Viva il Sassolungo, viva Nosc Cunfin!

Ci sono tantissimi soggetti e associazioni di varia natura che “dal basso”, dalla società civile, si battono in maniera assolutamente ammirevole ed efficace per la tutela dei nostri paesaggi montani, sia in generale che rispetto a certi specifici progetti particolarmente pericolosi, sia per i territori ai quali si vorrebbero imporre e sia per la loro cultura.

Tra quelle che mi vengono rapidamente in mente, al riguardo, c’è “Nosc Cunfin”, un’associazione impegnata da tempo nella tutela delle Dolomiti ladine e in particolar modo nella protezione del Gruppo del Sassolungo e del Plan da Cunfin, i Piani di Confine, un luogo posto ai piedi del versante settentrionale del Sassolungo, tra la Val Gardena e l’Alpe di Siusi, di straordinaria bellezza e fascino oltre che di grandissima valenza naturalistica per la presenza di zone umide di elevata biodiversità, habitat di specie protette e fonti di acqua potabile per la popolazione locale. Una zona che però da tempo è minacciata da un ennesimo progetto sciistico funiviario che la devasterebbe irrimediabilmente, così come rovinerebbe in modo inaccettabile la visione del paesaggio verso il citato versante nord del Sassolungo. Come si può leggere qui:

L’Alpe di Siusi e la Val Gardena sono già fortemente industrializzate e sono un parco giochi per innumerevoli turisti sia in estate che in inverno. Solo i Piani di Cunfin sono ancora un rifugio per gli animali selvatici in cerca di pace e tranquillità e per le persone che apprezzano la bellezza e l’armonia di questo paesaggio incontaminato.

Contro tale progetto funiviario Nosc Cunfin si batte da anni, chiedendo il riconoscimento dei territori in questione come parco naturale al fine di contrastare efficacemente la speculazione edilizia a fini turistici e preservare l’ambiente, la biodiversità e le risorse idriche così peculiari della zona. Non solo: Nosc Cunfin ha avuto un ruolo decisivo anche nello scoprire l’oltraggio ambientale della cosiddetta Città dei Sassi, altra zona di grande bellezza e valenza ai piedi del Sassolungo. I locali gestori del comprensorio sciistico hanno costruito di nascosto e illegalmente una pista da sci attraverso il monumento naturale della Città dei Sassi, probabilmente sperando di farla franca. Nosc Cunfin, insieme al CAI Alto Adige e ad altre organizzazioni alpine e ambientaliste, ha preso posizione contro questa situazione e insieme sono riusciti a far sanzionare questo scempio.

Quello di Nosc Cunfin è un impegno di matrice esclusivamente civica che, come detto, nasce direttamente “dal basso” della comunità gardenese, circa la quale ne rimarca la forte relazione culturale con le proprie montagne, aspetto sempre fondamentale nella gestione consapevole delle terre alte da parte delle comunità locali. Ed è un impegno così emblematico ed esemplare da essere stato premiato, lo scorso maggio a Orta San Giulio, sull’omonimo lago, da una delle diciannove “Bandiere Verdi conferite quest’anno da Legambiente: io ero presente e ciò mi ha concesso il privilegio di conoscere personalmente Heidi Stuffer e Karl Heinz Dejori, attivisti di Nosc Cunfin (li vedete qui sotto) che hanno ritirato il premio a nome del gruppo, e farci una bella chiacchierata riguardo la loro attività di salvaguardia dell’intero Gruppo del Sassolungo e della promozione in loco del turismo dolce, dell’agricoltura sostenibile, della cultura e delle identità locali a beneficio di comunità vive e forti.

Dunque standing ovation per Nosc Cunfin e grandissima ammirazione per quanto hanno saputo, sanno e sapranno fare: è qualcosa di veramente illuminante e esemplare che mi auguro sia d’ispirazione per tanti altri soggetti impegnati nella tutela dei territori montani (e non solo di questi). Così come auguro a Nosc Cunfin di andare avanti con immutato impegno, forza, energia e efficacia fino a che nulla più possa minacciare, anche solo formalmente, la meravigliosa bellezza del Sassolungo e delle Dolomiti.

Per chi volesse seguire e sostenere l’attività di Nosc Cunfin:

(Tutte le immagini sono tratte dalla pagina Facebook di Nosc Cunfin.)

Torniamo a casa, in montagna!

[Foto di winluk da Pixabay.]

