La “perversa” passerella panoramica dei Piani Resinelli

[Immagine © Foto Menegazzo, tratta da qui.]

Il paesaggio rappresenta uno «spazio di vita» in cui riconoscersi, un «luogo antropologico» antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di un paesaggio muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.6-7.)

Immaginatevi una bellissima spiaggia, di sabbia dorata e fine, che dà su un mare altrettanto bello con acque cristalline – un luogo da cartolina insomma, come si dice in questi casi.
Bene, ora fate conto che su cotanta meravigliosa spiaggia bagnata da tale magnifico mare ci piazzino una piscina. Bella, confortevole, ben fatta. Avrebbe senso, secondo voi? Con quel mare a vostra disposizione, il bagno lo fareste nella piscina? O la trovereste decisamente fuori luogo, in ogni senso?

Ecco: è nel principio – pur se geograficamente “ribaltato” – quanto è stato fatto sul Monte Coltignone, montagna sopra i Piani Resinelli al cospetto delle celeberrime Grigne (provincia di Lecco) che dal suo versante Sud Ovest, il quale cala quasi a picco per 1000 e più metri sul ramo di Lecco del Lago di Como, offre uno dei più bei e ampi panorami delle Alpi Centrali, con vista sull’intero arco occidentale alpino e prealpino, su Lecco e la Brianza, Milano, la pianura lombarda e emiliana e gli Appennini all’orizzonte. Oltre al lago e alle montagne che circondano Lecco, appunto: il tutto visibile tramite un comodo sentiero, agibile a tutti, che percorre la parte più panoramica del monte e il suo punto migliore in tal senso, denominato non a caso Belvedere. E proprio qui, al “Belvedere”, è stata piazzata una piattaforma in acciaio a sbalzo – variamente denominata anche “terrazza”, “passerella” oppure proprio “belvedere” – per ammirare il panorama.

Già.

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Come dite? «E allora prima della passerella cos’è che si vedeva, se non ancora il panorama?» Appunto, essendo la montagna in questione, ribadisco, una delle più panoramiche che ci siano! Ora capirete ancora meglio l’esempio iniziale della piscina in riva al mare, ecco.
Ovviamente, c’è (al solito) anche la motivazione del “rilancio” e della “valorizzazione turistica della zona”. Con una struttura artificiale totalmente inutile e decontestuale dal luogo in cui è stata installata, ribadisco. Un po’ come valorizzare un diamante di purezza cristallina colorandolo di giallo fosforescente, insomma!

Due cose, in particolare, rivelano benissimo l’essenza dell’opera. Innanzi tutto, la motivazione addotta dai fautori della struttura: «Spiace che si parli male di un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino secondo un modello tipico delle Alpi.» Modello tipico? Da quando in qua «una piattaforma di cemento nel mezzo della Natura con ringhiere di metallo, che esce a sbalzo per 12 metri» (cit.) è un modello tipico delle Alpi? Be’, allora ancora prima lo sono i grandi parcheggi che coprono di asfalto i fondivalle montani in prossimità degli impianti sciistici o delle attrazioni turistiche, no? Dunque possiamo piazzare megaparcheggi ovunque, sui monti?

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Inoltre: «un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino». Vedi sopra anche per questo. Forse è bene mettere di nuovo in evidenza che in territori di grande pregio paesaggistico e di altrettanta delicatezza ambientale ogni intervento deve essere contestuale al luogo stesso e armonizzato alle peculiarità locali. Ogni opera fa da sé, insomma, non può e non deve fare da modello per altre, anche se le circostanze realizzative appaiono similari – ma ciò banalizza l’evidenza che, di contro, ogni luogo possiede una propria anima, un proprio Genius Loci: fare una cosa convincendosi che sia quella giusta solo perché l’hanno fatta anche altri e altrove è una motivazione a dir poco insipiente e parecchio puerile, peraltro del tutto slegata da qualsiasi autentico e sensato intento di valorizzazione turistica locale (che dice di perseguire ma che in verità sostanzialmente nemmeno considera).

