E se non fosse il cambiamento climatico il problema principale per il futuro dello sci?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 04 luglio 2024.)

È ormai una realtà palese a chiunque che la carenza di neve sempre più marcata, nei mesi invernali (quest’anno ha nevicato parecchio ma ormai in primavera, quando la stagione turistica era quasi del tutto “andata”) e l’aumento incessante delle temperature medie, che limita molto anche la possibilità di produzione di neve artificiale, sta letteralmente togliendo la terra da sotto i piedi dell’industria dello sci, rendendo il suo equilibrio di stagione in stagione sempre più precario.

Ma c’è un altro fattore che rischia di influire non poco sul futuro dello sci, almeno per come lo si è inteso fino a oggi cioè la principale attività ludico-ricreativa di massa praticata sulle montagne, e addirittura potrebbe determinare effetti deleteri ancora più rapidi di quelli causati dalla crisi climatica: è il fattore economico-sociale. La possibilità del cittadino medio di spendere soldi per praticare lo sci e alimentarne il comparto turistico, in parole povere.

Da tempo ormai si osserva che nel nostro paese il potere d’acquisto delle persone va sempre più scemando: al proposito, nei giorni scorsi, in relazione alla stagione turistica estiva ormai avviata, sulla stampa si leggeva che 6,5 milioni gli italiani quest’anno non andranno in vacanza e, fra loro, ben 3,7 milioni hanno dichiarato che il motivo della rinuncia è di natura economica; altrove si quantifica in 1000 Euro in cinque anni la diminuzione media del potere di acquisto degli stipendi italiani. Di contro, lo sappiamo tutti bene (purtroppo!), i prezzi di qualsiasi cosa continuano a salire: per certi versi inevitabilmente, visti i costi di produzione in pari aumento, per altri versi deprecabilmente, in forza di una diffusa spinta speculativa che da dopo il Covid ha spostato parecchio i prezzi verso l’alto.

Dunque, nel caso specifico del turismo invernale – da analizzare più di altri in quanto assolutamente significativo nell’ambito della montagna, sia per il peso economico generale e sia per quanto il suo andamento rifletta emblematicamente quello del mercato, non solo turistico – sciare costa sempre di più ma le stazioni sciistiche non possono fare altrimenti per sostenere le proprie spese crescenti necessarie alla gestione dei comprensori.

Per fare un esempio concreto, già lo scorso marzo, a stagione sciistica ancora in corso, il Dolomiti SuperSki, tra i principali comprensori sciistici italiani, ha annunciato per il prossimo inverno 2024/2025 un “adeguamento” dei prezzi degli skipass tra il 3,7 e il 5,2%. Questo dopo alcuni anni di aumento costante, che nella scorsa stagione hanno raggiunto punte del 25% rispetto a quella precedente. Sommando tali aumenti, si va oltre il 30% nei soli quattro anni post-Covid, ai quali vanno aggiunti quelli delle strutture ricettive, delle scuole di sci, dell’attrezzatura, dell’abbigliamento… Insomma, se all’inizio della stagione scorsa la spesa media per una settimana bianca era quantificata tra i 1.500 e i 1.750 Euro a testa – e quella di una sola giornata sugli sci per una famiglia ben oltre i 300 Euro, anche fino a 500 Euro – e se consideriamo il dato media prima citato dei 1000 Euro in meno di potere d’acquisto degli stipendi italiani, è facilmente intuibile che lo sci sia in preda pure a una grave questione economica e sociale, appunto, almeno se osservato nella dimensione che l’ha caratterizzato fino a oggi, un’attività di massa, che è poi quella che ha fatto la sua fortuna (almeno fino a che la variabile climatica non ha cominciato a sortire i propri effetti).

