Un “naturale buon senso turistico” per i Piani Resinelli

[I Piani Resinelli visti dalla zona dei Torrioni Magnaghi, sul versante Sud della Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]
(Lettera inviata alle redazioni degli organi di informazione di Lecco.)

Illustre Redazione,

trovo che sia un’ottima cosa il dibattito politico-amministrativo avviatosi intorno al presente e al futuro dei Piani Resinelli, del quale ho letto sul Vostro quotidiano online (qui e qui due articoli che ne riferiscono): un’apprezzabile forma di brain storming che per località di tale pregio – e i Resinelli sono senza dubbio uno dei luoghi più belli e affascinanti delle Alpi centrali – dovrebbe diventare una pratica costante e non occasionale ovvero non legata al mero risolvere i problemi del momento, così da poter valutare continuamente la realtà di fatto e agire di conseguenza nei modi più consoni possibile. Alcune criticità al riguardo d’altro canto risultano evidenti: in primis il fatto che non si possano considerare i Resinelli come un luogo nel quale dover trovare più aree di parcheggio possibili per farci stare tutte le auto che vi salgono; la necessità di superare l’obsoleta customer experience che riserva al “cliente-turista” tutti i diritti per sviluppare invece una virtuosa place experience per la quale è il luogo innanzi tutto a godere di diritti, e ciò attraverso una programmazione di medio-lungo periodo che metta al centro innanzi tutto i bisogni (attuali tanto quanto futuri, dunque) dei Resinelli e di chi li vive, affinché da ciò scaturisca per virtuosa conseguenza la migliore e più gradevole fruibilità turistica; l’imperativo di sviluppare, in una località tanto peculiare come i Resinelli, la più articolata consapevolezza culturale del luogo, così da generare quella relazione approfondita che contrasta il deleterio turismo mordi-e-fuggi che consuma il luogo banalizzandone il valore e trasformandolo in mero “divertimentificio” (al riguardo è assai interessante l’attività di “Resinelli Tourism Lab”, ad esempio, ma non serve rimarcare che un luogo come i Resinelli trabocca letteralmente di potenzialità culturali). Tali evidenze vanno a toccare quello che forse è il nocciolo della questione per i luoghi come i Piani Resinelli, ponendo alcune domande importanti: siamo certi che sia la quantità di turisti che può far “vivere” il luogo, che in esso ci debbano essere sempre e comunque più visitatori possibile? È consona una tale visione della questione con la montagna e con le peculiarità del suo ambiente, anche in ottica futura? La montagna può e deve vivere solo di turismo (e nello specifico di turismo di massa), quantunque ciò venga fatto apparire come “inevitabile”? È possibile generare in loco forme di sostenibilità economica alternative o comunque non totalmente dipendenti dalla quantità di turisti che giungono lassù?

Da tali domande trarrei un’ulteriore riflessione interrogativa, riguardante proprio uno dei temi considerati nel dibattito suddetto: ci si chiede quale debba essere la qualità dell’offerta che i Resinelli propongano al potenziale pubblico turistico e come ciò determini la qualità del turismo stesso. Interessante sarebbe pure, secondo me, porre la questione in senso opposto, ovvero: quale turismo può e dovrebbe essere contemplato per lo sviluppo virtuoso dei Piani Resinelli? Dunque non pensare soltanto a estendere la qualità dell’offerta turistica ma, parimenti, analizzare e stimolare una certa domanda che risulti conforme, consona e fruttuosa più di altre allo sviluppo della località e dell’intero suo territorio. Questo, a mio modo di vedere, significa procedere sulla via di una rinnovata se non innovativa place experience, una progettualità di (ripeto) medio-lungo termine che ponga costantemente al centro il luogo, le sue peculiarità, i suoi bisogni concreti, le sue potenzialità oggettive e il consolidamento di un futuro che possa reggersi in piedi non attraverso modalità singole o univoche ma con varie e articolate possibilità che ne emancipino e rafforzino, per quanto possibile, l’evoluzione.

Un auguro, infine: posto il dibattito avviatosi per il quale rinnovo il mio apprezzamento, conto che la politica sappia finalmente andare oltre la costante e spesso non così velata autoreferenzialità che ne guida le azioni sul campo e, soprattutto, maturi la volontà e la consapevolezza di agire, su progettualità del genere, nel modo più partecipato, inclusivo, ponderato, umanistico possibile. Pochi ambiti come la montagna rappresentano un “ambiente” nel senso più pieno del termine, ovvero una rete di relazioni materiali e immateriali tra tutti gli elementi (viventi e non) che ne caratterizzano e formano il territorio, ne generano il paesaggio nonché ne determinano il grande valore estetico e culturale: è un principio, questo, che le genti che sono parte inter-attiva di quell’ambiente dovrebbero riprodurre in ogni azione nell’ambiente stesso. Un principio di naturale buon senso, insomma.

Grazie di cuore dell’attenzione che avrete voluto rivolgere a queste mie considerazioni.