Mentre la schizofrenia di questa società ci presenta da un lato i sovranismi, i populismi, la guerra e lo sfacelo climatico; dall’altro il metaverso, l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata e gli spazi virtuali come se fossero la risposta ai nostri problemi, io dico: restiamo umani e ascoltiamo richiamo della Montagna!
Heimgang, come dicevano gli antichi norreni, cioè il “ritorno nella casa madre” di tutti i tempi, così come gli islandesi chiamavano Heimkomu questo atavico richiamo e i ladini delle vallate dolomitiche del Sella definiscono Jì a ciasa.
Poiché è nei luoghi selvaggi, quelli dello spettacolo eterno e meraviglioso, che si respira un richiamo ancestrale che riporta i nostri sensi e il nostro spirito a un utero materno universale, la fonte della luce originaria dove sgorga la nostra più autentica pienezza, nel flusso vitale primigenio che ci lega alla Montagna e in essa ci permette di riconoscerci.

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.92-93.]

Righetto rinnova e ribadisce in questo brano del suo recente libro ciò che scrisse quasi un secolo e mezzo fa Walt Whitman (l’ho citato anche di recente): «Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via […] che cosa ti resta? Resta la Natura.»

Ribadisce ciò che in fondo è dentro di noi fino dalla notte dei tempi e rappresenta oggi, come ha fatto ieri e lo farà in eterno, uno degli elementi ineludibili del nostro essere creature viventi in questo mondo: il legame con la Terra che le montagne, con la loro potenza geomorfologica e con ogni altra cosa che sanno manifestare, rappresentano con una forza più unica che rara.

[Cliccate sull’immagine per leggere la mia “recensione” al libro.]
Noi Sapiens, pur iper tecnologici quali siamo, nel profondo restiamo e resteremo sempre animali selvatici, e la nostra selvaticità si palesa innanzi tutto nel legame armonico che abbiamo con la Natura – perché siamo Natura, d’altro canto. Paradossalmente, diventiamo sovente selvaggi, nel senso più negativo del termine – rozzi, crudeli, violenti, arretrati – quando invece trascuriamo o dimentichiamo quel nostro legame ancestrale con la Natura sentendoci liberi di devastarla come nessun altra creatura selvatica può e sa fare. Perché noi abbiano la tecnologia: ma che ci serve realmente, se il fatto di poterne usufruire ci può far diventare più bestiali delle bestie così (da noi) dette?

Se questa è l’evoluzione che ci ha portato a dominare il mondo a scapito di qualsiasi altra creatura vivente e ancor più della nostra casaHeimgang, Heimkomu, Jì a ciasa… – in realtà ci stiamo soltanto scavando da secoli la fossa nella quale prima o poi, inesorabilmente, finiremo dentro senza più possibilità di uscirne.

Una legge che condanna le montagne italiane alla mediocrità

[Foto di Patrick su Unsplash.]
Di recente è stata approvata dal Parlamento la cosiddetta “Legge sulla Montagna” «per il riconoscimento e la promozione delle zone montane».

Mi pare sia una solita legge all’italiana: a fronte di alcune cose buone, il testo presenta mancanze, dimenticanze, palesa una scarsa conoscenza della realtà montana nazionale e manifesta verso di essa ben poca sensibilità. Difetti che, nel complesso, rischiano di rendere inefficaci anche i «passi avanti» proposti.

Al riguardo mi trovo molto d’accordo con il comunicato che la Cipra Italia – delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi – ha emesso, che riporta le considerazioni sulla legge di Vanda Bonardo, presidente di Cipra Italia; lo vedete lì sopra (cliccatelo per scaricarlo in pdf). Soprattutto concordo su quanto rimarcato circa la sostanziale mancanza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei comuni montani: è la solita e ormai cronica mancanza di rappresentatività politica delle montagne e delle loro comunità, che evidentemente continuano a essere considerate dalle istituzioni come territori e cittadinanze di secondaria importanza, non meritevoli di una strategia di sviluppo strutturata e realmente efficace nonché ritenute incapaci di gestire la governance delle proprie montagne.

Tutto molto significativo, emblematico e d’altro canto per nulla nuovo, ribadisco.

Alla politica italiana, che governa le istituzioni pubbliche, delle montagne non interessa granché, e tanti dei problemi che oggi affliggono le comunità di montagna nascono proprio da questa trascuratezza di ormai lungo corso. Ne siano consapevoli, quelle comunità e, per quanto possibile, agiscano di conseguenza.

