Una cartolina dalla Jungfraubahn

«Qui su in cima, tra la Kleine Scheidegg e lo Jungfraujoch, si trova una delle chiavi fondamentali per comprendere al meglio la Svizzera moderna, la cellula primordiale di un progetto straordinario nel cuore dell’Europa. Una vera e propria visione, l’eccezionale arte ingegneristica, un sistema bancario funzionante, una dose di senso degli affari e di ospitalità, in aggiunta ad un pizzico di buona fortuna e molta perseveranza – che molti preferiscono chiamare testardaggine. È ormai da tempo che la Svizzera ha fatto il suo ingresso nel mondo.»

Si poteva leggere così su Chemin de Fer de la Jungfrau, Oberland Bernoise, un testo del 1903 di presentazione della celeberrima Ferrovia della Jungfrau, che sarebbe stata inaugurata qualche anno dopo. Ai tempi l’opera fu considerata un’ennesima, possibile “ottava meraviglia del mondo”; oggi come la possiamo, o dovremmo, considerare? Uno dei massimi trionfi per quell’epoca dell’ingegno umano sulla più ostica Natura, oppure una sua cocente sconfitta perpetrata da uno dei primi e più emblematici atti di prepotenza tecnologica dell’uomo?

[Foto di Michal Gorski, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Leggere un libro camminandoci sopra

Sto camminando lungo una delle tante mulattiere selciate che risalgono e attraversano i versanti montuosi sopra casa, dopo qualche minuto di sosta in un punto panoramico nel quale fino ad ora ero fermo a osservare e meditare sul paesaggio che osservo tutt’intorno. Il tracciato si mantiene sulla prominente gobba che innerva il pendio altrimenti regolare del monte, percorrendola con radi tornanti sostenuti da muri a secco chissà quanto vetusti e, più frequentemente, rimontando decisamente la linea di massima pendenza, mantenendo in ogni caso un percorso del tutto logico e funzionale che rimanda ad antiche sapienze montanare. A tratti, nella vegetazione da rimboschimento sui lati della mulattiera, compaiono ruderi di stalle e baite, mentre tracce più o meno vaghe intersecano il selciato dirigendosi altrove – ai vari nuclei che punteggiano il territorio, a qualche appostamento di caccia, forse a vecchie edicole devozionali della cui presenza ancora qualche anziano serba il ricordo – in svanimento come le stesse edicole nel bosco ormai tornato dominante. Intanto, elevandomi di quota, la visione di questa parte di mondo si apre sempre di più, si fa sempre più completa, più determinata e singolare nonché più strutturata, con tutte le sue peculiarità geografiche, orografiche, morfologiche e, messa sopra come una pellicola trasparente, la trama della presenza umana, della secolare territorializzazione di questo monte.

Mi rendo conto che devo portare la riflessione e la consapevolezza del mio essere in questo spazio ad un livello superiore, anche per elevare similmente il senso della mia presenza e accrescerne l’armonia con quanto ho intorno. Mi sono chiesto cosa sto facendo, poi dove lo sto facendo, ma ora mi viene da chiedere: cosa c’è, attorno a me? Cosa vedo? E cosa ricavo da questa visione? Quello che ho intorno a me è il sunto dei tre strati del plot narrativo immateriale attraverso il quale io colgo il mondo che sto attraversando: il paesaggio, cioè la manifestazione più alta e sensibile del territorio o – citando Roberto Barocchi, tra i massimi esperti di queste tematiche – la forma dell’ambiente. Io mi sto muovendo – noi tutti ci muoviamo – principalmente nel paesaggio prima ancora che geograficamente nel territorio o biologicamente nell’ambiente oppure socio-antropologicamente nei luoghi, perché ciò che percepiamo di quanto abbiamo intorno è in primis il paesaggio: una percezione che compendia tutte le altre e le porta ad un livello superiore, appunto, determinando un concetto di natura storico-filosofica (ma non solo) ancor più importante di quelli fino a qui citati. È il paesaggio l’elemento con cui l’uomo si rapporta prima che con qualsiasi altro, quello che lo ha sempre condizionato nel suo agire ovvero, e di contro, che ha rappresentato l’ambito in cui l’uomo ha esercitato la propria libertà di scelta in relazione alla propria vita e alla sua presenza nello spazio del mondo abitato. In fondo il paesaggio è, dal punto di vista umano, la forma del mondo determinata dalla presenza in esso dell’uomo – in senso materiale e immateriale, ovvero pratico e speculativo – e dal suo intervenire in esso, dal suo lasciarvi tracce, segni, caratteri, “marchi”. Ma in effetti mi viene in mente al riguardo una metafora qui assolutamente funzionale: è come se stessi trattando d’una narrazione storica per la quale il territorio è materialmente il tomo, le pagine scritte, l’ambiente è la trama che determina la narrazione, il luogo è il senso comprensibile scaturente dal testo – in forza di quel “codice alfabetico” presumibilmente ri-conosciuto da tutti (almeno così dovrebbe essere) con il quale l’uomo inscrive nel tempo la proprio presenza in loco. E il paesaggio, infine, è il retaggio culturale finale, la comprensione della narrazione che evolve in conoscenza, che s’arricchisce di quanto raccoglie la parte percettiva ed elabora quella emotiva e infine, auspicabilmente, che diventa consapevolezza acquisita.

