Uno sguardo necessario sulle Alpi

[Il villaggio di Guarda presso Scuol, Engadina, Svizzera. Foto di Nolan Di Meo da Unsplash.]

Uno sguardo responsabile sul paesaggio delle Alpi, al netto di ogni dimensione contemplativa, è oggi più che mai necessario e indispensabile. Uno sguardo di cui si avverte il bisogno, pena la perdita di valore delle Alpi come spazio di vivibilità sostenibile. Una riflessione, quindi, che sappia comprendere i nuovi scenari, non secondo gli sviluppi lineari dei paradigmi di un tempo, ma attraverso l’incedere tipicamente multidirezionale e dialettico della società contemporanea della conoscenza e della complessità. Una riflessione matura sui paesaggi alpini, in conclusione, che riesca a coniugare l’importanza della storia e della tradizione con quella del governo del territorio e dell’innovazione.

(Gianluca Cipollaro e Alessandro De Bertolini, prefazione a Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pag.XVI.)

Annibale Salsa, “I paesaggi delle Alpi”

Nel 2007 Annibale Salsa, tra le figure fondamentali negli (e per gli) ambiti culturali della montagna italiana, pubblicava un testo altrettanto basilare per conoscere e comprendere lo stato di fatto socio-antropologico delle terre alte: Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi, volume che peraltro ha fatto da guida e riferimento per numerosi altri testi, pubblicati negli anni successivi, che hanno dissertato in vario modo di montagne e montanari, quasi generando un genere saggistico a se stante nel panorama della “letteratura di montagna” – o “del paesaggio” che dir si voglia. Allora – e parlo di nemmeno quindici anni fa, non di decenni addietro – di testi pubblicati che riflettessero in maniera scientifico-culturale sulla realtà montana non ce n’erano molti, tutt’altro. Oggi, appunto, ce ne sono numerosi, e tuttavia alcuni dei temi fondamentali che afferiscono a quella realtà, pur se messi variamente in luce, sfuggono ancora alla necessaria comprensione diffusa che meriterebbero e della quale abbisognerebbero per diventare strumenti di gestione concreta e materiale dei territori montani.

Il paesaggio è senza dubbio uno di quei temi, e se l’accezione geografica principale del termine e del concetto sotteso (cioè, per dirla in breve, la percezione culturale della visione del territorio che l’individuo elabora, mediata dalle sensibilità e dal bagaglio cognitivo personali) è ormai ben evidenziata, rispetto a quella comune (che utilizza il termine “paesaggio” come sinonimo di panorama o semplicemente per identificare il territorio) e anche se resta assai diffusa la confusione tra le due definizioni, ancora poco esplorata è l’analisi e la riflessione della relazione tra il paesaggio e le genti che lo elaborano vivendo nel territorio che ne è fonte. La quale è invece un elemento imprescindibile per la comprensione e lo sviluppo del territorio in questione, ancor più se esso possiede peculiarità particolari, e ugualmente particolari fragilità antropologiche, come quello di montagna.

Ecco dunque che Salsa, posto il suddetto volume del 2007, pubblica nel 2019 I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia (Donzelli Editore, prefazione di Gianluca Cepollaro e Alessandro de Bertolini) un altro testo che, a me, sembra la chiusura del cerchio – in due parti, appunto – aperto con il precedente testo. []

[Annibale Salsa. Immagine tratta da “Meridiani Montagne“, fonte qui.]
(Potete leggere la recensione completa di I paesaggi delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Una nuova giostra per la Disneyland alpina

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dell’Ansa dal quale è tratta.]
Nonostante tutte le analisi e le riflessioni che, ormai da parecchi anni, le migliori figure scientifiche e culturali competenti al riguardo, insieme agli amministratori locali più illuminati, stanno formulando sul buon sviluppo futuro dei territori alpini, ancora troppe istituzioni, supportate da “promoter” locali che evidentemente di cultura montana (in senso generale) con tutto il rispetto del caso non ci capiscono granché, portano avanti i propri piani di lunaparkizzazione delle Alpi ovvero di trasformazione delle terre alte in “divertimentifici alpini”, per usare una celebre espressione dell’antropologo Annibale Salsa (una delle più illustri di quelle figure suddette)[1]. Per di più, in tema di “ponti tibetani” e infrastrutture turistiche similari, è ormai da tempo in atto tra varie località una “gara” a “ce-l’ho-più-lungo-io” che se da un lato rivela fin da subito il carattere superficiale e banalizzante di queste realizzazioni, dall’altro ne decreta inesorabilmente la rapida obsolescenza turistica e la perdita di interesse a favore di chissà quale altra “giostra” alpina, oltre alla sostanziale vuotezza di senso culturale.

La domanda in questi casi è molto semplice: un ponte tibetano o altra similare struttura meramente turistica può soddisfare le esigenze di valorizzazione e, soprattutto, di resilienza socio-economica e culturale dei territori di montagna? Oppure finisce per soddisfare solamente l’emotività dei suoi visitatori e le illusioni di un immaginario turistico meramente estetico-ludico (ormai superato e considerato sostanzialmente fallimentare se non nocivo, per la montagna contemporanea) per il quale ciò che è intorno all’attrazione principale – il ponte tibetano più lungo, più alto, più bello, eccetera – diventa del tutto secondario se non ininfluente e trascurato dai suoi fruitori, esattamente come per un luna park che non importa dove sia, l’importante è che ci siano le sue giostre da godere e con le quali divertirsi?

