[Questo monte è l’Artesonraju, vetta della Cordillera Blanca in Perù che secondo molti ispirò il logo di una delle principali case di produzione cinematografica – intuirete facilmente quale sia. Foto di Frank R 1981, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Cari amici,
vi propongo un’altra domanda alla quale chiedo una risposta, questa volta anche non istintiva e invece più meditata:
Cosa secondo voi simboleggia la montagna più di ogni altra cosa?
Per intenderci, dovrebbe essere qualcosa che, se ci fosse da elaborare un ipotetico “logo” della montagna, ce lo inserireste al centro così che il pensiero di chi lo veda vada subito alle montagne, appunto.
Ogni risposta (una sola, come sempre) è valida, anche se è bene che sia qualcosa di reale, non di astratto o immaginario.
Come sempre, dalle risposte ne trarrò poi un compendio da proporvi successivamente.
Grazie di cuore a chiunque vorrà partecipare e rispondere!
Il vero grande evento dell’estate 2024 non è di certo il concerto di Taylor Swift a Milano o la Biennale di Arte a Venezia e tanto meno le Olimpiadi di Parigi! Macché: è VALMALEGGO, la rassegna letteraria che tutti i lunedì dal 15 luglio fino al 19 agostoporterà libri e autori di gran pregio nei rifugi della Valmalenco.
E converrete fin d’ora con me che con un nome della rassegna così geniale e delle location tanto spettacolari, oltre al prestigio degli autori e dei loro libri, partecipare agli incontri è e sarà qualcosa di inevitabile!
Inopinatamente – ma è merito del libro, ovvio! – ci sarò anche io: lunedì 5 agosto alle 14.30 al Rifugio Gerli-Porro, sopra Chiareggio e sotto (quasi) il celebre Ghiacciaio del Ventina, avrò il raro privilegio di presentare tra le magnifiche montagne che sovrastano il rifugio Montagne, l’atlante geomontano pubblicato da Topipittori del quale ho curato la revisione scientifica e l’edizione italiana. Privilegio che da raro diventa unico grazie a chi mi affiancherà nella chiacchierata intorno al libro: Marina Morpurgoe Michele Comi, garanzia di conversazioni interessanti, illuminanti, appassionanti e divertenti.
Ma ogni appuntamento di VALMALEGGO offre stimoli e suggestioni affascinanti, grazie ai libri, ai loro autori, a chi li presenterà e ai contesti meravigliosi che la Valmalenco sa offrire: goderne la bellezza scoprendo narrazioni letterarie tutte diverse e ciascuna speciale sarà ancora più bello, ne sono certo.
Dunque segnatevi date e appuntamenti e, se potete, non mancate. Ci sarà di che divertirsi!
[Il Gran Lago delle Cime Bianche nella parte alta del Vallone omonimo. Fotografia di Francesco Sisti – Clickalps.]In Natura non esistono luoghi più o meno belli di altri: ogni luogo è speciale, perché possiede proprie specificità distintive che lo rendono unico. Le montagne, con la loro morfologia potente, riescono a esaltare questa realtà, a renderla più suggestiva e evidente: a volte più, a volte meno ma ciò dipende dalla nostra sensibilità e dalla relazione che intessiamo con i luoghi. Per lo stesso motivo, le montagne mostrano con maggiore evidenza qualsiasi azione che aggredisca l’unicità dei luoghi, che ne distrugga le specificità deturpandone la bellezza, al punto che per tali luoghi così dissennatamente assaltati a diventare “speciale” non è più la bellezza, gravemente intaccata, ma lo stato di alterazione – ciò che ce li farà ricordare e non certo in modo positivo.
Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta tra la Val d’Ayas e la Valtournenche, è un luogo le cui montagne rendono particolarmente speciale e unico; il devastante progetto di collegamento funiviario sostenuto dalla regione con il solo scopo di unire i comprensori sciistici di Cervinia-Valtournenche e del MonteRosa Ski, se realizzato, lo trasformerà inevitabilmente in un luogo specialmente deturpato, del quale ci si ricorderà per il disastro cagionato. Un disastro “speciale” cioè unico nel suo tremendo impatto e nei conseguenti danni arrecati al Vallone.
