I confini prima dell’alba

Cinquanta ettari di terra: ecco, secondo l’impiegato della contea, a quanto ammonta il mio dominio mondano. Ma L’impiegato è un tipo un po’ pigro, e non dà mai un’ occhiata ai suoi registri prima delle nove del mattino. Ciò che essi gli mostrerebbero al sorgere del sole è il tema ora in discussione.
Registri o no, un fatto è certo, sia per il mio cane che per me: prima dell’alba io sono l’unico proprietario di tutti gli ettari di terra sui quali riesco a camminare.
Non sono solo i confini a scomparire, ma l’idea stessa di essere confinato. Distese sconosciute agli atti o alle mappe divengono note a ogni alba, e la solitudine – che sembra non esistere più in questa contea – abbraccia ogni palmo di terra sul quale la rugiada stende il suo velo.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.58.)

Torna la bella stagione, torna la guida “Dol dei Tre Signori”

Torna la “bella” stagione, propizia alle escursioni in montagna, e per chi non l’ha ancora tra le mani c’è una nuova possibilità di acquistare la guida escursionistica Dol dei Tre Signori dedicata al cammino della Dorsale Orobica Lecchese, uno dei più spettacolari e affascinanti itinerari delle Alpi lombarde e non solo. La pubblicazione della collana «I cammini di Orobie» curata da Moma Edizioni è infatti in vendita nelle edicole della provincia di Monza e Brianza abbinata al magazine “Orobie a 11,50 Euro, oltre al prezzo del mensile. Un’ottima e comoda occasione per avere a disposizione un volume che racconta, in modo tanto completo quanto originale, un territorio montano ricco di bellezze, di peculiarità speciali, di tesori sconosciuti o quasi e di continue sorprese sospese (gioco di parole voluto!) sui colli di Bergamo, sulla Pianura Padana, sul bacino dell’Adda e sulle valli valsassinesi e bergamasche, fino al paesaggio possentemente alpino della zona del Pizzo Tre Signori, montagna iconica e identificante l’intero itinerario.

La guida, i cui autori sono Sara Invernizzi, Ruggero Meles e chi vi scrive, è stata realizzata da “Orobie” per fare conoscere il bellissimo cammino montano tra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio, un progetto che gode della partnership di Italcementi in collaborazione con l’Ersaf-Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste. Sette tappe, da Bergamo a Colico o Morbegno ovvero dalle meraviglie storiche e artistiche del capoluogo orobico a quelle paesaggistiche e naturali del Lago di Como e delle Orobie valtellinesi sulle orme del trekking organizzato da “Orobie” nel luglio 2017.

All’interno della guida escursionistica è presente anche la mappa dell’intero percorso della DOL; inoltre, le pagine sono dotate di descrizioni e narrazioni delle varie tappe oltre che del collegamento tramite codice Qr all’app gratuita di Orobie Active e ai suoi contenuti interattivi.

Per maggiori informazioni, potete contattare la redazione di “Orobie” al 035/358899 o scrivere a abbonati@orobie.it; per saperne di più sulla guida, invece, cliccate qui.

Dunque, buona lettura della guida e buone escursioni lungo la Dol dei Tre Signori!

Confini e guerre / guerre e confini

[Immagine tratta da www.artstation.com.]

Nel suo semidimenticato saggio War and America, scritto nel 1914, a ridosso della Prima Guerra Mondiale, il più celebre psicologo d’America, Hugo Münsterberg, espone coraggiosamente le sue idee pacifiste. “Da parte mia vedo una sola possibilità”, dice, “la guerra potrebbe essere fermata solo se le sue condizioni fondamentali fossero volontariamente cambiate. Le guerre fra nazioni sono state lotte per conquistare territori o per privare altre nazioni del loro territorio. Le guerre internazionali scomparirebbero solo se le nazioni non possedessero i propri territori”.
La sua presa di posizione è chiara, ma anche assai problematica poiché lui stesso, benché trasferitosi negli USA da vent’anni, era (e restava) un tedesco, legato alla sua cultura e alla sua patria d’origine. Ma proprio la sua situazione di intellettuale “de-territorializzato” è quella che gli permette di formulare un autentico “internazionalismo pacifista” a cui lui dà il nome di cosmocorismo. Per capire di cosa si tratti basta confrontarlo col cosmopolitismo kantiano: per Kant i confini esistono, e ciò che si invoca è il diritto di oltrepassarli liberamente; per Münsterberg il cosmocorismo significa la fusione totale dei territori e la scomparsa di tutti i confini, che, semplicemente, devono cessare di esistere. In altri termini, mentre per Kant l’uomo coincide con la propria azione morale, per lo psicologo esso è anche il prodotto dinamico delle idee che crea o subisce; se l’uomo dunque si liberasse dall’idea di essere definito dal suolo su cui è nato, le guerre scomparirebbero.

Quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, scatenando l’ennesima guerra nella storia della cosiddetta “civiltà umana”, mi è tornato in mente un’editoriale di Marco Senaldi pubblicato qualche mese fa su “Artribune” – sia nel sito che sul numero 59 del magazine – la cui prima è parte è quella che ho pubblicato lì sopra. Nell’articolo si contestualizzava il tema sulla questione della pandemia da Covid-19, ma constaterete che quanto sosteneva Münsterberg lo si potrebbe adattare alla situazione bellica attuale. In effetti pure io, quando presi a leggere le prime notizie sull’aggressione russa, pensai proprio all’idea di “confine” quale solita causa, tra quelle principali e ineluttabili, delle guerre – al di là della visione internazionalista-pacifista dello psicologo americano e semmai più pensando a certo pensiero anarchico alla Élisée Reclus. Del concetto di «confine» e della sua materialità moderna-contemporanea mi sono occupato più volte, riunendo molte delle principali osservazioni personali al riguardo nel saggio Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020 – lo vedete qui accanto e cliccate sopra l’immagine per saperne di più) e, per ciò che ne posso ricavare, sono convinto che eliminare i confini geopolitici – nella forma attuale una forzata “invenzione” sei-settecentesca di matrice cartesiana sviluppata unicamente per soddisfare le pretese di dominio dei vari stati e non per salvaguardare unità socio-culturali di carattere realmente nazionale – in effetti eliminerebbe alla radice la causa di molte guerre ma non significherebbe affatto la globalizzazione culturale generale, che peraltro comunque trova campo libero nonostante qualsiasi confine più o meno rigido, come constatiamo da tempo. In tal senso non sono invece d’accordo con Münsterberg ove sostenga di doversi liberare «dall’idea di essere definito dal suolo su cui è nato», dote che invece, culturalmente sviluppata e del cui valore antropologico essere consapevoli, aiuterebbe proprio a definire quell’alterità necessaria alla conseguente (e niente affatto antitetica, sotto molti aspetti) definizione di un’identità di natura prettamente culturale e non politica ovvero nazionale-nazionalista. Così formato tale aspetto, e dunque resi sostanzialmente immateriali i confini tra genti diverse e relativi territori abitati, verrebbero facilitate anche le relazioni tra le diverse unità socio-culturali – le varie popolazioni, intendendo il termine sia su macroscala che su microscala – il cui contatto avverrebbe sullo stesso virtuoso piano culturale e non su altri potenzialmente più pericolosi.

Per dirlo in modo più semplice, propongo il solito esempio dei territori delle Alpi, divisi dall’elevata e ostica catena alpina i cui contrafforti montuosi mai hanno però diviso le genti dei versanti opposti, anzi, ne hanno sempre agevolato il contatto e l’incontro anche solo sulla spinta della curiosità di sapere cosa ci fosse al di là delle montagne che sbarravano il proprio orizzonte – il concetto di «Alpi come cerniera» che molti studiosi propongono, ad esempio l’antropologo Annibale Salsa. Da quando invece le montagne, da confini naturali che non erano, sull’onda del suddetto pensiero cartesiano sono stati trasformati in confini geopolitici che hanno creato un di qua diverso del di là – cosa totalmente artificiosa, appunto -, sono iniziati i problemi ovvero le guerre, che sovente si sono concentrate con la loro maggiore forza distruttiva proprio sui territori di confine: la Prima Guerra Mondiale, con le sue battaglie alpine, è l’esempio principale in tal senso.

Insomma, come ho scritto in un altro post dedicato al tema, «La geografia ci insegna che non esistono confini se non dove noi li vogliamo vedere, perché li immaginiamo nella nostra mente e li costruiamo nel nostro animo»: quando ciò accade, e se consideriamo che la geografia è fatta anche di storia e dunque questa seconda, e i suoi accadimenti, dipendono molto dalla prima, lo scoppio di una guerra è solo una inevitabile questione di tempo. Già.

Tiziano Incani, “Il castello”

Si dice spesso, e a ragione, che noi uomini contemporanei stiamo perdendo la capacità di sorprenderci. In senso generale, e ciò perché ormai tutto o quasi viene preconfezionato, prestabilito, standardizzato e adeguato a certi “metri emotivi” sostanzialmente imposti e conformi all’immaginario diffuso. Effettivamente in circolazione c’è in giro ben poco che possa definirsi spiazzante, nell’accezione letterale del termine ovvero s-piazzante, con la “s” sottrattiva: qualcosa che porta fuori dai soliti luoghi (comuni), dalla “piazza” dove tutti stanno – come indica l’etimologia originaria del termine. Poi, ovviamente, una cosa può essere “spiazzante” nel bene e parimenti nel male, ma anche nel secondo caso rappresenterebbe una rottura potenzialmente positiva, che può far capire cosa ci sia che non vada in quella cosa, evidenziandone l’irregolarità e permettendo di starne alla larga.