Posta tale situazione, è ormai cosa risaputa, anche perché pacificamente sostenuta dai gestori delle grandi aree sciistiche, le quali si stanno rapidamente adeguando al riguardo, che lo sci diventerà sempre più un’attività da benestanti se non, riguardo certe località particolarmente lussuose, da ricchi – o tornerà a esserlo come alle sue origini, quando le villeggiature invernali sui monti se le poteva permettere una minima fetta della popolazione. Di contro il mondo di oggi, e la società che lo vive, non è certamente paragonabile a quella di decenni fa e tanto meno del periodo del boom economico; i gestori dei grandi comprensori sciistici non fanno mistero di voler mirare le proprie offerte e i relativi servizi soprattutto a chi possa permettersi di sostenerne i costi sempre maggiori, come per voler bilanciare il calo di sciatori e relativi introiti con l’aumento dei prezzi e la modifica del target commerciale. Percorrendo questa strada, con tutta evidenza si metterà definitivamente la parola fine al periodo dello sci come attività “di massa”: cosa che in Italia lo sci è stato in senso relativo rispetto alla propria storia novecentesca (ringraziando un certo Alberto Tomba e le sue vittorie trasmesse in diretta TV), non certo in modi paragonabili agli sport realmente nazional-popolari come il calcio. D’altro canto molto del business turistico attuale dell’industria dello sci si è sviluppato in quegli anni di boom e ancora oggi per certi aspetti si poggia su quei modelli e sui volumi economici, di presenze e di incassi che garantivano, soprattutto rispetto al tanto celebrato (o famigerato) indotto. Un turismo sciistico mirato a un pubblico con potere di spesa superiore rispetto al passato ma quantitativamente meno cospicuo inevitabilmente costringerà buona parte dell’indotto a adattarsi alle nuove condizioni ovvero, gioco forza, a togliersi dai giochi. È un processo di adattamento verso il quale alcune grandi stazioni sono già portate mentre numerose altre più piccole no, peraltro non essendo in grado di attrarre il citato nuovo pubblico benestante. Certamente potranno diventare le mete predilette – o per meglio dire obbligate – di chi voglia sciare ma non si possa permettere una Cortina o una Zermatt: tuttavia fino a che punto – e fino a quando – sapranno reggersi e risultare economicamente sostenibili, non potendo comunque evitare certi costi di gestione dei comprensori proporzionalmente simili a quelli dei grandi ski resort (come ad esempio i costi dell’innevamento artificiale) e di contro non potendo di certo aumentare eccessivamente, dunque ingiustificatamente, i prezzi dei propri skipass?

[Foto di Hans da Pixabay.]
D’altro canto: se pure i grandi comprensori sciistici, che come detto stanno decisamente puntando sul turismo del lusso il quale tuttavia non garantisce un pubblico infinito, peraltro conteso da diverse località al vertice del mercato turistico iper-concorrenziale odierno, si illudessero d’aver trovato la via per resistere anche in futuro nonostante la crisi climatica e le variabili economiche o geopolitiche mentre in realtà stessero per infilarsi (forzatamente, appunto) in un letale cul-de-sac?

Consci di tale realtà, gli impiantisti hanno già rilevato che dal loro punto di vista «non c’è una possibile criticità legata ai costi e non c’è il rischio che la pratica ritorni gradualmente a essere elitaria» ma senza dubbio gli effetti degli aumenti dei prezzi imposti negli ultimi tre/quattro anni potranno essere materialmente accertati solo tra qualche stagione, anche in relazione al divenire della situazione economica generale diffusa. Insomma: che non sia la neve quella che le stazioni sciistiche da qui ai prossimi anni dovranno accertarsi che cada ma i dati e gli utili di bilancio, e non controllare tanto l’ascesa delle temperature quanto quella dei debiti è una possibilità che non sembra affatto campata per aria.

Buon ritorno in mare, Humanity 1!

Mi fa molto piacere leggere che è stato definitivamente annullato il provvedimento con cui il 5 marzo scorso era stata messa in stato di fermo amministrativo la nave Humanity 1, che appartiene alla Ong United4Rescue e si occupa di soccorso in mare di persone migranti in difficoltà.