Si può essere così scriteriati da lasciare che ciò accada? Forse si, si può, ma solo se delle montagne e dei loro luoghi non si sa più cogliere la bellezza e l’unicità ma le si considera dei meri spazi da sfruttare esattamente come ogni altro, banalizzandone la specificità così da arrogarsi il diritto di utilizzarli e consumarli. Perché se non si capisce che un luogo è speciale, finisce per essere inevitabile che lo si usi come qualsiasi altro spazio normale, ordinario, privo di qualsiasi valore.
Per evitare che ciò accada, per difendere il Vallone delle Cime Bianche, l’“ultimo vallone” rimasto pressoché intatto in questo lembo delle Alpi Occidentali e di rimando per difendere qualsiasi luogo speciale delle nostre montagne messo sotto assedio da progetti e infrastrutture devastanti al punto da distruggerne la bellezza e l’unicità, sabato 3 agosto 2024 si torna a camminare verso le Cime Bianche per “Una salita per il Vallone 4”, con ritrovo e partenza da Saint Jacques (Val d’Ayas) alle ore 8.30.
Nelle immagini qui sopra trovate ogni informazione utile al riguardo, mentre qui trovate l’evento Facebook. Avete anche altri modi per sostenere questa fondamentale battaglia:
seguire la pagina Facebook “Varasc.it“, per restare aggiornati sugli sviluppi della vicenda.
sottoscrivere la petizione su “change.org”, che ha già superato le 20.000 firme, https://chng.it/L4YqDb4t
partecipare alla raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche” aperta al fine di sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/36071
In un modo o nell’altro, partecipare attivamente alla difesa del Vallone delle Cime Bianche non è solo un dovere civico e morale necessario, non è solo un diritto che è bello e prezioso poter godere, ma è un atto minimo che nella sua apparente semplicità può ottenere un risultato enorme: costruire il miglior futuro possibile per le nostre montagne e per chiunque le vorrà e potrà frequentare godendone l’autentica e unica bellezza. Un atto speciale per luoghi che sono speciali e tali devono restare.
(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 9 luglio 2024.)
Viene da pensare che a qualsiasi autentico appassionato di montagna la visione di attrazioni come il “tubing” appena inaugurato a 1550 metri di quota sui prati dell’Alpe Giumello, bellissima località montana dell’alta Valsassina (provincia di Lecco), equivalga a un violento schiaffone in pieno volto. In questo come in casi simili si parla sempre di “valorizzazione” della montagna, ma veramente non si capisce come la possa valorizzare quella che a tutti gli effetti è una giostra di plastica (non si denuncia da tempo che pure sui monti c’è pieno di microplastiche?), la quale, peraltro, fatta un tot di volte poi inevitabilmente annoia. Come tutte le cose banali, d’altronde, che finiscano per banalizzare pure ciò che hanno intorno – cosa perfettamente dimostrata dalla “panchina gigante” dell’Alpe Chiaro, posta a una manciata di minuti a piedi dal Giumello. Inoltre, queste installazioni fanno sempre pensare a cose tipo – per dire – un biliardino piazzato dentro un museo ricco di capolavori artistici: lì ci si va per ammirare l’arte e educarsi alla bellezza o per giocare e schiamazzare?
Poste tali premesse, da subito sono comparsi sul web numerosi commenti critici verso l’installazione dell’Alpe Giumello e ben pochi favorevoli. Sono i «soliti ambientalisti che dicono sempre di no» i primi e quelli che «avranno da guadagnarci qualcosa» i secondi? Nel caso specifico è forse il caso di andare oltre queste prese di posizione tanto legittime quanto semplicistiche.
Ormai da tempo e da più parti si invoca e sostiene la necessità di un cambio dei paradigmi alla base della frequentazione turistica delle montagne, innanzi tutto dal punto di vista culturale e poi per ogni altro. I territori montani stanno cambiando, in primis per i motivi climatici e ambientali ben noti, così come stanno cambiando gli immaginari diffusi e la sensibilità generale verso l’ambiente – nonostante a volte verrebbe da pensare l’opposto, ma come sempre le buone pratiche fanno meno notizia di quelle becere. Quei paradigmi non si possono cambiare di colpo, anche se in molti casi sarebbe auspicabile farlo ma risulta per vari motivi impossibile: è necessario trovare dei compromessi che agevolino il cambiamento, la transizione verso frequentazioni turistiche meno impattanti e più consone ai luoghi e alla realtà in divenire.
