La bellezza della Dorsale Orobica Lecchese

Continuo a trovare numerose persone, che conosco molto o per nulla, le quali mi rimarcano i loro complimenti – insieme agli altri due autori Sara Invernizzi e Ruggero Meles – per la guida Dol dei Tre Signori e io ne sono sinceramente sorpreso e contento. Sorpreso non perché non pensassi che il libro non se li meriti, semmai più per una forma congenita di modestia che spero appaia poco falsa e più ingenua che mi rende lieto per qualsiasi complimento, il primo come l’ultimo, il più caloroso come il più compito; contento perché mi viene idealmente e spiritualmente da girare quegli apprezzamenti al territorio e ai luoghi che abbiamo narrato, i monti della Dorsale Orobica Lecchese, una regione prealpina per la quale l’aggettivo «spettacolare» si può declinare in innumerevoli modi senza mai che risulti esagerato, stucchevole e ingiustificato. Ovvero, per farvi capire ancora meglio il “concetto”:

[Fotografia di ©Alessia Scaglia.]
Ecco: sono monti, quelli della Dol, che meritano di essere frequentati con la conoscenza e la consapevolezza più complete di ciò che i loro territori e i paesaggi sanno offrire. Per questo, in fondo, abbiamo scritto la nostra guida: per far che la bellezza di questi luoghi possa riflettersi pienamente in chi li visiterà e diventare la bellezza di viverli, per poche ore o per molto più tempo ma comunque riconoscendoli come luoghi dove poter stare bene. Che è tantissima roba, non vi pare?

Per saperne di più sulla guida, potete cliccare sull’immagine in testa al post e consultare la pagina web orobie.it/cammini/ oppure la pagina Facebook I cammini di Orobie.

P.S.: e non dimenticate che sulla Dol ci si può andare per lunghi tratti anche in inverno con la neve al suolo. Date un occhio qui al riguardo.

 

Una foto vincente

Faccio i miei più fervidi complimenti a Mauro Lanfranchi, fotografo di mirabile bravura che ho la fortuna di conoscere – e ancor più conosco la sua produzione fotografica, da lustri di livello eccezionale – che con l’immagine qui sopra ha vinto l’edizione 2021 del Photo Contest della Convenzione delle Alpi, uno dei più prestigiosi riconoscimenti nell’ambito della fotografia di montagna, quest’anno dedicato al tema dell’acqua nelle Alpi, dalle più piccole pozzanghere ai più grandi fiumi e laghi alpini, così come alla loro ineguagliabile biodiversità.

Cliccateci sopra per ingrandirla e ammirarla ancora meglio. Potete poi ammirare le altre fotografie premiate nel Contest sulla pagina Facebook della Convenzione delle Alpi.

P.S.: peraltro la foto di Lanfranchi, che ritrae un angolo del Lago d’Entova, in Valmalenco, luogo da me ben conosciuto, rivela tutta la sua particolare bellezza anche (quasi soprattutto) se ribaltata:

P.S.#2: e d’altro canto la particolare rifulgenza del Lago d’Entova, dovuta alla peculiare placidità delle sue acque, già è nota da tempo. Così ne scrive Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nella raccolta I laghi alpini valtellinesi, pubblicata a Padova nel 1894 (fonte qui):

Il mistero del formaggio scomparso

[Foto di SplitShire da Pixabay.]

Goderai in Milano il cervelato del Peregallo, cibo re dei cibi, col quale ti conforto mangiar delle offellette e bervi dopo della vernaciuola di Cassano, d’Inzago e d’Avauro; goderai certi verdorini della buona delli arrosti; non ti scordar la luganica sottile e le tomacelle di Moncia, non le trotte di Como, non li agoni di Lugano, non le erbolane e fagiani montanari che dai deserti di Grisoni a Chiavenna capitar sogliono; non anche i maroni chiavennaschi, non il cacio di Malengo e della valle del Bitto, non le truttarelle della Mera.

(Ortensio Lando, Commentario de le più notabili, & mostruose cose d’Italia, & altri luoghi, di lingua aramea in italiana tradotto, nelquale s’impara, & prendesi estremo piacere. Vi si e poi aggionto un breue catalogo de gli inuentori de le cose che si mangiano, & si beuono, nuouamente ritrouato, & da messer anonymo di Vtopia composto, Vinetia, al segno del Pozzo, Andrea Arrivabene, 1550.)