La Humanity 1 e la sua attività di soccorso nel Mediterraneo ho avuto modo di conoscerle (indirettamente) bene grazie a Acquaintance, il bellissimo e potente libro del fotografo Max Cavallari, il quale ha trascorso 40 giorni a bordo della nave durante una delle sue missioni tra le coste italiane e quelle nordafricane, durante la quale l’equipaggio portò in salvo 180 migranti. Acquaintance è un libro fatto di immagini fotografiche, come scrissi, «delicate eppure potentissime, evocative, struggenti, commoventi, che effettivamente raccontano molto di più di quanto si potrebbe pensare di primo acchito e soprattutto sanno raccontare cose che altre immagini più “ordinarie” narrano senza farne soggetto degli scatti, ma inopinatamente con maggior forza di quelle: proprio perché lavorano direttamente nella mente e nell’animo del lettore del libro, quasi come se sapessero accompagnarlo a bordo della Humanity 1 in quei giorni di missione umanitaria.» Peraltro una realtà, quella della nave e in generale di ciò che avviene ormai da anni nel Mediterraneo, che ho pure avuto la fortuna di ascoltare direttamente da Max, durante la nostra chiacchierata dello scorso novembre in occasione di Book City Milano.

Una bella notizia, insomma. Anche perché, ci tengo a rimarcarlo, la pratica dei fermi delle navi di soccorso dei migranti in mare, che l’Italia persegue da tempo, trovo che sia una delle cose più ignoranti e crudeli oltre che illegali (non solo giuridicamente, anche culturalmente, antropologicamente, moralmente, eticamente…) che si mettano in atto per far credere di gestire il fenomeno immigratorio nel Mediterraneo, in ogni modo lo si voglia gestire, dietro la quale invece si nasconde la non volontà e l’incapacità politica di gestirlo, sovente su basi palesemente discriminatorie e razziste, causando di contro l’aumento costante dei numero dei morti: in dieci anni (dal 2013 al 2023) oltre 28.000 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel Mediterraneo, più di 22.300 dei quali lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Sono ben altre le azioni da mettere in atto per gestire al meglio – e sotto qualsiasi punto di vista – il fenomeno immigratorio attraverso il nostro mare ma, come detto, evidentemente non c’è interesse a praticarle, lasciando migliaia e migliaia di persone al loro destino sovente fatale.

Buon lavoro in mare alla Humanity 1, dunque, e alle altre navi SAR attive. È un augurio che si meritano assolutamente, insieme a tutta la mia ammirazione.

Lago Bianco: ora che la neve se ne va, deve tornare la Natura (e per sempre)

Dopo una primavera insolitamente (e finalmente) nevosa, ben più dell’inverno precedente, e nonostante la meteo che offre molte nubi e ancora poca insolazione, al Passo di Gavia la fusione nivale sta procedendo rapida, disvelando nuovamente il meraviglioso paesaggio nella sua veste estiva ai cui colori, a breve, si aggiungeranno definitivamente quelli altrettanto sublimi delle acque del Lago Bianco, gioiello di valore naturalistico assoluto della zona.

Purtroppo, la fusione della neve fa tornare visibile anche il terribile cratere del cantiere per i lavori di presa delle acque del Lago allo scopo di alimentare l’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva – lavori nel frattempo fortunatamente stralciati in forza della loro enorme dannosità per il luogo e il suo ambiente naturale, come forse saprete.

Dal mio punto di vista, è come se tornasse visibile uno sfregio criminale a un’opera d’arte di valore inestimabile, per tanti mesi e fino a oggi coperto da un velo (sinceramente pietoso, perché concesso dalla Natura) ma ora di nuovo sotto gli occhi di tutti nella sua devastante realtà. Ciò risveglia la coscienza collettiva sul portato e sulle conseguenze del singolo episodio ma pure su un certo frequente uso scellerato del territorio montano per fini di speculazione turistica e senza la benché minima sensibilità verso di esso. Imponendo di contro che il danno perpetrato venga sistemato al più presto, rinaturalizzando l’area e ridando bellezza e dignità al luogo.