È ciò che la lettura di questo grande libro scritto – il territorio abitato e umanizzato nel tempo – ci lascia nella mente e nell’animo, insomma: esattamente come sanno fare le grandi opere letterarie, quelle che ci rendono evidente l’importanza di leggere i libri e, ancor prima, sanciscono il valore culturale fondamentale della loro scrittura, delle parole di cui si compongono i loro testi e, ovviamente, del loro significato profondo che, se compreso pienamente, ci dischiude nuovi e vasti orizzonti emozionali e formativi. Solo che qui, ora, la lettura del libro lo sto compiendo non solo col mio sguardo ma anche, e inscindibilmente, attraverso il camminarci sopra le sue tante meravigliose pagine di terra, erba, roccia, geografie, storie.

I draghi del Pilatus

[Foto di Peter Wormstetter da Unsplash.]

Nel Medioevo si credeva che tra le crepe rocciose del Pilatus fossero abitate da un drago benevolo. Nell’estate del 1421 un gigantesco drago sorvolò il Pilatus e precipitò così vicino al contadino Stempflin che egli perse i sensi. Quando si riprese trovò un grumo di sangue rappreso e la pietra di drago accanto a sé, i cui effetti guaritori furono confermati ufficialmente nel 1509. (…) Alle prime ore dell’alba del 26 maggio 1499, a Lucerna si poté ammirare uno spettacolo meraviglioso: dopo un temporale terrificante un enorme drago senza ali emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke. Probabilmente la creatura era stata sorpresa dal temporale, le cui acque l’avevano trascinata dal Pilatus al torrente Krienbach, che sfocia nella Reuss sotto la chiesa dei Gesuiti. Numerosi cittadini onorevoli ed eruditi garantirono l’autenticità di questa storia.

lucerna_book1_800Questo è un brano – ovviamente composto dalla citazione di una celebre leggenda – tratto dal mio libro

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Il Pilatus è LA montagna di Lucerna. La si può ammirare da qualsiasi punto della città, alla quale fa da immancabile e spettacolare quinta scenografica, rappresentando al contempo un possente fulcro montano attorno al quale ruota tutto il territorio tra il centro urbano, la sua periferia e la parte nordoccidentale del Lago dei Quattro Cantoni del quale, essendo l’ultima importante vetta delle Alpi verso settentrione, caratterizza in modo decisamente alpino il paesaggio. Ma la sua prossimità alla città ha reso pure il Pilatus un generatore e un attrattore di numerose leggende e mitologie, ovvero un contesto ideale, e idealmente arcano anche grazie alle sue caratteristiche ambientali, per farne la sede di molteplici apparizioni misteriose e sovrannaturali – e quella del drago non è affatto l’unica, come potrete scoprire leggendo il mio libro…

Ecco: per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.

Costruire bene in montagna (si può)

[Immagine tratta da caminada-architekten.ch.]