Dunque, in base a tali considerazioni, il tubing di plastica dell’Alpe Giumello può rappresentare un compromesso rispetto alle attività sovente ben più virtuose portate avanti in loco su base volontaristica dall’Associazione Alpe Giumello, che le hanno valso una segnalazione tra le “buone pratiche” sul dossier “Nevediversa 2024” di Legambiente?
[Questa immagine e la precedente sono tratte da www.leccoonline.com.]Di nuovo, ogni risposta a questa domanda è legittima. Per tornare all’esempio del museo d’arte di prima, si può dire che può essere che su cento opere custodite di notevole fattura ce ne sia una di qualità sgradevole e irritante: bisognerebbe chiedersi per quali motivi il curatore della collezione l’abbia voluta mettere in mostra, a fronte di tutte le altre esposte. Tuttavia, basta andare oltre quella patacca, magari segnalare a chi di dovere la stonatura, e godersi al meglio e consapevolmente gli altri capolavori presenti.
[Veduta invernale dell’Alpe Giumello, con la Grigna Settentrionale o Grignone sullo sfondo. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Associazione ALPE Giumello“.]All’Alpe Giumello di “patacche” ce ne sono già due in poco spazio, la suddetta panchina gigante dell’Alpe Chiaro e ora questo tubing. Due brutture o due schiaffoni in pieno volto, per citare l’altra metafora iniziale. Secondo molti, l’unico modo con il quale si possano giustificare banali attrazioni ludiche come queste, fatte per turisti obiettivamente carenti di consapevolezza e sensibilità nei confronti delle montagne, è il loro inserimento in un progetto ben strutturato su base ampiamente culturale attraverso le cui pratiche si sappia valorizzare veramente il territorio, i luoghi, i paesaggi. Un progetto con il quale si dimostri ai turisti d’ogni specie che per godere le montagne, e per divertirsi lassù, non servono affatto manufatti giostreschi come quelli perché la montagna non è un luna park ma un ambito talmente traboccante di meraviglie da far credere che chi non le veda e non le comprenda probabilmente ha qualche serio problema mentale.
[Il panorama dalla vetta del Monte Croce di Muggio. Immagine tratta da www.trekkinglecco.com.]Ma se attraverso quelle giostre si è in grado di attrarre visitatori e, dopo l’iniziale fruizione ludica del luogo, mostrare loro che la montagna è ben altra cosa, e che è ben più divertente e appagante perdere lo sguardo – ad esempio e per restare in zona – dalla vetta del Monte Croce di Muggio, sovrastante l’Alpe Giumello e facilmente raggiungibile, nei vastissimi orizzonti da lassù visibili, grazie ai quali pare di essere in volo su un aereo osservando il paesaggio sottostante a perdita d’occhio, invece di perdere tempo e forze a scivolare banalmente su un ciambellone gonfiabile lungo una pista di plastica, allora il compromesso prima citato si può anche considerare – seppur senza mettere da parte le osservazioni sopra rimarcate e manifestando molte perplessità al riguardo. È tuttavia sperabile che l’Associazione che si è presa in carico la cura e la valorizzazione dell’Alpe Giumello sappia muoversi efficacemente in tal senso, ora e in futuro. Il luogo è di rara peculiarità e bellezza, come rimarcato, e merita che chiunque, residente o turista, ne abbia piena coscienzaa prescindere dalla presenza del tubing e di altre amenità.
In ogni caso, per non prendersi un tale gran schiaffone in pieno volto basta stare a debita distanza da chi o cosa lo mena.
[Fonte dell’immagine: ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv.]Uno degli aspetti che più di altri ha contribuito al successo del turismo montano, quando da metà Ottocento in poi prese a svilupparsi nelle forme che ancora oggi, ovviamente aggiornate, lo caratterizzano, è stata la cosiddetta panoramicizzazione del paesaggio, cioè la possibilità di godere delle spettacolari vedute dalle vette delle montagne raggiunte senza sforzo grazie ai nuovi mezzi di trasporto alpini che la tecnologia consentiva di realizzare: funicolari e funivie, principalmente. Si poteva vedere il mondo dall’alto come facevano gli alpinisti senza rischiare la pelle e non dovendo nemmeno indossare scomodi scarponi chiodati o pesanti giacche di lana grezza, in buona sostanza.
