Quando si abbattono i grandi alberi

[Il Ficus macrophylla dei Giardini Garibaldi nel centro di Palermo, considerato l’albero più grande d’Europa. Foto di Carlocolumba – Galleria Fotografica Siciliana, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

«Il continuo abbattimento dei plurisecolari e maestosi “alberi padre”, Patriarchi della Natura, nei boschi, nelle campagne e persino nei viali e nei parchi cittadini, costituisce un “crimine ecologico” che non può avere giustificazione di sorta, e questo proprio nel momento in cui ogni Paese del mondo riscopre il valore inestimabile dei “Patriarchi verdi” sul piano non solo naturalistico, ma anche economico, sociale e culturale.»

(Franco Tassi, Alberi Sacri, citato in Tiziano Fratus, Alberi Millenari d’Italia, Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021, pag.26.)

Quante volte leggiamo notizie che riferiscono del taglio, nei nostri paesi e nelle nostre città, di grandi alberi per far posto a nuovi parcheggi, strade o cantieri d’ogni genere! E spesso le amministrazioni pubbliche coinvolte rispondono dicendo che i tagli previsti sono “inevitabili”  e verranno compensati dalla messa a dimora di tot nuove piante, rivendicando che alla fine saranno più quelle nuove di quelle abbattute. Va bene, la risposta è nel principio anche apprezzabile, se seguita da fatti concreti e interventi ben fatti (cosa non automatica, dalle italiche parti). Il problema però è un altro: è il tagliare certi alberi che non sono alberi come altri ma autentici e fondamentali pezzi di paesaggio, marcatori referenziali (magari da secoli) di luoghi e punti di interesse socioculturale per la città, elementi identitari che determinano l’immagine e la percezione di un angolo cittadino addensando su di sé l’intera storia vissuta in loco. Sono “Patriarchi verdi” tanto quanto urbani, capaci di aver trovato nel tempo un equilibrio ecosistemico (pur circoscritto) con l’ambiente antropico e urbano d’intorno e con tutta la territorializzazione lì realizzata. Ma ancor più, ribadisco, sono creature con le quali il luogo nel tempo ha intessuto una relazione di natura geoidentitaria e culturale, magari pure spirituale oltre che affettiva: eliminare tali alberi da questi luoghi significa in qualche modo eliminare i luoghi stessi e il loro vissuto nel tempo. Se ne crea uno nuovo, di “luogo”, magari non più brutto ma certamente diverso e sicuramente meno vitale – o potrei dire meno vivo, cioè poco o per nulla dotato di evidente, percepibile vitalità come quella che un grande albero sa trasmettere a chiunque se lo trovi davanti agli occhi e nella propria visione del paesaggio locale.

Ha ragione Tassi: il taglio di un grande albero è quasi sempre la manifestazione di un crimine ecologico e pure culturale, sociologico, ambientale e paesaggistico, tanto più che non di rado questi tagli potrebbero essere tranquillamente evitati con meno intransigenza e più intelligenza da parte dei progettisti e degli uffici tecnici. Opporsi a tali azioni è un atto di senso civico, di difesa del paesaggio e di salvaguardia identitaria del luogo e della sua vivibilità. E non ultimo, di protezione della sua bellezza – la bellezza che i grandi alberi manifestano ovunque vivano e suscitano in noi.

6 pensieri su “Quando si abbattono i grandi alberi”

  1. Assisto ogni anno a questa pratica nel mio martoriato territorio. Ormai di alberi sacri non ne abbiamo più nemmeno l’ombra tolti i ginkgoo biloba divenuti oramai feticci ad uso e consumo di instagram.
    L’incapacità delle amministrazioni di pensare il paesaggio per il paesaggio trova la sua manifestazione più alta nell’iniziativa un albero per ogni nato con piantumazioni sempre in zone inutili da un punto di vista paesaggistico e ancor più piantumazioni lasciate a se stesse alla stregua di tutte quelle fatte nella zone di nuova urbanizzazione. Decine di fiammiferi lasciati a se stessi senza irrigazione e gioco forza destinati nella migliore delle ipotesi a rimanere arbusti nani, i più ahimè diventano invece scheletri.
    Il verde non interessa se non può essere consumato da un punto di vista marketing.

    1. Ciao Mangiaorsi! Analisi perfetta, la tua: quasi sempre va esattamente come tu scrivi. Gli alberi non pagano le tasse ai comuni, ergo i comuni, troppo di frequente occupati da persone che di autentica gestione del territorio e del paesaggio non capiscono nulla ovvero delle quali nulla interessa, non ci pensano due volte a eliminarli, anche quando siano presenti nelle piazze e nelle vie da secoli. E’ una carenza culturale tanto grave quanto emblematica, ma d’altro canto, come dici tu, è il segno di una carenza di civismo altrettanto grave e generalizzata, e chissà quanto tempo dovrà passare prima che una maggior educazione al riguardo possa eliminarla.
      Grazie ancora per le tue ottime osservazioni.

  2. spesso si trincerano dietro alla ericolosità di certi alberi che devono essere tagliati.
    Ogni taglio, è un taglio alla nostra memoria. Tra un po’ ci sarà tabula rasa nei nostri ricordi.

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