Ecco: Il Castello, romanzo di Tiziano Incani pubblicato da Silele Edizioni nel 2021, è un libro che potrei definire tranquillamente “spiazzante”. Sia chiaro: non sono un lettore che da un certo libro si aspetta qualcosa di particolare, se non di godere d’una bella e interessante lettura, come è ovvio, tanto più per il fatto che le mie scelte di lettura sono sempre mirate e ponderate; di contro mi torna in mente quella famosa affermazione di Gauguin, «l’arte o è plagio o è rivoluzione» la quale, fatte le debite proporzioni, rimanda un po’ a quanto scrivevo poco fa, ovvero a che pure un buon libro è tale quando riesce a sorprendere e, in qualche modo, a “spiazzare” il suo lettore, generandogli una sorta di piccola “rivoluzione”. Il castello trovo che lo sia in diversi aspetti []

[Foto di Coccodrillodelnilo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de Il castello cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Geografia e migrazioni

[Immagine tratta da www.agenzianova.com, cliccateci sopra per la fonte originaria.]
Personalmente è da anni (almeno da qui) che vado sostenendo che la questione dell’immigrazione non può e non potrà essere risolta e tanto meno gestita al meglio finché non verrà compresa sul suo piano fondamentale che è quello antropologico, il quale ne sottintende altri – quello storico, quello geografico, sociologico, ambientale eccetera – ma che, appunto, appare come l’ineluttabile contesto entro il quale bisogna analizzare e comprendere la questione.

Ma io non sono nessuno e dunque le mie opinioni valgono per quel che (non) valgono, dunque mi fa molto piacere constatare che un ente scientifico prestigioso come GEA, l’Associazione dei Geografi del Ticino, membro della Associazione Svizzera di Geografia, ha dedicato un numero (il 42 di settembre 2020) della propria rivista “GEA paesaggi territori geografie” alla suddetta questione, con alcuni illuminanti saggi che ne dissertano con quel taglio antropologico suddetto, saldamente ancorato alla dimensione spaziale che la geografia studia e determina. Credo sia una delle poche pubblicazioni, almeno tra quelle reperibili sul web, che affrontino la questione in tal modo, per cui la sua importanza è veramente notevole.

In uno dei saggi della rivista nel quale si occupa della cosiddetta “rotta balcanica”, Valerio Raffaele – geografo, membro dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia – segnala proprio l’inadeguatezza dell’approccio alla questione finora utilizzato dalle istituzioni nazionali e europee la quale a cascata influenza (in un rapporto di causa/effetti viziosamente circolare) le azioni intraprese dalla politica al riguardo:

L’impellente necessità di trovare un reale coordinamento delle politiche migratorie, fondamentale per il futuro stesso dell’Unione Europea, è anche una questione geopolitica. Gli eventi dei primi mesi del 2020, con la minaccia turca di aprire i confini ai migranti nell’area di Edirne, ne sono una chiara dimostrazione. Mettere il proprio futuro nelle mani di un vicino di casa poco affidabile quale è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per non parlare dell’opportunità o meno di pagare fior di soldi uno Stato dalla marcata deriva autoritaria, costituisce certamente un elemento di estrema debolezza. In una “fortezza Europa” dove i venti sovranisti soffiano forte, emergono tutti i limiti degli Stati-nazione nell’affrontare le nuove migrazioni globali che, per loro natura, richiamano una serie complessa di legami spaziali transnazionali. La questione riguarda anche i diritti umani. Sono ben poche le lapidi con un nome nel cimitero musulmano di Sidirò. Una delle poche porta il nome di Mustafà Rahuan, siriano di Aleppo. I muri voluti dall’Europa uccidono anche chi scappa dalla guerra.

Peraltro è bene rimarcare che in queste settimane l’attenzione del mondo e dei media si è inevitabilmente puntata sul conflitto russo-ucraino ma nel frattempo i flussi migratori Sud-Nord, cioè sostanzialmente quelli con direttrice Africa/Asia Centrale-Europa, continuano e anzi aumentano, come si può evincere dalle statistiche diramate al riguardo dal Ministero dell’Interno italiano ovvero dalle cronache drammatiche che comunque i media forniscono, se le si cercano, come questa. Senza contare che la stessa situazione ucraina acuisce la gravità della situazione, con l’esodo di massa degli ucraini al quale si unisce quello meno ingente ma comunque significativo dei non ucraini, sovente migranti, che vivevano nel paese allo scoppio della guerra.

Insomma: mi auguro vogliate cogliere il mio invito alla lettura della rivista di GEA (lo potete fare qui), sono certo ne potrete trarre delle opinioni assolutamente interessanti e, ribadisco, importanti.