Per questo fa molto piacere leggere che continua incessante l’attività del Comitato “Salviamo il Lago Bianco” di accesso agli atti che, a seguito della ricezione del responso di ISPRA e della notizia dello stralcio del punto di presa presso il Lago, mirerà a far sì che i ripristini dei danneggiamenti effettuati vengano eseguiti nelle migliori modalità e tempistiche possibili. Di contro, dallo scorso maggio lo scellerato cantiere è oggetto di indagine da parte della Commissione Ambiente dell’Unione Europea, con il rischio di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (l’ennesima, in ambito ambientale) per il «grave pregiudizio all’integrità» della zona del Lago Bianco. Infine è in corso pure l’indagine su quanto accaduto della Procura di Sondrio, avviata in forza degli esposti depositati dal Comitato lo scorso autunno.

Riguardo gli altri aggiornamenti sull’evoluzione della vicenda (perché ce ne sono altri e potrebbero non essere del tutto positivi per il territorio in questione) potete leggere e seguire la pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco.

Non resta che augurarci che veramente, e rapidamente, la zona del Lago Bianco possa riacquisire la propria naturalità oggi guastata, e che i promotori e i sostenitori di un progetto così scriteriato, al netto di eventuali sentenze giuridiche, possano rendersi conto di cosa hanno contribuito a perpetrare a un luogo così prezioso e, dunque, sappiano maturare una consapevolezza e una sensibilità verso i territori montani – che sono un patrimonio di tutti, non il possedimento di pochi – finalmente adeguata e consona all’importanza di essi e al loro insostituibile valore culturale.

N.B.: le belle immagini fotografiche del Lago Bianco sono di Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, che ha sostenuto attivamente le azioni del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.

La “Montagna Sacra”, l’invasività umana e il senso del limite

P.S. – Pre Scriptum: il presente testo, che ho curato insieme al Comitato Promotore del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, è stato pubblicato in origine nella sezione Sherpa “La Montagna Sacra” il 13 giugno 2024 e quindi ripreso il giorno successivo nel “GognaBlog” di Alessandro Gogna per l’estrema importanza attribuita al testo e ai suoi contenuti.

Lo scorso 2 giugno su “L’AltraMontagna” il professor Mauro Varotto, docente di Geografia culturale all’Università di Padova, ha pubblicato un articolo con alcune personali considerazioni intorno al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, con il quale il comitato promotore, composto da un nutrito e prestigioso gruppo di personalità variamente afferenti all’ambito della montagna, propone di considerare “Montagna Sacra” il Monveso di Forzo, posto tra Valle Soana e Valle di Cogne entro il Parco Nazionale del Gran Paradiso, invitando all’astensione volontaria alla sua come proposta culturale forte e di valore altamente simbolico: un messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, per la tutela della natura, per il quale l’attributo “Sacra” va inteso nella sua forma di costrutto culturale sostanzialmente laico, nel senso di “inviolabile” (come per la proprietà privata). Ovviamente non è istituito alcun divieto alla salita, com’è ampiamente ribadito nel documento progettuale e negli articoli di Farina e Mingozzi pubblicati nel volume “Sacre vette” di cui lo stesso Varotto, con Ines Millesimi, è autore. L’invito è proposto, non imposto, come un libero atto personale, emblematico e funzionale alla riflessione sulla necessità di una “transizione culturale” per far fronte alle grandi sfide globali che l’umanità è oggi chiamata a risolvere e sul ruolo che in ciò possono avere le aree protette. Due concetti sono ritenuti centrali. Il primo è quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta e della necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi). Il secondo è quello di “limite di conquista”, in una società segnata da velocità, competizione e scellerata crescita di consumo di risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi. L’accelerazione dell’impronta di certe pratiche antropiche sulle vette a qualsiasi latitudine e a qualsiasi quota impone inevitabilmente delle riflessioni, un ripensamento nell’incoraggiare un nuovo modo di vivere il contatto dell’uomo con la cima e le sue valli, in una relazione più rispettosa, nonché un ripensamento dei valori sottesi alla pratica dell’alpinismo in questi ultimi anni. Dunque almeno una vetta, almeno questa volta, da lasciare libera dalla presenza umana per rendere altrove l’uomo più consapevole della relazione culturale con la realtà naturale e di quei concetti citati, di importanza tanto fondamentale quanto oggi ineludibile.