Ortensio Lando, letterato e umanista milanese cinquecentesco, intorno alla metà di quel secolo scrive un breve e gustoso (in tutti i sensi) trattatello enogastronomico nell’Italia dell’epoca (ne trovate una copia qui), delle cui città descrive i principali piatti al tempo evidentemente assai rinomati e apprezzati, mentre di pietanze “rurali” poco si occupa. Al riguardo l’unico accenno a cibi di montagna è lombardo e valtellinese e risulta particolarmente interessante: tra selvaggina, pescato e prodotti della terra e del bosco cita due soli formaggi (gli unici, eccetto un «cacio piacentino», presenti nel suo compendio) che indubbiamente reputa meritori e ben conosciuti ai buongustai di allora. Uno che tutt’oggi è assai famoso ancorché fin troppo “industrializzato”, il Bitto, e l’altro, tale «cacio di Malengo» cioè della Valmalenco (la “g” di «Malengo» è coerente con le ipotesi sull’origine del toponimo della valle), che viceversa risulta scomparso, in un’antitesi di sorti gastronomiche alquanto curiosa posta poi la contiguità territoriale. Che fine avrà fatto dunque il «cacio di Malengo»? Perché l’uno, il Bitto, lo si ritrova (anche troppo, ribadisco) in ogni supermercato mentre dell’altro nemmeno più i locali ricordano qualcosa? Forse che in Valmalenco d’un tratto abbiano ritenuto più redditizio cavare pietre (attività economica assai nota, per la zona) che produrre formaggi pur così rinomati tanto da essere citati in trattati de le più notabili cose d’Italia? E perché, nel caso?

Giro l’arcano agli amici malenchi e al contempo rimarco come questo accenno emblematico all’opera di Ortensio Lando dimostri una volta di più quanto il cibo sia un elemento tra i più referenziali e identitari in assoluto per i territori di produzione, un vero e proprio trattato culturale commestibile col quale nutrire il corpo e la mente di storie, geografie, paesaggi, tradizioni, saperi secolari se non millenari e magari, appunto, di qualche suggestivo e gustoso “mistero” – per la mente e per il corpo, già.

Per saperne di più in generale sul Patrimonio Alimentare Alpino, potete consultare il sito web del progetto AlpFoodway, che tra le altre cose mira a ottenere l’iscrizione dei cibi delle Alpi nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO anche attraverso una petizione pubblica che si può firmare qui.
Altre informazioni interessanti sul tema le trovate nel sito della Cipra – Convenzione internazionale per la Protezione delle Alpi, qui.

P.S.: ho già disquisito sull’importanza del formaggio nella cultura di montagna e dei suoi paesaggi, qui.

Una “panchina gigante” VERA

Per chiudere il cerchio intorno alla “panchina gigante” di Triangia, in Valtellina, sulla quale ho disquisito più volte di recente (vedi qui e qui) per come mi appaia un esempio emblematico della deplorevole pratica (clic) di piazzare in luoghi di notevole pregio paesaggistico (montani, soprattutto) tali manufatti, così sostanzialmente rovinando e inquinando quei luoghi, guardate la bellezza di questa fotografia:

Un gruppo di ragazzi in escursione sui monti del versante retico valtellinese ignora del tutto la megacianfrusaglia suddetta e ammira il paesaggio della valle dall’unica vera “panchina” atta allo scopo presente in loco, il masso erratico di serpentinite malenca antistante l’altra gigante che, come è ben evidente nella foto, così ignorata e solitaria palesa tutta la sua decontestuale presenza ovvero il suo non c’entrar un fico secco con il paesaggio del luogo e tanto meno con la sua fruizione realmente consapevole.

Ecco. E un bel ciaone a tutte queste megapanchine! 👋

P.S.: di nuovo grazie di cuore a Michele Comi, per la sua costante e preziosa opera di sensibilizzazione culturale sui temi della montagna nonché per la consulenza geologica!

Alt(r)ispazi, alt(r)e riletture!

Ringrazio di cuore Alt(r)ispazi, il sito/blog dell’Associazione Culturale Ettore Pagani – un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che opera in ambito culturale a favore della maggiore conoscenza del mondo della montagna – per aver ripostato il mio articolo Piove? Evviva! pubblicato in origine qui e nel quale raccontato dell’affascinante esperienza personale vissuta con Michele Comi nell’edizione 2021 di Alt(ro) Festival, in Valmalenco, in una giornata con condizioni meteorologiche “avverse”. Ma avverse da chi e da cosa, poi?

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere il mio racconto, e buona alt(r)a lettura!