I figli

Dice: «Vabbè ma c’è anche gente che per il senso del dovere sacrifica la vita dei figli». Sì, nelle Storie di Tito Livio – consoli ed eroi – ma è per questo che stanno lì, appunto perché raro, se era normale non ce li metteva. Anche Stalin col figlio Jakov, che lo avevano fatto prigioniero i tedeschi proponendogli uno scambio, ma lui ha detto no, hanno insistito «È tuo figlio», e lui, «Sono tutti miei figli», e è morto in un campo di concentramento. Ma quello era Stalin e i consoli romani.

(Antonio Pennacchi, L’autobus di Stalin, Vallecchi, 2005, pag.36; citato da Paolo Nori qui.)

Le denunce presentate alle autorità di polizia e i procedimenti giudiziari avviati nel corso dell’Ottocento e scrupolosamente ripercorsi dallo storico elvetico Raffaello Ceschi hanno messo in luce un vero e proprio mercato di «poveri giovinetti infelici» messi in vendita «per poca moneta da genitori disumani» la cui vita – come affermava il questore di Torino nel 1864 – «non è dissimile da quella degli schiavi antichi e moderni».

(Alessandro Pastore, Piccoli migranti: gli spazzacamini, in “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.145, aprile 2021, pagg.161-162.)

Una correlazione casuale nei tempi ma cadente a fagiolo tra due brani che ho letto a brevissima distanza l’uno dall’altro e che trattano lo stesso argomento. Dalla quale mi pare che se ne esca una considerazione tanto provocatoria quanto franca: dunque certe “pie” e “devote” famiglie montanare dell’Ottocento – è di quelle che disquisisce il professor Pastore – avevano elaborato nei confronti delle proprie proli una forma mentis disumanamente paragonabile a quella di un così famigerato dittatore comunista che di pio e devoto non aveva nulla?

N.B.: comunque sappiate – se non lo sapete già – che a Santa Maria Maggiore, in Val Vigezzo (località assai affascinante, peraltro), c’è il bellissimo Museo dello Spazzacamino. Un piccolo museo ma unico nel suo genere, in Italia, il quale rappresenta il luogo della memoria di un antico mestiere che ha scritto capitoli di storia tragici e nel contempo affascinanti nella vita della Val Vigezzo e di molte altre zone di montagna. Dalla photogallery del sito del museo ho tratto l’immagine in testa al post.

Transizione ecologica e sostenibilità

A volte basta una sola immagine per raccontare più di innumerevoli parole.
In questo caso, bisogna ringraziare Michele Comi il quale, oltre a essere una delle più apprezzate guide alpine di Valtellina (nonché numerose altre cose) è pure bravissimo nel condensare in efficaci e suggestivi tratti grafici concetti tanto fondamentali quanto a volte inopinatamente ignorati. Forse perché fin troppo evidenti e dunque, nell’opinione superficiale o mendace di molti, banali.

Intanto (anche) nella suddetta Valtellina, terra “olimpica” nel 2026, pare già avviata da parte di alcuni la corsa per saltare sul treno milano-cortinese e spartirsi la “torta” servita all’affollato vagone ristorante… Be’, mi sa che se ne vedranno delle belle, al riguardo. Sperando che non siano troppo brutte, ecco.

Su “La Provincia di Lecco”

Il quotidiano “La Provincia di Lecco” nell’edizione di oggi, mercoledì 26 gennaio 2022, sulla pagina dedicata alla Montagna curata da Paolo Valsecchi, ospita un mio intervento sul tema delle attrazioni turistiche quali panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche eccetera che negli ultimi tempi stanno proliferando sui monti. Una proliferazione che vorrebbe perseguire la “valorizzazione” dei luoghi ove vengono installate ma che a mio parere, mancando quasi sempre “intorno” a esse un progetto culturale di conoscenza dei luoghi stessi e di presa di coscienza delle loro peculiarità – qualcosa che vada oltre il mero «effetto wow!» (si usa dire così, no?) e la raffica di selfies da postare sui social, insomma,  – rischiano di ottenere soltanto una banalizzazione del luogo, anticamera di un suo probabile futuro degrado.

Ringrazio di cuore Paolo Valsecchi per avermi contattato sul tema e concesso un così prestigioso spazio sul quotidiano riprendendo con cura le mie osservazioni, e mi auguro che le stesse non appaiano affatto meramente ostili ma rappresentino un contributo tanto critico quanto costruttivo a favore della salvaguardia delle nostre montagne, della loro bellezza, del valore dei loro paesaggi e di un buon futuro per chiunque le viva, da turista occasionale o da abitante permanente.

