio e luogo, piccolo o grande, dacché ciascuno di essi ha i suoi toponimi referenziali, identitari, storici, tradizionali, vernacolari, che il passare del tempo e la trasformazione della presenza umana tende a dimenticare e far svanire quando invece la loro salvaguardia è, ribadisco, una fondamentale manifestazione di vitalità culturale e antropologica. Perderne la conoscenza, di contro, significa perdere la storia, i saperi e l’anima dei luoghi in essi racchiusi: qualcosa che una civiltà già troppo smemorata come la nostra non si può assolutamente permettere.
Si avvicina l’inverno – nel senso di periodo dell’anno; come condizione climatica è tutto da verificare, ahinoi – ed ecco che puntuali cominciano a comparire nelle email messaggi come quello a cui si riferisce l’immagine in testa al post, ovvero a forme di “turismo” e di fruizione turistica dei territori di montagna che, nella situazione di emergenza climatica che stiamo vivendo, legata a doppio filo all’inquinamento antropico e in costante peggioramento, nonché alla necessità rimarcata da più parti di una rivalorizzazione della più autentica cultura di montagna proprio al fine di salvaguardare meglio l’ambiente naturale e al contempo di eliminare quegli elementi alieni che stanno pesantemente contribuendo al suo degrado, sono veramente come pretendere di entrare nella “classica” cristalleria con il classico elefante.
Ora, posta la personale cognizione di causa che posso esercitare al riguardo, non giungo a dire che tali attività (e quelle assimilabili) così impattanti – in quanto a inquinamento, rumore, degrado della fruizione culturale dei territori e della relazione con essi, banalizzazione della montagna, eccetera – debbano essere totalmente vietate (ma vorrei tanto dirlo, a costo di passare per integralista), tuttavia dico che dovrebbero essere radicalmente limitate, rese giammai frequenti, dedicate soltanto a iniziative di matrice culturale e non alla mera ricreazione nonché sottoposte a rigidi controlli. Perché, ribadisco, continuare a praticarle liberamente o quasi, oggi, rappresenta una vera e propria idiozia che va imputata a chi ha la faccia tosta di continuare a proporle nonché agli amministratori pubblici che le consentono e che non si rendono conto del danno arrecato ai propri territori. Tanto vale disquisire di emergenza climatica e di salvaguardia degli ambienti naturali, altrimenti: sarebbero solo discorsi ipocriti e demenziali.
Quindi, o uno stop assoluto o una rigidissima regolamentazione. Non ci sono altre vie.