25 e 26 marzo, con il FAI per le “Giornate di Primavera”

Il 25 e 26 marzo prossimi tornano le Giornate FAI di Primavera, giunte alla XXXI edizione: domenica 26 marzo sarò tra i protagonisti degli eventi organizzati per la giornata dalla delegazione FAI di Lecco.

A breve avrete maggiori dettagli al riguardo ma, fin da subito: save the date!

La Natura “di” John Muir

[Foto di Guy Francis, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

La Natura, a quanto pare, va fino in fondo, e vince sui cani come sugli uomini, facendoci fare quello che vuole, spingendoci e trascinandoci lungo le sue strade, per quanto impervie, a volte quasi uccidendoci per riuscire a farci portare a casa le sue lezioni.

[John Muir, Stickeen. Storia di un cane, La Vita Felice, Milano, 2022, pag. 55.]

In un bell’articolo uscito ieri sull’inserto “L’Extraterrestre” de “Il Manifesto”, Tiziano Fratus rimarca come finalmente anche in Italia ora esista un fondo abbastanza ricco di testi che offrano il pensiero di John Muir (1838-1914) il grande naturalista scozzese naturalizzato americano, considerato uno dei padri fondamentali della moderna salvaguardia ambientale. Come scrive Fratus, «Fino a poche stagioni fa Muir era un nome per pochissimi, prevalentemente studiosi o appassionati lettori di American Studies, camminatori, naturalisti, viaggiatori, magari un po’ snob. Nei bookshop dei Parchi nazionali del Nord America John Muir è presente e santificato come un Walt Whitman dei boschi e delle lontananze, come un Thoreau ma più capace di uscire dalla propria solitudine e dialogare addirittura con presidenti degli Stati Uniti.»

[John Muir con alla sua destra il Presidente USA Theodore Roosevelt nel 1905 a Glacier Point, nello Yosemite National Park, per la cui nascita Muir fu determinante.]
Potete leggere l’articolo di Fratus qui, oppure la sua versione pdf qui.

Un filo logico

Ora, a me sul serio non piace mostrarmi eccessivamente polemico (il giusto, diciamo) o, peggio, malpensante, e cerco per quanto mi è possibile di scrivere cose che dimostrino una matrice sempre costruttiva o almeno utile a un proficuo dibattito, ecco.

Posto ciò, devo anche dire che fatico parecchio a trovare un filo logico tra un intervento che destina per tutto il territorio lombardo 15 milioni di Euro a favore di un ambito a dir poco strategico, quello delle aree naturali protette, in primis per il buon futuro della regione e dei suoi abitanti…

…e un altro che ne destina 12,5 milioni a una sola zona, geograficamente limitata, in gran parte a favore di un ambito, quello dello sci su pista, che risulta privo di qualsiasi futuro sostenibile, sotto ogni accezione del termine. E cito solo l’ultimo – dacché ne ho scritto di recente – di una lunga serie di interventi simili, anche finanziariamente:

Senza polemica, appunto, ma mi piacerebbe molto conoscere e analizzare le basi politiche, amministrative, economiche, ecologiche e culturali che, a quanto pare, sostengono tali interventi. Magari alla fine le trovo ammissibili, non lo escludo affatto (non sono nemmeno un apriorista, per nulla) oppure forse no, anzi, peggio. Chissà.

Quando si abbattono i grandi alberi

[Il Ficus macrophylla dei Giardini Garibaldi nel centro di Palermo, considerato l’albero più grande d’Europa. Foto di Carlocolumba – Galleria Fotografica Siciliana, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

«Il continuo abbattimento dei plurisecolari e maestosi “alberi padre”, Patriarchi della Natura, nei boschi, nelle campagne e persino nei viali e nei parchi cittadini, costituisce un “crimine ecologico” che non può avere giustificazione di sorta, e questo proprio nel momento in cui ogni Paese del mondo riscopre il valore inestimabile dei “Patriarchi verdi” sul piano non solo naturalistico, ma anche economico, sociale e culturale.»

(Franco Tassi, Alberi Sacri, citato in Tiziano Fratus, Alberi Millenari d’Italia, Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021, pag.26.)

Quante volte leggiamo notizie che riferiscono del taglio, nei nostri paesi e nelle nostre città, di grandi alberi per far posto a nuovi parcheggi, strade o cantieri d’ogni genere! E spesso le amministrazioni pubbliche coinvolte rispondono dicendo che i tagli previsti sono “inevitabili”  e verranno compensati dalla messa a dimora di tot nuove piante, rivendicando che alla fine saranno più quelle nuove di quelle abbattute. Va bene, la risposta è nel principio anche apprezzabile, se seguita da fatti concreti e interventi ben fatti (cosa non automatica, dalle italiche parti). Il problema però è un altro: è il tagliare certi alberi che non sono alberi come altri ma autentici e fondamentali pezzi di paesaggio, marcatori referenziali (magari da secoli) di luoghi e punti di interesse socioculturale per la città, elementi identitari che determinano l’immagine e la percezione di un angolo cittadino addensando su di sé l’intera storia vissuta in loco. Sono “Patriarchi verdi” tanto quanto urbani, capaci di aver trovato nel tempo un equilibrio ecosistemico (pur circoscritto) con l’ambiente antropico e urbano d’intorno e con tutta la territorializzazione lì realizzata. Ma ancor più, ribadisco, sono creature con le quali il luogo nel tempo ha intessuto una relazione di natura geoidentitaria e culturale, magari pure spirituale oltre che affettiva: eliminare tali alberi da questi luoghi significa in qualche modo eliminare i luoghi stessi e il loro vissuto nel tempo. Se ne crea uno nuovo, di “luogo”, magari non più brutto ma certamente diverso e sicuramente meno vitale – o potrei dire meno vivo, cioè poco o per nulla dotato di evidente, percepibile vitalità come quella che un grande albero sa trasmettere a chiunque se lo trovi davanti agli occhi e nella propria visione del paesaggio locale.

Ha ragione Tassi: il taglio di un grande albero è quasi sempre la manifestazione di un crimine ecologico e pure culturale, sociologico, ambientale e paesaggistico, tanto più che non di rado questi tagli potrebbero essere tranquillamente evitati con meno intransigenza e più intelligenza da parte dei progettisti e degli uffici tecnici. Opporsi a tali azioni è un atto di senso civico, di difesa del paesaggio e di salvaguardia identitaria del luogo e della sua vivibilità. E non ultimo, di protezione della sua bellezza – la bellezza che i grandi alberi manifestano ovunque vivano e suscitano in noi.