Quando i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano

[Marzia Verona con alcune delle sue capre. Foto di Anna Ravizza, Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2021.]
Così scrive l’amica scrittrice e pastora Marzia Verona in un post sulla sua pagina Facebook del 3 luglio scorso:

Rileggendo i commenti al post di ieri sulle “aree interne” (lo trovate qui, e si riferisce all’articolo che vedete nell’immagine – n.d.L.), mi sono soffermata su un paio di considerazioni.
«Il problema siamo noi montanari che non siamo uniti…», «il problema è che nemmeno più a chi è di qui interessa la salvaguardia del territorio […] il resto è disinteresse e “piccole guerre” di paese. E qui non c’entra il governo ma la testa delle persone purtroppo».
Così scrivono due persone, abitanti in regioni diverse, in aree che conosco bene. Ma non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove, queste situazioni le viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Non c’è da scomodare la politica europea, neanche quella nazionale, ma neppure quella regionale o comunale. Molti dei problemi che ci toccano da vicino vengono da diatribe di vicinato, quando non addirittura famigliari, da guerre dei poveri tra chi pratica lo stesso mestiere. Uno ti porta via l’acqua, l’altro ti soffia l’alpeggio, l’altro ancora si accaparra i tuoi prati, i tuoi pascoli. E a te crolla addosso il mondo, ti tocca buttar via i sacrifici e le fatiche di una vita, ti passa ogni entusiasmo, non basta nemmeno più quella famosa passione per andare avanti…

Marzia Verona descrive una situazione che a mia volta ho constatato un po’ ovunque sulle nostre montagne, comprese quelle dove vivo – e ciò non significa che accada solo in montagna, ma certo che la si debba constatare in territori particolari e delicati come quelli montani nei quali è fondamentale – per cui spesso elogiato, invocato o rimpianto – il senso di comunità e una spiccata mutualità del modus vivendi collettivo, al fine di mantenerli antropologicamente vivi, è un fatto parecchio significativo. Spesso sostengo – provocatoriamente ma non troppo – che in certi casi i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano ben più che i forestieri, chiunque essi siano e qualsiasi cosa facciano, e ciò che intendo è (anche) proprio quello che Marzia ha descritto brevemente ma efficacemente.

[Vallone di Rui a Bellino, Val Varaita (Cuneo), settembre 2015.]
Una situazione del genere così comune sulle montagne italiane, che ovviamente potrebbe (e dovrebbe) suscitare considerazioni molto articolate quanto parecchio lunghe da esporre qui, trovo di poterla analizzare più rapidamente attraverso due chiavi di lettura fondamentali, di segno opposto – o forse non così tanto.

La prima: quei comportamenti “anticomunitari”, da homini homini lupus delle terre alte, al netto degli interessi personali e degli egoismi del momento temo siano anche il frutto di quello sfarinamento ormai di lungo corso dell’identità culturale delle genti di montagna e della loro relazione con i luoghi abitati e lavorati. Un fenomeno perfettamente descritto da Annibale Salsa in quel fondamentale libro che è Il tramonto delle identità tradizionali, il cui sottotitolo efficacemente recita Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi: ecco, proprio questo spaesamento e il conseguente disagio esistenziale credo possano rappresentare una delle cause (forse la causa?) di quei comportamenti, conseguenza dell’applicazione prolungata di modelli economici, sociali e culturali incongruenti con i territori alpini che hanno finito per generare numerosi cortocircuiti nelle comunità di montagna, nelle relazioni sociali interne e in quelle verso i territori, con il risultato di una rottura della citata, pragmatica mutualità vitale quotidiana e dell’assuefazione a modus vivendi di ispirazione metropolitana, malamente imitati anche perché, come detto, per nulla consoni alla dimensione socio-antropologica montana. Una situazione che si potrebbe recuperare rielaborando la necessaria consapevolezza circa il senso di comunità e il corrispondente legame collettivo tra le genti di montagna e i territori abitati, così da ridare forza anche all’identità culturale dei luoghi quale elemento di unità consapevole tra i membri della comunità in primis e subito dopo tra la stessa comunità e le sue montagne.

[Capre al pascolo presso Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2025.]
La seconda chiave di lettura: a fronte di quanto ho appena rimarcato, temo che non di rado vi sia uno specifico, mirato interesse della politica locale a fare in modo che questa situazione di scollamento comunitario e di alienazione venga mantenuto e pure per certi versi alimentato, perché in fondo funzionale a evitare l’invero fondamentale interlocuzione con le comunità nel caso di interventi particolarmente importanti sui territori che vadano a modificare in maniera sensibile le geografie, il paesaggio, le modalità di fruizione delle risorse, i relativi beni ecosistemici. Senza una consapevole visione unitaria della comunità riguardo se stessa e i propri territori viene meno la potenziale massa critica che possiede la forza di interloquire con le istituzioni rivendicando il diritto democratico naturale alla partecipazione nella loro gestione, soprattutto posta la grave carenza di rappresentanza politica dei territori montani ai livelli politico-istituzionali superiori. Ed avendo la politica sostanzialmente abbandonato da tempo i territori di montagna e i montanari a loro stessi, con i loro problemi irrisolti e i bisogni insoddisfatti, è facile (e per certi versi inesorabile) che essi smarriscano il senso di comunità e finiscano per sentirsi in diritto (senza in effetti comprenderlo pienamente) di agire innanzi tutto per il proprio interesse individuale, senza più pensare al portato delle proprie azioni su loro stessi in quanto comunità e sui territori nei quali vivono ma, come detto, senza più un’autentica relazione culturale.