Le considerazioni del professor Varotto sono interessanti, in forza della loro articolazione e per come diano seguito a quello che è il fine principale del progetto della “Montagna Sacra”, anche prima delle proprie finalità programmatiche: agevolare il confronto e il dibattito su temi di grande importanza riguardo la frequentazione umana contemporanea e futura delle terre alte, verso i quali Varotto dimostra attenzione e considerazione alimentando l’esercizio del libero pensiero e del confronto aperto in un’epoca nella quale, troppo spesso, tale esercizio viene ridotto a uno scambio di frasi fatte pressoché prive di cognizione specifica e approfondimento.

Inoltre, Varotto riflette su alcuni degli argomenti nodali alla base del progetto, riponendone in luce il valore e così permettendone la chiarificazione, a partire dal citato «divieto» di salire la “Montagna Sacra”: non esiste alcun divieto da nessuna parte nel progetto il quale, anzi, evidenzia da subito nel proprio “manifesto” l’assenza di qualsiasi simile prescrizione all’ascesa. Il termine semplifica in maniera fin troppo radicale ciò che il progetto propone: un invito all’astenersi dal salire il Monveso di Forzo come atto simbolico – per il quale dunque un “divieto” sarebbe inappropriato – e di assunzione di consapevolezza meditata riguardo i concetti alla base, citati poco fa. Poste queste osservazioni, la domanda posta da Varotto su dove si debba considerare l’inizio e la fine della “Montagna Sacra” risulta a sua volta inappropriata ovvero espressamente legata a una lettura geografica della questione, a fronte di un invito di matrice immateriale dacché correlato non alla forma ma ai concetti che danno contenuto al progetto. Il fatto che Varotto non abbia trovato una risposta soddisfacente a tale domanda (in verità indicata nel documento progettuale: «l’intera piramide») è dunque comprensibile dacché inevitabile: non può esserci risposta, in buona sostanza, se non se ne vuole trovare una. Di contro, la sineddoche spaziale che indica Varotto è già assai evidente in senso opposto, per come il turismo di massa abbia reso una “vetta” adeguatamente brandizzata in senso lato dal marketing l’intera montagna (esempio inevitabile: il Cervino/Matterhorn), così che la conquista in senso “classico” della prima possa diventare e “giustificare” la conquista del suo intero territorio. Ma poi: si possono ancora definire montagna certi “luoghi” (virgolette quanto mai necessarie, proprio perché le parole sono importanti) in quota pesantemente antropizzati e urbanizzati al punto da non presentare più differenze sostanziali con le città? Proprio la città che conquista la montagna, paradigma ormai obsoleto per come oggi risulti massimamente pericoloso eppure ancora ampiamente utilizzato per giustificare certa infrastrutturazione turistica a dir poco pesante che intende la “valorizzazione” delle montagne come una pratica consumistica sia dal punto di vista ambientale che culturale, rappresenta uno degli aspetti che rende fondamentale la “transizione culturale” per la quale il progetto della “Montagna Sacra” si fa strumento di riflessione e di azione.