Nei cantoni Berna, Grigioni e Vallese ci sono tante stalle e fienili sparsi nel paesaggio montano. Ormai non li usa più nessuno: non accolgono né mucche né attrezzi del contadino. Cosa farne? Lasciare che la natura se ne impossessi, demolirli oppure trasformali in case di vacanza?
«Dipende dal tipo di stalla», dice l’architetto grigionese Gion A. Caminada, professore al Politecnico federale di Zurigo ed esperto in materia. La questione centrale a cui bisogna rispondere è la seguente: dove si trova la stalla? In un villaggio, in un prato o in un pascolo?
«Anch’io posseggo alcune stalle a Vrin. Mio padre era contadino», racconta Caminada. «Anche se non le usano più, gli abitanti del posto cercano di preservarle perché hanno una relazione con queste costruzioni». Nell’ambito della sua attività di architetto, Caminada ha ristrutturato stalle, ad esempio a Fürstenau dove ha trasformato una stalla nella pensione ‘Casa Caminada’.
L’architetto non ha alcun dubbio sul destino delle stalle nella natura: devono sparire se non vengono più usate dagli agricoltori. «I nostalgici sostengono che sono una caratteristica del paesaggio svizzero. Ma duecento o trecento anni fa non c’erano ancora. Il territorio era coperto da foreste». Il paesaggio intatto non esiste. È un’idea dell’essere umano. Chi converte i fienili in abitazioni non preserva un patrimonio culturale; lo distrugge. «La cultura è più di un’immagine».

Swissinfo” ha pubblicato qualche giorno fa un interessante articolo dal titolo Si può trasformare una stalla in una casa di vacanza? e il cui sottotitolo enuncia il tema, di grande importanza per i territori alpini (e non solo), che tratta: «Molte persone sognano di avere una casa in montagna. Le possibilità di acquistarne una sono poche e poi non è proprio alla portata di tutti. Nelle Alpi ci sono innumerevoli stalle e fienili vuoti e in disuso. E allora ci si chiede se sia meglio demolirli o ristrutturarli

[Uno scorcio del villaggio di Vrin, nel Canton Grigioni. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Dall’articolo, che potete leggere nella sua interezza qui, ho tratto e pubblico lì sopra i passaggi con gli interventi di Gion A. Caminada, architetto svizzero tra i più importanti e apprezzati nel campo della progettazione in aree montane. L’esperienza di Caminada risulta alquanto emblematica anche per come si sia manifestata, tra le altre cose, nella gestione del processo rigenerativo sociale, economico, urbanistico e di rimando culturale del villaggio svizzero di Vrin, in Val Lumnezia, dove Caminada è nato e del cui paesaggio antropico, dagli anni Ottanta-Novanta in poi, è diventato una sorta di nume tutelare, ripensando gli spazi pubblici e della vita sociale, ristrutturando abitazioni e edifici di lavoro, contribuendo a sostenere filiere economiche circolari basate in loco e ridefinendone l’estetica architettonico-urbanistica tra salvaguardia della tradizione e possibilità d’innovazione. Il tutto per attivare una rivitalizzazione dell’anima del luogo così da rigenerare conseguentemente la sua vitalità sociale, contrastando i fenomeni di spopolamento e abbandono delle attività lavorative locali ovvero creando opportunità concretamente valide per restare a vivere e lavorare nel piccolo villaggio, oltre a salvaguardare l’identità culturale del luogo dandole solide basi contemporanee che custodiscono il passato e sostengono il futuro.

[Immagine tratta da www.reddit.com.]
Qui potete trovare un approfondimento sul lavoro di Gion A. Caminada in generale e nello specifico nel territorio di Vrin, tratto dalla rivista internazionale di architettura e paesaggio “ArchAlp”. Nelle immagini qui presenti vedete invece alcuni dei progetti più significativi di Caminada in località delle Alpi.

[Immagine tratta da www.constructivealps.net.]
Un’esperienza assolutamente significativa, insomma, che può senza dubbio diventare un modello di intervento teorico e pratico, con gli ovvi e dovuti adattamenti ai vari contesti locali, per qualsiasi territorio alpino e montano, e per questo da tenere ben d’occhio.

Un luogo come nessun altro al mondo

Caro vecchio amico, sono di nuovo in Alta Engadina, per la terza volta, e di nuovo ho la netta sensazione che questo luogo come nessun altro al mondo sia la mia vera patria e il mio focolaio d’ispirazione.

[Friedrich Nietzsche, lettera a Carl von Gersdorff, 1883. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]