Dietro tale domanda fondamentale ne seguono altre, ugualmente inevitabili: siamo certi che i soldi che verranno spesi per la realizzazione del ponte (non so quanti saranno ma immagino qualche centinaia di migliaia di Euro) non potrebbero essere spesi per investimenti ben più concreti e funzionali, più valorizzanti il luogo e dalle ricadute a lungo termine più proficue? E, visto che nell’articolo sopra linkato si cita il “turismo di prossimità” e si afferma che l’infrastruttura in questione rappresenta «Una opportunità per i lombardi di riscoprire territori splendidi e ricchi di attrattività, in passato troppo spesso sottovalutati» chiedo: quale forma di turismo si vuole coltivare e perseguire? Quale conoscenza culturale dei territori in quanto base fondamentale di ogni sviluppo locale si vuole sostenere? Quale “riscoperta” – o, per usare un termine in tal caso più consono, rialfabetizzazione – della relazione delle genti con le proprie montagne si può ottenere da un ponte tibetano la cui principale attrattiva non è il territorio e l’ambiente naturale che ha intorno, non il suo paesaggio ricco di peculiarità ma in primis il fatto di essere semplicemente “il più lungo” e altre amenità similmente disimpegnate?

Infine, giusto a tal riguardo: sarà stato strutturato un programma culturale in tal senso che porti i visitatori del ponte a conoscere ciò che da esso e del suo panorama ammireranno? Me lo auguro vivamente, altrimenti una struttura del genere, per come ad oggi sono state concepite le altre similari o di pari natura in giro per i nostri monti, finirà per ottenere soltanto due cose principali: la prima, trasformare il luogo che voleva “valorizzare” in un sostanziale non luogo, privato della propria identità peculiare assorbita dalla genericità di un manufatto uguale a tanti altri; secondo, di “regalare” al territorio un rottame metallico il cui unico interesse tra qualche anno verterà su come poterlo rimuovere – spendendo altri soldi pubblici, molto probabilmente.

E sia chiaro: questa mia riflessione non è affatto mirata a qualsivoglia atteggiamento oltranzista da “Nessuno-tocchi-le-montagne!”, come forse qualcuno potrebbe superficialmente ritenere. Il problema non è cosa si costruisce o come lo si fa ma è per cosa lo si costruisce. Si può fare qualsiasi cosa: basta che abbia un senso – logico, virtuoso in generale, coerente e contestuale al luogo in cui la si realizza (quanti ce ne sono già di ponti tibetani, in circolazione? Ecco che già da qui si genera il non luogo, appunto), con ricadute il più possibile ampie e a lungo termine. Se ciò non accade è perché, molto semplicemente. non si sta parlando la stessa lingua dei monti che si pretende di trasformare in quel modo tanto insensato. Così la montagna diventa ineluttabilmente una confusa Babele sociale, economica, culturale, antropologica, un ambito di spaesamento e alienazione privo di identità e forza vitale tanto quanto di futuro –  con un vecchio e arrugginito ponte tibetano a rovinare il panorama, per giunta.

[1]  «Non possiamo più pensare alle Alpi come alla Disneyland dei cittadini, come a un divertimentificio per il fine settimana. Dobbiamo guardare alla montagna alpina come allo spazio dove si costruiscono buone pratiche.» Questo Annibale Salsa lo diceva già nel 2009 (vedi qui) e non era il primo a farlo, peraltro.

Le colonne del cielo

[Foto di eberhard 🖐 grossgasteiger da Unsplash.]

[…] Il desiderio di capire e di spiegare i grandi fenomeni che gli si svolgevano attorno ha spinto l’uomo di un tempo a interpretare l’ambiente che lo circondava con la sua fantasia e i pochi dati oggettivi di cui disponeva.
L’egocentrismo (che poi l’uomo ha ancor più sviluppato), le grandi catastrofi, frane, forse terremoti gli hanno fatto pensare che il cielo potesse crollargli addosso. Solo l’essenza delle montagne era lì a puntellarlo, a garantire una sicurezza tanto aleatoria quanto dipendente dai capricci degli dei.
Così nacque l’idea che le montagne fossero le colonne del grande tempio del cielo, idea presente in ogni cultura e civiltà. Basti pensare all’Odissea, al Libro di Giobbe, ai Rigveda. I nomadi vedevano le montagne come il palo portante della loro tenda. Il libro arabo delle Mille Domande dice che le montagne sono i chiodi della terra. Per non parlare di Atlante, il gigante che in prossimità delle Colonne d’Ercole sosteneva a spalle la colonna che separa il Cielo dalla Terra e che in seguito fu trasformato lui stesso nella catena di montagne omonima. In Cina sono addirittura quattro, situate in quattro opposti punti cardinali, le montagne che reggono il mondo: basta una piccola oscillazione per avere lutti, tragedie o nuove creazioni […].

(Alessandro Gogna, Le colonne del cielo, da “GognaBlog”, 1 settembre 2014. Cliccate qui per leggere il testo nella sua interezza.)