D’altro canto il perseverare di questo paradigma assai deteriorato diventa manifesto in un recente fatto che coinvolge proprio il Parco Nazionale del Gran Paradiso: la decisione di ripristinare la libera circolazione del traffico motorizzato sulla strada del Nivolet, circostanza che sta generando un notevole dibattito anche per come venga giustificata dai responsabili del Parco con motivazioni che lasciano molto perplessi. Una circostanza che sembra fatta apposta per rispondere alla seconda domanda posta da Varotto circa le finalità di un parco nazionale in quanto soggetto di tutela ambientale – sia del Gran Paradiso o qualsiasi altro – e che conferisce ancora più valore simbolico e forza concreta ai concetti della “Montagna Sacra”. Di contro, è evidente come la “Montagna Sacra” differisca ampiamente dall’idea alla base delle riserve naturali: se queste hanno il compito di tutelare materialmente i paesaggi, gli habitat e le specie nonché, più in generale, la diversità biologica che racchiudono, imponendovi regole e divieti di accesso e frequentazione libera, la “Montagna Sacra” si pone il compito immateriale e per ciò ancor più emblematico di agevolare la riflessione sulla necessità di saper riconoscere dei limiti all’invasività umana senza per questo imporre alcun divieto o prescrizione, appunto,  ma come approfondita presa di coscienza personale, dunque di valore morale e civico ben più compiuto e formalmente più efficace. Per tali motivi non sussiste alcun pericolo di “greenwashing” nel progetto, semmai è l’opposto, per come esso denunci la presenza di questa devianza in molti casi dei quali si dichiari la piena “sostenibilità ambientale” – anche riguardo certe iniziative delle stesse aree di tutela. Vedi sopra la questione delle auto al Nivolet: si direbbe ben più pratica di “greenwashing” questa! Invece, a poca distanza, un’altra valle facente parte del Parco del Gran Paradiso, la Valle Soana con la propria “Montagna Sacra”, indica che un’altra via alla frequentazione della montagna, ben più consapevole e sensibile, è possibile e da considerare. Per gli stessi motivi il progetto non agevola affatto – anzi ha già espresso i propri dubbi su alcune proposte al riguardo – l’eventuale istituzione di altre montagne “sacre”: non è la quantità di esse a dover aumentare ma la qualità del pensiero diffuso intorno ai temi cardine del progetto, per i quali il Monveso è il simbolo primario che ne conserva in sé il valore pieno.

Infine, intorno alle considerazioni dalle quali Varotto formula la sua terza domanda sulla “Montagna Sacra”, al netto del rimarcare nuovamente l’assenza totale nel progetto di alcun divieto applicato a qualcosa o qualcuno, che invece Varotto ripete basando su tale forzatura lessicale i propri appunti, così come non viene espresso alcun «giudizio universale di condanna» contro chicchessia, pare evidente che ancora si scelga di insistere sulla forma data al progetto per non considerarne piuttosto la sostanza tematica, nella quale non manca affatto la considerazione della presenza e del portato antropico – e antropologico – dell’uomo nelle terre alte. A ben vedere «quegli uomini (e donne) che si sono adoperati per addomesticare, curare, favorire la biodiversità nel pianeta, vivere in faticosa armonia con la natura» lo hanno fatto proprio praticando in maniera virtuosa la necessità di un limite evitando l’invasività eccessiva nel territorio naturale: l’armonia con esso non scaturisce proprio dall’osservanza di questa necessità? Pare evidente che queste donne (perché messe nelle parentesi?) e questi uomini che sanno ben contenere e armonizzare la propria presenza in natura, vivendoci e lavorandoci, non sono proprio paragonabili alla presenza che invece manifestano altre attività – come certo turismo di massa, ad esempio – che invece la basano sul no-limits e sulla libertà di conquista (commerciale e consumistica) di qualsiasi spazio, anche se intatto e incontaminato, quando possa essere messo a valore e (s)venduto. La natura non ha bisogno che la “valorizzi” – il valore lo ha in sé – tutt’al più necessita di essere fatta conoscere nel modo più compiuto possibile.

