Domenica 24 agosto a Bormio per fare qualche domanda “spontanea” sull’Alute e sulle Olimpiadi

Domenica 24 agosto prossimo sarò a Bormio e interverrò nell’incontro pubblico dall’eloquente titolo “Olimpiadi sostenibili, una promessa infranta. La verità sulla Piana dell’Alute di Bormio”, organizzato dal Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio e dal Comitato in difesa della Piana dell’Alute di Bormio.

Che i Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026 rappresentino già ora, quando mancano sei mesi alla cerimonia di apertura, non solo un’occasione mancata per i territori coinvolti ma pure un evento che in molti casi apporterà un degrado a quei territori e alla qualità di vita delle loro comunità residenti è ormai un dato di fatto. Opere mal concepite e peggio realizzate, mancanza di visione strategica a favore dello sviluppo socioeconomico dei territori, totale assenza di interlocuzione con gli abitanti, scarsissima trasparenza da parte delle istituzioni coinvolte e per tutto ciò, dulcis in fundo, più di cinque miliardi di soldi pubblici spesi. O dovremmo già dire buttati?

Decisamente no, non dovevano essere questo le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Siamo prossimi al disastro, temo.

Come ha scritto Angelo Costanzo, presidente di “Oltre i Muri” «In Valtellina il simbolo negativo è la tangenzialina dell’Alute a Bormio. Un’opera che ha diviso profondamente la popolazione bormina, che non rientra tra quelle olimpiche, ma ritenuta dal Comune e Regione Lombardia collaterale per l’evento olimpico. Una tangenzialina dal costo di 7 milioni di euro che verrà costruita in una zona golenale dove il torrente Frodolfo è esondato nell’agosto del 2023. Un’opera che non serve, che distrugge uno dei simboli storici, agricoli, paesaggistici della Magnifica Terra.»

La tangenzialina dell’Alute sembra rappresentare l’ennesimo esempio di un’opera fuori contesto ovvero di una risposta troppo facile e banale ai problemi complessi che i territori di montagna presentano, anche quelli apparentemente floridi e ben sviluppati come Bormio. Può una “semplice” strada distruggere l’identità culturale di un intero territorio di montagna e rappresentare uno sfregio forse mai rimarginabile nella visione del suo futuro? Ed è ammissibile che la comunità residente in quel territorio possa subire un intervento del genere senza poter interloquire con i soggetti che lo propugnano? Quella strada, così come ogni altra opera che viene realizzata in un territorio montano come la conca bormina, è veramente ciò che vogliono e di cui hanno bisogno i suoi abitanti?

Per l’appunto, ne parleremo domenica 24 a Bormio in un incontro che si prospetta tanto intenso quanto interessante e illuminante. Se potrete esserci, se siete della zona o sarete lì in vacanza, non mancate!

 P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nel tempo ho dedicato alla questione dell’Alute.

Una cosa alla quale noi animali-umani dovremmo assolutamente ambire

Credo che una delle cose fondamentali che noi esseri umani – noi cosiddetti Sapiensdobbiamo perseguire per poterci dire realmente tali e giustificare quell’attributo auto-assegnatoci, è il più alto livello possibile di empatia nei confronti delle altre creature viventi, in primis degli animalitutti gli animali, non soltanto quelli più vicini a noi e graditi.

D’altro canto la parola “empatia” viene dal greco en-páthos, «sentire dentro», principalmente in riferimento alle emozioni altrui, ma che si potrebbe riferire anche al fatto che siamo animali pure noi umani, sebbene ce lo dimentichiamo spesso (strano per la creatura più “evoluta” sul pianeta!), dunque ciò che si sentiamo dentro ha un’origine simile a quello che ogni altro animale elabora dentro di sé.

Una relazione compiutamente empatica con le altre razze animali che insieme a noi vivono su questo pianeta non è solo una manifestazione di sensibilità e rispetto verso la Natura – della quale siamo pienamente parte, ribadisco – ma è anche un esercizio di considerazione e consapevolezza verso noi stessi: perché poche altre cose (forse nessun’altra?) può darci tanto e insegnarci moltissimo come un rapporto di autentica empatia con gli animali.

[Immagine tratta da www.compassion-contagion.com/fieldnotes/animalspeople.]
Solitamente si disserta su quanto gli animali, in particolar modo quelli domestici ovviamente, sappiano essere empatici con noi umani. Ma viceversa? Quanto sappiamo esserlo noi con loro? In maniera autentica e complessa, s’intende, non in forza dei semplici comandi grazie ai quali interagiamo con essi o dell’affetto che ci lega.

Be’, lo ribadisco: credo sia una delle massime aspirazioni alla quale noi umani dovremmo ambire, una condizione la cui comprensione dell’importanza fondamentale dovrebbe essere di default nella nostra intelligenza. Quelli più edotti al riguardo forse la definirebbero un esercizio di ecosofia; gli altri, tra i quali me, la possono pure indicare come una manifestazione della più nobile, compiuta e olistica umanità.

Bisogna imparare a riconoscere e a rispettare negli altri animali i sentimenti che vibrano in noi stessi.

[John Oswald, The Cry of Nature; or, An Appeal to Mercy and to Justice, on Behalf of the Persecuted Animals, 1791.]

Buon relax a tutti!

Nelle prossime due settimane il blog non andrà in “vacanza” ma, visto il periodo, terrà ritmi più blandi di pubblicazione degli articoli. Ugualmente, dunque, vedrete meno post di rilancio degli articoli sulle pagine social; sappiate però che, come detto, qui nel blog troverete comunque contenuti nuovi e, lo spero, sempre interessanti tanto quanto stimolanti.