In tal caso, cioè per risolvere questa situazione e dopo aver recuperato un consapevole senso di comunità, come rimarcato poc’anzi, è necessario rivendicare il diritto all’interlocuzione con le istituzioni e alla rinascita di una vera rappresentatività civica e politica della comunità, in modo da invertire il senso del rapporto conseguente tra cittadinanza e amministratori – non più l’ente politico che impone cose e decisioni alla comunità (una cosa molto poco affine alla democrazia, a ben vedere e a dispetto del consenso elettorale) ma la comunità che propone e indirizza il lavoro del primo – facendone di nuovo, finalmente, la manifestazione più compiuta e riconosciuta della vita comunitaria nel territorio abitato, della quale ogni residente è membro attivo e accreditato i cui diritti hanno pieno valore quando contestuali alla dimensione locale.

[Fienagione a Cogne (Aosta), luglio 2016.]
In fondo, quando i montanari si palesano come i primi nemici delle loro montagne, è in verità la manifestazione di un’ostilità non compresa tanto quanto dannosa verso se stessi più che verso le montagne – le quali, inutile dirlo, restano del tutto indifferenti alle cose umane (anche in caso di interventi all’apparenza particolarmente devastanti) e le supereranno inesorabilmente. Chi non si cura delle proprie montagne non ha cura di se stesso, di chi ha intorno e della comunità della quale fa parte –  e ne fa indissolubilmente parte, seppur non se ne renda conto o lo trascuri. Come scrive Marzia Verona, si tratta di «guerre tra poveri» che li renderanno ancora più poveri fino a che non ci sarà più nulla di materiale o immateriale per cui guerreggiare: le montagne saranno ancora lì, come detto, ma i loro abitanti non sapranno più abitarle e perché farlo. Penso sia una prospettiva che sarebbe bene non provare mai, nemmeno per errore o per qualche stupido atteggiamento egoistico.

(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Marzia Verona.)

Ma la vacanza, oggi, è ancora una “vacanza”?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]

Turismo oggi significa soprattutto consumo, intrattenimento, distruzione, superficialità e velocità; e la sua pratica è diventata talmente disciplinata e concentrata da essere talvolta più fonte di stress che di benessere. Spesso i turisti globali non sono interessati all’anima e alla storia del luogo che visitano, bensì vi si recano solo per fotografare e collezionare esperienze, sgomitando nervosi fra tante altre persone che si trovano nella stessa destinazione per lo stesso motivo, attratte dalle tendenze dei social più che da reali desideri. Mettersi in mostra online e poter affermare di averlo fatto è ormai diventato più importante del viaggio stesso. Invece, la fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza più educate, rispettose, lente, limitate e gestite; nelle quali il viaggio è lungo e fa parte dell’esperienza, e la meta non è un luogo da consumare e immortalare sullo schermo dello smartphone, bensì un territorio da osservare e conoscere nella sua complessità e in cui confrontarsi con l’altro, inteso come una cultura diversa dalla propria. ln questo modo la vacanza può diventare per tutti uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé, che si tratti di una città storica o di un ambiente naturale. Ciò si può accompagnare a una rivendicazione dell’ozio e del riposo, altrettanto importanti nella prospettiva della maggiore quantità di tempo libero da conquistare.

[Alex Giuzio, Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero, Altreconomia, 2025, pagg.153-154.]

Già, dice bene Alex Giuzio in questo passaggio del suo ottimo e illuminante libro (che ho avuto la fortuna di presentare lo scorso giugno a Oltre il Colle con l’autore): ma la vacanza per come ci viene venduta e imposta dai modelli turistici contemporanei, è veramente una vacanza? Oppure è solo una messinscena, una finzione che siamo indotti a recitare, una circostanza artificiosa ovvero la riproposizione dei conformismi e dei cliché del nostro modus vivendi quotidiano, soltanto modulati in altre forme per ingannarci al riguardo? E se fosse anche per ciò che molta parte del turismo oggi proposto fosse “insostenibile”? Perché non è sostenibile che si possa realmente considerare “turismo” nel senso buono del termine?

Forse anche questi aspetti del tema in questione andrebbero finalmente analizzati e compresi meglio, se si vorrà elaborare un’evoluzione dei modelli turistici veramente virtuosa e benefica per i territori, le comunità che li abitano e i vacanzieri che li frequentano.