D’altronde, proprio se avesse voluto imporre «l’esclusione della frequenza e della presenza umana» su più vasta scala montana, il progetto della “Montagna Sacra” avrebbe scelto una vetta ben più famosa come il Gran Paradiso o il Monte Bianco: ma, come ribadito fin dalle prime uscite pubbliche del progetto – ormai due anni fa -innegabilmente questa eventualità sarebbe apparsa soprattutto come una provocazione, per nulla costruttiva, concettualmente troppo radicale, inevitabilmente divisiva e attaccabile in mille modi – giustamente, peraltro. Non avrebbe rappresentato adeguatamente le finalità del progetto, le avrebbe annacquate nell’inesorabile polemica che infine se le sarebbe rapidamente divorate annullando qualsiasi sua finalità virtuosa, materiale e immateriale. Invece, la “Montagna Sacra” non vuole provocare gli animi ma stimolare le menti, non vuole dividere i frequentatori delle montagne in fazioni contrapposte ma unirli in una riflessione il più possibile ampia e condivisa, radunarli in una palestra delle idee così da esercitarvi il libero pensiero. La “sacralizzazione laica” del Monveso è il simbolo e non il fine, è il vertice ultimo concettuale di una considerazione elaborata e strutturata sulla presenza umana nelle terre alte, di qualsiasi genere essa sia, che sappia nuovamente e consapevolmente comprendere il proprio portato sul territorio, sull’ambiente e sull’elaborazione del paesaggio nonché la necessità di armonizzarsi al luogo al quale riconoscere una “sacralità”: peculiarità originaria insita nel territorio naturale montano, come rivela l’etimo primigenia del termine e dei suoi derivati, tanto quanto «elemento della struttura della coscienza» come sottolinea Mircea Eliade. Le cui parole citate da Varotto, più che una confutazione dell’idea della “Montagna Sacra” appaiono invece come un’importante approvazione: «La società occidentale attuale ha perso la confidenza con la concezione sacra dell’esistenza: man mano che la cultura scientifico-razionale ha preso piede, progressivamente è scomparsa la presenza della dimensione del sacro che un tempo, nella vita di tutti i giorni, era presente in ogni cosa. Il sacro serve a tenere insieme il Tutto, a dare ad esso un senso trascendente. Il sacro non divide, non separa, non compartimenta Uomo e Natura: li unisce. Il sacro sta nella relazione intima con l’alterità.» Quell’alterità che l’uomo, proprio in quanto creatura dominante, intelligente e senziente, dotato in coscienza del senso di “sacro”, ha innanzi tutto il dovere di salvaguardare e tutelare, nel caso pure facendosi “altro” rispetto ad essa, lasciandovi spazio e allontanandosene – inevitabilmente, vista l’impronta umana sovente devastante per qualsiasi altro elemento ecosistemico – così da poter salvaguardare pure la relazione intima con l’alterità. Il progetto della “Montagna Sacra” sostiene proprio questo: non in modalità divisive, proibitive, compensative e men che meno retoriche, semmai sollecitando la più totale libertà di opinione al riguardo proprio perché elemento di relazione con l’alterità antropologica della quale il progetto si alimenta.

Domenica 2 giugno, come osservato anche da Varotto nel proprio articolo, si è svolta ai piedi del Monveso di Forzo “Insieme per la Montagna Sacra”, l’annuale giornata di sensibilizzazione sul progetto e sulle sue finalità. Se il professor Varotto, invece di pensare che «non sarei mai andato a vedere il Monveso di Forzo» decidesse di recarsi in Valle Soana almeno una volta, magari in un prossimo evento organizzato dal progetto, sarebbe ovviamente il benvenuto e forse, al netto della più totale libertà di pensiero e di opinione, nella contemplazione del Monveso potrebbe trovare più rapidamente che in altri modi le migliori risposte alle sue legittime domande. Sarebbe una cosa importante al pari del suo contributo qui dissertato al dibattito sulla “Montagna Sacra”.

N.B.: tutte le foto qui presenti, ovviamente, raffigurano la “Montagna Sacra”, il Monveso di Forzo.

La Valle Soana tra memoria, bellezza e dignità

[Le vette della testata della Valle Soana, sul confine con la Valle d’Aosta. Foto tratta dalla pagina Facebook “Valle Soana“.]