Tra le funivie, due sono quelle che si possono contendere il titolo di “prima funivia aerea del mondo”, essendo entrate in servizio nello stesso anno, il 1908. Una è la funivia del Colle, a Bolzano, che pur in modo primordiale assomigliava pienamente alle funivie di oggi; l’altra è invece un impianto ben più strano e sotto certi aspetti incredibile, se non assurdo, che quell’anno entrò in servizio presso Grindelwald, in Svizzera: il cosiddetto Ascensore del Wetterhorn (Wetterhorn-Aufzug).
[Fonte dell’immagine: Staatsarchiv des Kantons Bern.]Progettato dall’ingegnere tedesco Wilhelm Feldmann (lo vedete nell’immagine qui sopra), che dopo aver collaborato in patria alla progettazione di alcuni sistemi ferroviari innovativi, ad inizio Novecento venne a vivere in Svizzera e, nel mentre che poco distante si lavorava alla realizzazione della Ferrovia della Jungfrau, pensò a come poter raggiungere la vetta di un’altra imponente montagna della zona, il Wetterhorn (della quale scriverò presto). Essendo il versante di Grindelwald estremamente impervio e scosceso, Feldmann ideò un rivoluzionario, bizzarro incrocio tra una funivia e un ascensore, che in quattro tratti avrebbe dovuto raggiungere la vetta del monte a 3692 metri di quota.
[Fonte dell’immagine: ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv.]Il primo tratto partiva dai pressi dell’Hotel Wetterhorn (che esiste ancora) e saliva alla stazione a monte di Enge, a 1677 metri di quota, un vero e proprio nido d’aquila piazzato sul ciglio di una paurosa parete verticale sotto la quale ai tempi si trovava la spettacolare seraccata frontale del Ghiacciaio Superiore di Grindelwald (Obere Grindelwaldgletscher), grande attrazione turistica per quei tempi. La linea raggiungeva un’incredibile pendenza media del 116%, impossibile da superare per qualsiasi funivia “ordinaria”anche contemporanea e per questo l’impianto assomigliava di più a un ascensore; per consentire ciò le funi passavano letteralmente “dentro” le cabine, protette da sedi apposite. Le immagini che vedete a corredo di questo articolo sono assolutamente significative al riguardo.
[Fonte dell’immagine: Swiss National Library.]Le cabine da 16 posti – 8 seduti e 8 in piedi – potevano trasportare fino a 110 persone all’ora sia in salita che in discesa superando in nove minuti un dislivello di 420 metri, e in un anno arrivavano a effettuare fino a 1800 viaggi diventando un must per i turisti che villeggiavano in zona, anche se per viaggiarci sopra non bisognava assolutamente soffrire di vertigini, poste le caratteristiche e il contesto dell’impianto (l’immagine qui sotto a destra mostra l’incredibile vista verso valle dalla stazione di arrivo e fa ben capire quanto fosse vertiginosa.)
In ogni caso rappresentava un geniale capolavoro ingegneristico e tecnologico – lo sarebbe tutt’oggi, a ben vedere – che di contro ebbe vita breve: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale cancellò il turismo in zona e fermò l’impianto, mentre pochi anni dopo una frana danneggiò gravemente la stazione a valle. Peraltro il suo ideatore, l’ingegner Feldmann, morì nel 1905 a soli 52 anni per le conseguenze di un ictus: non solo non vide mai in servizio la sua geniale invenzione ma con tutta probabilità in sua assenza lo stesso progetto di continuare l’impianto fino alla vetta del Wetterhorn venne accantonato. Nel frattempo la Ferrovia della Jungfrau aveva cominciato la sua attività, dunque negli anni successivi i turisti avrebbero comunque trovato in zona una spettacolare attrazione ingegneristica da visitare e fruire per raggiungere le alte quote glaciali dell’Oberland bernese: un’opera che da molti venne definita l’“ottava meraviglia del mondo” e tutt’oggi affascina milioni di turisti – ma forse pure il geniale tanto quanto sfortunato Ascensore del Wetterhorn avrebbe potuto essere considerato in quel modo.