Ora la seconda cosa, che si ricollega alla indispensabile contestualizzazione di tali interventi con i luoghi di installazione: «Rende la visuale sulle nostre montagne qualcosa di surreale… sembra di camminare sulle nuvole…!» (cit.) Ecco, la spettacolarizzazione dell’esperienza alpestre che ribalta il soggetto della stessa e devia qualsiasi potenziale ricaduta virtuosa in senso culturale – “concetto” presente in ognuna di queste installazioni-giostra che pretendono di valorizzare il territorio che hanno intorno e invece lo privano di senso e di valore. Ovvero, per dirla con terminologie proprie della sociologia (del turismo, ma non solo), la solita customer experience contrapposta ad una necessaria ma puntualmente ignorata place experience. Spiego meglio: se su una montagna che già di suo offre un panorama meraviglioso, e dunque la possibilità di una percezione del paesaggio locale assolutamente genuina, e lo offre attraverso una fruizione del tutto naturale e legata al suo contesto (il sentiero che percorre il monte), viene piazzata un’opera antropica, decontestuale al luogo, che si riserva la prerogativa di offrire “il” panorama per eccellenza ai fruitori, legandolo a emotività prettamente ludiche («sembra di camminare sulle nuvole!») e togliendolo alla loro personale (ovvero singolare) sensibilità culturale, quest’opera finisce per focalizzare il senso dell’esperienza non sul territorio e sul suo paesaggio ma sulla quantità di emozione e divertimento che sa regalare al fruitore. Il quale non guadagnerà nulla di più a favore della propria conoscenza e considerazione del luogo (aveva tutto quanto di necessario già prima, ribadisco) e di contro formalizzerà in se stesso un’esperienza deculturale di pura matrice ricreativa che utilizza il luogo come “contenitore”, non come “contenuto”. Esperienza che, una volta vissuta, verrà rapidamente dimenticata e probabilmente non porterà di nuovo il fruitore lassù ma gli farà cercare ulteriori emozioni altrove – magari dove c’è il ponte tibetano più alto e più lungo o la funivia più spettacolare o un posto ancora più adatto per farsi un selfie da millemila like.

Santi numi, ma non lo capiscono, gli amministratori pubblici che si rendono fautori di tali iniziative, che queste cose non rilanciano e non valorizzano nulla, anzi, banalizzano i luoghi dove vengono piazzate? Non capiscono ancora – visto che è da decenni ormai che lo si rileva – che non è con la lunaparkizzazione dei suoi luoghi più belli ed emblematici, dunque parimenti identitari, che si valorizza la montagna e si contribuisce alla costruzione di un buon e solido futuro per i suoi territori e per chi li abita?

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Infine, last but non least, con i 130.000 (centotrentamila) Euro che è costata la passerella, quante opere e iniziative veramente utili per il luogo in questione si potevano realizzare, previa un’attenta analisi del territorio, delle sue peculiarità e con le relative virtuose e competenti progettualità? (Ad esempio, la Casa-Museo Villa Gerosa, a pochi minuti di cammino dalla deprecabile passerella, un luogo di grande potenzialità ma di concezione antiquata e per nulla valorizzato come dovrebbe: perché non fare di più per esso e per farne un piccolo polo di attrazione culturale per la zona?)

E pensare che a pochi km dai Piani Resinelli, sempre sulle montagne di Lecco ovvero nel piccolo borgo di Morterone, quasi in contemporanea alla perversa passerella si è inaugurato un progetto veramente e potentemente virtuoso per il territorio e il suo paesaggio: il MACAM – Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto che, con le sue opere d’arte diffuse e la Casa dell’Arte, è in grado di intessere quella relazione consapevole tra il territorio e i suoi visitatori, fondendola di spessore culturale e consentendole di diventare patrimonio e retaggio esperienziale in grado di acquisire forza nel tempo, parimenti valorizzando sempre di più il paesaggio montano di Morterone senza alcuna artificiosa forzatura materiale e immateriale. Per tali motivi, già ora molti organi di informazione nazionale e internazionale ne stanno parlando, attirando attenzione e considerazione verso il minuscolo paese al cospetto del Resegone e verso le sue bellezze paesaggistiche, cosa che ovviamente ai Piani Resinelli non avviene e non avverrà – è assai facile prevederlo (ma del MACAM, un progetto peraltro basato in gran parte sull’iniziativa privata, non a caso, vi parlerò presto più diffusamente).

Per “concludere” (dacché si potrebbe ancora dire molto, al riguardo): quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.

Magari sbaglierò, anzi, io per primo mi auguro di sbagliare: ma le cronache di ormai qualche lustro a questa parte e le esperienze rilevate lasciano ben poche speranze al riguardo. Già.