La Valle Soana […] è una valle ignota a quanti non vi hanno interessi diretti, dimenticata nelle antiche carte topografiche, mal descritta nelle nuove, eppure degna di attrarre non solo gli alpinisti, dilettanti di caccia, di botanica, di siti pittoreschi, di squisite trote, di tranquillità, ma anche gli ascensionisti amanti delle rupi e dei ghiacci, delle balze e dei ripidi canaloni.

[Luigi Vaccarone, Costantino Nigra, Guida-itinerario per le valli dell’Orco, di Soana e di Chiusella, 1878.]

Sembra quasi rimasta tale e quale a un secolo fa, la Valle Soana, nel bene e nel male: poco conosciuta e frequentata (dagli italiani, mentre al solito gli stranieri sono più attenti) eppure affascinante e attrattiva per la gran quantità di «siti pittoreschi» dominati lassù, alla testata della valle, dal Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra. Le foto che vedete qui* si riferiscono alla mia presenza lassù per la giornata “Insieme per la Montagna Sacra” organizzata dal comitato promotore dell’omonimo progetto (del quale faccio parte), lo scorso 2 giugno.

In valle, se c’è un luogo che più di altri rappresenta quanto ho appena scritto, ovvero la dimenticanza degli uomini nel tempo tanto quanto il fascino emblematico della sua presenza tra «le rupi e i ghiacci» che ancora sa raccontare molto, anzi, per certi versi più di una volta, sono le borgate di Boschietto e Boschettiera.

Le definisco “luogo” al singolare perché invero sono due nuclei gemelli, il primo un po’ più sviluppato del secondo che dista un quarto d’ora a piedi lungo la mulattiera per il Colle di Bardoney, che collega la Valle Soana alla Valle di Cogne, ma uniti pure nell’apparente sorte di abbandono e decadenza, salvo poche case recuperate e ristrutturate. Eppure, al netto di quella sensazione di primo acchito triste, resta ancora profondamente affascinante e suggestivo aggirarsi tra le vecchie mura di pietra, analizzare la struttura delle case, la disposizione sul versante, cogliere i dettagli grandi e piccoli, il contrasto cromatico tra il grigio delle pietre, il verde dei prati e dei boschi, il bianco delle vette ancora innevate, immaginare come si viveva qui un tempo e come si potrebbe ritornare a vivere, seppur occasionalmente, ovvero come poter ridare una vitalità di qualche specie a questi relitti sospesi nel tempo da una storia che è corsa troppo avanti ma pure, forse, da una dimenticanza eccessiva di noi genti del “dopo” che ad un certo punto non ci siamo più voltati indietro a vedere cosa ci stavamo lasciando alle spalle.

D’altro canto, credo che già manifestare una certa sensibilità verso questo luogo, anche solo con la semplice osservazione e la considerazione di ciò che lo sguardo coglie (perché osservare è più del mero guardare o vedere), rappresenti un primo passo per ridonare dignità alle case e alle storie rapprese tra le loro pietre. Paolo Rumiz, ne La leggenda dei monti naviganti, ha scritto che «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: affermazione bellissima che rimarca l’importanza fondamentale della memoria, anche minima, per non cancellare un bagaglio di umanità vissuta che resta e resterà prezioso. Aggiungo che, se a quella memoria si è in grado di dare seguito con il riscontro diretto sul campo, così che la memoria da immateriale e a rischio di svanimento ridiventi materiale e riprenda forza, le vecchie case non torneranno abitate ma almeno resteranno vive nella conoscenza di chi avrà visitato il luogo e ne avrà apprezzato la bellezza, il fascino, l’anima.

Tra di esse, in fondo, il Genius Loci permane ancora, nascosto, silente e sopito ma non per questo svanito. Non occorre molto per ritrovarlo e dialogarci insieme: come detto, potrebbe ancora raccontare molte storie, belle e intriganti e illuminanti.

*: avendole fatte io, le foto, non sono certo di alta qualità (anche per la meteo della giornata, poco soleggiata), ma spero risultino comunque significative riguardo ciò che ho scritto.