E poi c’è chi vorrebbe asfaltare il Resegone…

[Foto di Marco Caccia, fonte originale: https://www.orobie.it/foto/costa-del-palio/93262/.]
La Costa del Palio è una dorsale prativa che dal versante bergamasco del celeberrimo Resegone procede verso Est con altitudine costante e andamento placidamente sinuoso, rappresentando da un versante la testata della Valle Imagna e dall’altro il bordo dall’alta Val Taleggio, lì dove il torrente Enna che la forma ha le sue scenografiche sorgenti. La sua lunga schiena erbosa sembra quella di un gigantesco, bonario animale mitologico dormiente, così priva di alberi lungo il suo colmo, e l’assenza nelle vicinanze di altre sommità più elevate (salvo il citato Resegone che chiude l’orizzonte a ponente) la rende una zona prealpina tanto particolare quanto sublime, tranquilla, meditativa, armoniosamente inserita in un paesaggio che offre tante visuali diverse quanti sguardi vi si possono generare i quali, come in groppa ai venti che valicano la dorsale, corrono verso orizzonti vastissimi e lontani. Non a caso la Costa del Palio è Zona di Protezione Speciale: come si può leggere nella scheda della ZPS, «la parte sommitale prativa e pascoliva è ammirevole sia paesaggisticamente, per il contrasto tra l’andamento dolce contro la figura rocciosa del Resegone, sia naturalisticamente come oasi per la fauna e per la vegetazione erbacea che annovera le formazioni a nardeto (Nardus stricta) di notevole valore per la loro rarità nei territori con substrati carbonatici. Il versante esposto a sud della Costa è prevalentemente ricoperto dai rimboschimenti artificiali di abete rosso (Picea abies), pino nero (Pinus nigra) e larice (Larix decidua) dalla struttura a fustaia che solo in parte accolgono lembi di vegetazione autoctona. Il versante esposto a nord vede, invece, formazioni forestali più eterogenee a dominanza di faggio con gruppi di abete rosso, di aceri e frassini inframmezzate da radure e chiarie di grande valore naturalistico.»

[Foto di Maurizio Scalvini, fonte originale: www.pieroweb.com.]
Ecco: in questo territorio così pregiato, dal paesaggio tanto sublime, qualcuno vorrebbe realizzare un strada asfaltata che unirebbe la Valle Imagna con Morterone in Valsassina e con la Culmine di San Pietro verso la Val Taleggio, sfruttando la rete di piste agro-silvo-pastorali esistenti ma intervenendo pesantemente con escavazioni e sbancamenti per l’allargamento della sede stradale lungo un tratto di circa 8 km con la successiva asfaltatura, come detto, tracciando un percorso che attraverserebbe la suddetta Costa del Palio. Ovvero, decretando per essa, per il suo paesaggio e per le sue così preziose peculiarità ambientali la fine più nefasta e sconfortante.

Purtroppo ancora troppi politici e amministratori pubblici, evidentemente privi di sensibilità e consapevolezza culturale nei confronti di territori tanto meravigliosi quanto delicati, continuano a muoversi in essi come goffi e miopi elefanti in una pregiata cristalleria, incuranti del rumore dei cristalli distrutti e dei danni relativi. È come se gli effetti di decenni di interventi maldestri e malpensati non fossero sotto gli occhi di tutti, un po’ ovunque sulle Alpi e anche sui monti del lecchese, come se certi sconcertanti e dannosi errori commessi nel passato, anche in quello recente, non sapessero insegnare nulla e non provocassero alcun ripensamento nella mente e nell’animo dei soggetti coinvolti, ancora legati a logiche e modus operandi i quali sembrano venire dagli anni del dopoguerra e che la realtà dei fatti ha sancito come fallimentari da decenni, non da ieri. Invece siamo ancora qui, a sgomentarci per tali incredibili iniziative e a dover lottare per difendere il territorio e il paesaggio nell’ottica di uno sviluppo presente e futuro non solo ambientalmente sostenibile ma, ancor più, logico, coerente, sensato e concretamente proficuo per chiunque. Non si può andare avanti così, è una cosa ormai totalmente inaccettabile: progetti del genere vanno bloccati e l’incultura alla loro base deve essere una volte per tutte sovvertita. È una questione culturale, in fondo, esattamente come lo è il paesaggio e la sua cura: la mancanza dell’una genera inesorabilmente l’altra, con tutti i danni annessi e connessi. Fare di ciò una pratica politica ancora oggi, nel 2022, è ormai da considerare alla stregua di un “attentato”, né più né meno: un atto radicalmente avverso alla bellezza, alla vitalità e al futuro della montagna.

Sulla piattaforma Change.org è attiva una petizione dal titolo No all’asfalto ai piedi del Resegone e sulla Costa del Palio che in pochi giorni ha quasi raggiunto le 4.000 firme, nella cui pagina trovate ben dettagliate le ragioni della petizione alle quali io lì sopra ho cercato di aggiungere le mie. Io l’ho firmata senza alcun indugio; ora qui propongo anche a voi di firmarla (cliccate sull’immagine lì sopra), dacché sono certo che se conoscete la zona in questione lo farete pure senza questo mio impulso, e se invece non la conoscete vi basterà qualche immagine che troverete sul web per comprendere la grande bellezza del luogo, e il grande danno che quella strada sicuramente provocherebbe. In tal caso, con la vostra firma guadagnerete una meravigliosa meta in più da visitare, conoscere e alla quale facilmente affezionarvi – guadagnando pure la gratitudine della montagna e di chiunque la viva in armonia.