Lo sci (sempre) nel tunnel

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Qualche giorno fa, nel cercare sul web alcune informazioni circa la storia delle località sciistiche lombarde, mi sono imbattuto in un articolo datato 17 febbraio 2010 su alcuni finanziamenti per progetti di sviluppo dei comprensori sciistici in provincia di Lecco che trovo meravigliosamente emblematico – per ciò che riporta – del “rapporto” tra politica (ovvero politici) e montagna. Ciò perché se letto contestualizzandolo al momento in cui venne scritto appare oltremodo ottimista e trionfale, quasi pomposo, nei contenuti e nei toni con i quali vengono espressi, tanto quanto se letto oggi si rivela grottesco al limiti del ridicolo e sconcertante proprio in quel suo ostentato trionfalismo, oltre che parecchio ipocrita visto il seguito della storia – d’altro canto quando si ha a che fare con i politici italiani questa è un’immancabile normalità.

Nell’articolo in questione, riguardante la località sciistica dei Piani di Bobbio e quella attigua ex-sciistica dei Piani di Artavaggio (sui monti della Valsassina, tra le provincie di Lecco e Bergamo – due luoghi veramente bellissimi peraltro) si scrive tra le altre cose che:

Entro due anni un tunnel collegherà i piani di Bobbio a quelli di Artavaggio, offrendo agli sciatori un comprensorio molto più ricco e ampio. […] A Barzio verrà completato il tanto atteso parcheggio multipiano e alle Betulle verranno sistemate le piste. Ecco alcune iniziative inserite nell’accordo di programma annunciato dalla Regione Lombardia qualche giorno fa, che prevede oltre 120 milioni di Euro di investimenti per il miglioramento dei comprensori sciistici lombardi.

E poi:

C’è aria di cambiamento, o meglio di “potenziamento”, nei comprensori sciistici della Valsassina. Alla faccia di chi diceva, alcuni anni or sono, che nel lecchese “fioca più”, non nevica più.

E ancora:

Una buona spinta allo sviluppo è venuta dalla Regione, che nei giorni scorsi ha annunciato il cofinanziamento di numerose iniziative che da qui al 2012 promettono di cambiare faccia alle aree sciabili valsassinesi […] “Ci aspettiamo una vera e propria scossa allo sviluppo della nostra industria turistica” ha detto il presidente della Regione Roberto Formigoni. […] In totale, si tratta di un progetto da oltre 25 milioni di euro.

E pure che

“Quest’accordo è la dimostrazione dell’attenzione della Regione Lombardia per la montagna – ha detto l’assessore regionale Giulio Boscagli […] “E’ un grande risultato per il nostro territorio – ha commentato Alberto Denti, presidente della comunità montana Valsassina e Valvarrone – Ora auspico che ciascun amministratore operi con la massima convinzione perché questa è un’occasione unica per le nostre valli, che deve essere sfruttata al massimo”.

Aaaah, che meraviglia, vero?
Peccato (si fa per dire) che, salvo qualche intervento tutto sommato marginale e necessario come la sostituzione di un paio di seggiovie obsolete ovvero giunte a fine vita tecnica, non è stato fatto niente di quanto così magniloquentemente annunciato, peraltro in modi che, avrete notato dai toni delle dichiarazioni, parevano riferirsi a lavori e cantieri già allestiti e pronti a partire l’indomani mattina.
Invece no, niente di niente – o quasi, appunto. E tutti quei milioni di Euro dati per certi e già investiti, dove sono finiti? Eh, bella domanda, già.
D’altro canto meno male che la gran parte di quei progetti non siano stati realizzati! Sarebbero risultati in molti casi degli scempi ambientali notevolissimi oltre che sproporzionati e obiettivamente frutto d’una visione dei luoghi in questione parecchio alienata, già.