Vi auguro di cuore le più belle e rilassanti vacanze; se le avete già fatte, un rigenerante riposo; se invece lavorate, conto che il periodo consenta anche a voi meno stress e più tranquillità. Ma se lavorate e il vostro lavoro non vi impone stress e affanni di sorta nemmeno nel resto dell’anno, beh… ditemi dove devo inviare il curriculum!

Buon agosto a tutti! 😉

Nell’immagine: Walter Risch (1892-1966), di St. Moritz, e Christian Klucker (1853-1928), della Val Fex, due delle più celebri guide alpine engadinesi, sui monti della Val Bregaglia intorno al 1910.

“Il Geopoeta”, a settembre: un libro fondamentale, da non perdere

Nei primi giorni di settembre uscirà per Meltemi Editore la nuova edizione de Il Geopoeta, nelle terre della percezione, l’ultimo libro di Davide S. Sapienza. O forse dovrei meglio dire “il” libro di Davide Sapienza, il manifesto fondamentale di un pensiero che scaturisce da una vita di esplorazioni della Natura e dei paesaggi, che raffigura e fissa nero su bianco nelle sue pagine una visione – un’idea, una teoria che s’è già fatta pratica, una filosofia fatta di tanti assunti quanti sono i passi mossi nelle geografie del mondo – relazionale e esperienziale che è propria di Davide ma organica a chiunque altro si dimostri sensibile al mondo che lo circonda: la lettura del libro – consigliatissima, inutile dirlo – ve lo dimostrerà fin dalle prime pagine, facendovi sentire per così dire “autori”, voi stessi, delle parole che in quel momento starete leggendo e leggerete.

Davide, con il quale mi lega un’amicizia ormai di lungo corso, mi ha concesso l’enorme privilegio di scrivere la prefazione de Il Geopoeta. Un compito che nei momenti successivi alla sua proposta mi era parso superiore alle mie possibilità oltre che troppo ragguardevole. «La prefazione ad un testo importante come Il Geopoeta, io? Naaaa…!» D’altro canto ho sempre ben vividi nella mente gli innumerevoli insegnamenti che Davide mi ha continuamente donato, di persona e attraverso i suoi libri, e che da sempre coniugo al mio vagabondare per i paesaggi e alle visioni che ne traggo, e subito dopo tale considerazione ho pensato di come io concepisca Davide come a una sorta di mappa, anzi, un uomo-mappa, un narratore che non solo ha raccontato e racconta luoghi, nature, paesaggi, idee, visioni, utopie, ma li rappresenta in una rete di connessioni pienamente e profondamente geopoetiche che posso veramente immaginare come quelle che uniscono le località di una carta geografica, la cui consultazione e conoscenza sa dare una direzione, un’indicazione precisa e comunque utile a capire dove si è, cosa si ha intorno e verso dove ci si può dirigere, ma sa dare pure un senso culturale, estetico, antropologico profondo al nostro essere/stare nel luogo in cui stiamo, sia esso uno spazio geografico e materiale oppure un dominio mentale, spirituale e immateriale.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il pdf.]
Anche per questo alla fine mi sono detto: be’, forse non sarò in grado di scrivere una prefazione degna di tal nome e di cotanto libro, ma voglio comunque provare a mettere per iscritto le sensazioni, le percezioni e le nozioni che posso trarre dal viaggio attraverso quel luogo letterario che è Il Geopoeta e l’uomo-mappa che l’ha pensato, elaborato, composto. Dunque sì, Il Geopoeta che uscirà per Meltemi ai primi di settembre ha la mia prefazione, cioè una sorta di piccolo ma intenso diario del viaggio personale attraverso il libro, il suo autore, Davide Sapienza, e il suo fondamentale pensiero geopoetico.

[Un estratto della mia prefazione.]
In ogni caso, a prescindere dalla mia prefazione (d’altro canto il libro regala ai suoi lettori anche la videoopera “Contrafforte Pliocenico” di Marco Mensa per Ethnos, e le mirabili illustrazioni di Vittorio Peretto), sappiate che Il Geopoeta è uno dei libri più importanti, forse il più importante, usciti in Italia sul tema della nostra relazione con il mondo, i paesaggi, la Natura, il tempo che viviamo nel frattempo. Una lettura realmente imperdibile, tenetene ben conto.

Gianni Berengo Gardin

[Paesaggio agricolo, altipiano del Renon, 1968. Immagine dall’Archivio Touring, tratta da qui.]
Sono state spesso presenti, le montagne, nella visione del paesaggio che ci ha donato Gianni Berengo Gardin, il grande fotografo ligure scomparso mercoledì.

Una visione profondissima anche perché assolutamente antropologica, capace di rivelare le relazioni tra luoghi e persone, tra geografie esteriori visibili e interiori intuibili, tra lo spazio del mondo vissuto e il tempo di chi lo viveva (e lo vive tutt’oggi). D’altro canto era lo stesso Berengo Gardini a sostenere che «Il mio lavoro non è assolutamente artistico e non ci tengo a passare per artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile».

[Gran Sasso d’Italia, 2007. Immagine tratta da www.artsy.net.]
Un impegno i cui frutti ora devono diventare patrimonio culturale collettivo del paese, affinché la mancanza del suo sguardo così profondo e narrante non sia troppo intensa.

RIP.