Tutto questo fa ben comprendere l’atteggiamento ordinario che la politica tutt’oggi, con ancora poche eccezioni, mantiene nei confronti della montagna (non solo in Lombardia, sia chiaro): un’idea di sviluppo legata a modelli turistici rimasti agli anni Settanta e Ottanta e prettamente appoggiata al solo sci su pista (le recenti disposizioni governative “contro” la pandemia lo hanno confermato bene), progetti totalmente deconstestuali ai luoghi e drammaticamente impattanti (dunque inquinanti) sui territori e sui loro ambienti, una totale mancanza di comprensione (o ignoranza) riguardo il concetto e il valore del paesaggio e la relativa incapacità di comprenderne la potenzialità culturale ed economica sapendola mettere a frutto per innovare l’offerta turistica, oltre al solito profluvio di belle parole, slogan propagandistico-elettorali ed enfatiche promesse, regolarmente accompagnate da cascate di soldi del tutto virtuali che puntualmente non portano ad alcun fatto concreto e, soprattutto a nessuna scelta illuminata e di lunga visione per i territori montani.
E con quelle dichiarazioni citate si era nel 2010, badate bene: non nel 1960 ma solo poco più di dieci anni fa, quando la montagna viveva la stessa situazione attuale e ovviamente già la questione dei cambiamenti climatici – la quale, inutile rimarcarlo, deciderà la sorte delle località come quelle di cui vi sto dicendo a prescindere da promesse politiche, progetti faraonici, vagonate di soldi eccetera – era fondamentale nella realtà della montagna sciistico-turistica.

Ma, appunto, se si può sperare che in questi dieci anni quei politici, alcuni dei quali ancora attivi, altri inesorabilmente caduti in disgrazia, si siano resi conto delle corbellerie che andavano proferendo e abbiano cambiato idee e visioni in tema di sviluppo delle montagne, quell’atteggiamento di analfabetismo funzionale politico, amministrativo, economico e culturale verso i territori montani è ancora ben presente e diffuso lungo tutto l’arco alpino italiano. E ancora, in Lombardia, sull’onda delle iniziative per le Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, si sentono spesso idee e progetti su nuove infrastrutture turistiche alpine e relative promesse di finanziamenti pubblici talmente sconclusionate, sproporzionate, inutili e ineluttabilmente ridicole da lasciare costantemente sconcertato chiunque abbia a cuore il futuro delle Alpi italiane.

D’altronde bisogna ammettere che l’idea del “tunnel” di congiungimento tra diversi comprensori sciistici, come quello follemente prospettato sui monti valsassinesi (un’idea che evidentemente piace parecchio agli amministratori della montagna italiana, dato che ogni tanto salta fuori anche altrove) è assolutamente simbolica per molti territori montani: perché, con certi politici, con le loro idee e per come essi spendono/vorrebbero spendere i soldi pubblici, la montagna italiana non sarà mai fuori dal tunnel – del declino inesorabile. Ecco.

Lo “sciatore” cadaverico e i “dottori” killer

(Articolo pubblicato il 04/11/17 su altavita.com)

Escavazione di nuove piste sciistiche a Caspoggio (Valmalenco, Sondrio), poco oltre i 1.000 metri di quota.

“Il salvataggio dello sci agonizzante (in questo caso morto e sepolto) può passare attraverso la realizzazione di nuove piste poco sopra i 1000 metri di quota?”

Così si chiede Michele Comi, guida alpina valtellinese tra le più preparate e sensibili in senso generale sulla montagna, sulla propria pagina facebook. Per chiunque abbia buon senso, tale domanda è ovviamente retorica e la risposta scontata. Purtroppo non è così per ancora troppi politici e amministratori locali: una nuova pioggia di soldi pubblici arriva dalla Regione Lombardia sulle imprese dello sci su pista (per gran parte in situazione di default imminente e inevitabile) in spregio a qualsiasi valutazione sulla realtà climatica ed economica attuale della montagna nonché, appunto, di qualsiasi buon senso, e senza alcun cenno ad una volontà di ripensare il settore (se non con vaghi accenni evidentemente funzionali a fare da specchietto delle allodole per i più ingenui), proprio per salvare il salvabile, ove sia ragionevole, e modificare le strategie per tutto il resto. Non è una questione di “criminalizzare” le imprese dello sci su pista, sia chiaro, ma di mera (e fondamentale) comprensione della realtà e di minima visione del futuro basata sulla più ordinaria e assennata logica. Qualcosa di assolutamente “normale” in una situazione (climatica ed economica) sempre più anormale, mentre si continua a pretendere di imporre soluzioni totalmente anormali spacciandole come fossero la normalità. Con soldi pubblici a vantaggio di privati, peraltro: altra evidente anormalità.

In questo modo, io credo, la montagna non la si aiuta affatto, anzi: semmai così la si sfinisce ancor più subdolamente e letalmente.