È veramente bello constatare il gran successo, di nuovo, di “Una Salita per il Vallone. In difesa delle Cime Bianche” l’evento svoltosi sabato scorso e giunto alla terza edizione che sostiene la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche dagli scellerati progetti funiviari che la Regione Valle d’Aosta e i comprensori sciistici della zona vorrebbero realizzare.
Tanto bella è questa constatazione quanto invariabilmente sconcertante è pensare che si possa sul serio progettare la devastazione di un angolo di alta montagna così meraviglioso e ancora pressoché intatto com’è ormai raro trovarne, sulle nostre iperantropizzate Alpi, per piazzarci impianti funiviari e relative infrastrutture che sarebbero la manifestazione di un atto di prepotenza inaccettabile oltre che assolutamente esecrabile anche dal punto di vista giuridico. Qualcosa che molto semplicemente non si può ammettere, punto. Per il bene non solo del Vallone, dei montanari che abitano ai suoi piedi e dei tanti visitatori che vogliono ancora godere della sua intatta bellezza, ma di tutti gli spazi ancora intatti delle nostre montagne, lì dove ancora si conservano la loro identità, il paesaggio e la cultura più autentici dacché non ancora cancellati dal più ottuso potere politico asservito all’industria dello sci nella sua versione più arrogante, quella che sa soltanto considerare se stessa in termini di km di piste, portare orarie e utili di bilancio fregandosene altamente dell’equilibrio con il territorio sfruttato e dell’impatto su di esso sia ambientale che socioculturale. Un’industria destinata a fallire molto presto ma che per ciò non deve trascinare nella propria rovina anche le montagne, patrimonio di tutti e bene comune che abbiamo il diritto e dovere di tutelare il più possibile per poterne godere al meglio possibile.
A testimonianza della giornata propongo – significativamente – il servizio curato dalla TGR Valle d’Aosta (cliccateci sopra per vederlo), mentre numerose foto e altri dettagli sull’evento li trovate al solito nella pagina Facebook Varasc.it.
Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche e a tutte le nostre montagne!
[Immagine tratta da Varasc.it.]Il Vallone delle Cime Bianche è ormai un luogo paradigmatico. Tutelarlo e salvarlo dalla speculazione impiantistica e dalla turistificazione che gli si vorrebbe imporre senza alcuna cura verso il suo paesaggio, meraviglioso e pressoché incontaminato come è ormai raro trovare in questa regione delle Alpi, significa esprimere un segnale forte e chiaro a tutela di tutte le nostre montagne, ovunque esse siano e dovunque siano minacciate dallo sfruttamento pseudo-turistico. Significa rimarcare la presenza di un limite e la necessità di uno sviluppo equilibrato nei territori montani, conscio delle realtà ambientali contemporanee e dotato d’una visione rivolta al futuro. Significa manifestare la consapevolezza del valore delle nostre montagne e dell’importanza del patrimonio comune che rappresentano. Significa tutelare il paesaggio montano per tutelare noi tutti.
Lasciare che la distruzione avvenga, restarne indifferenti, pensare che «tanto è solo un vallone di montagna come altri», significa essere complici di una distruzione che soltanto una profonda e bieca ipocrisia non sa considerare delinquenziale. Qualcosa la cui responsabilità, nel caso, deve e dovrà essere riconosciuta e assunta.
Quello delle Cime Bianche «è solo un vallone di montagna come tanti altri» esattamente come ogni nostro giorno può essere quello giusto per costruirci il futuro migliore possibile. E basta perdere o trascurare una tale singola occasione per rovinarcelo inesorabilmente, quel nostro futuro, senza la possibilità di tornare indietro e rimediare al danno compiuto.
Dunque, il Progetto fotografico “L’ULTIMO VALLONE SELVAGGIO. In difesa delle Cime Bianche”, insieme al Comitato INSIEME PER CIME BIANCHE e agli amici di Valle d’Aosta Aperta, organizza e invita tutti alla terza edizione di “UNA SALITA PER IL VALLONE”, che si terrà sabato 5 agosto 2023 con partenza da Saint Jacques, in Val d’Ayas.
E’ davvero un momento decisivo per le sorti del Vallone delle Cime Bianche. Lo studio di fattibilità, dopo mesi di attesa, è stato finalmente reso pubblico a maggio 2023 e la volontà della maggioranza della politica valdostana è chiaramente quella di procedere con questo insensato progetto. Tuttavia il Vallone, parte della ZPS “Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa” (IT1204220), oggi più che mai gravemente minacciato, non verrà lasciato a questo tragico destino.
Dopo il grande riscontro delle edizioni 2021 e 2022, viene lanciata anche quest’anno un’iniziativa di grande richiamo e visibilità che vuole essere, come sempre, aperta a tutti, dentro e fuori Valle. La terza grande salita simbolica a favore della tutela del Vallone ha come tema la parola “INSIEME”, perché tutti possono contribuire alla difesa del Vallone facendo ciascuno la propria parte, in questa che è assurta come la più importante causa di conservazione sulle nostre Alpi. Una causa cui partecipano sentitamente varie realtà, anche diverse tra loro, ma accomunate da un intento unitario. “Insieme” è senza ogni dubbio un valore aggiunto.
Siamo tutti quanti INSIEME in cordata per assicurare al Vallone la salvezza definitiva e per consegnarlo intatto a chi verrà dopo di noi. Bisogna dunque salire lassù ancora più numerosi, con sincero entusiasmo, per un’altra memorabile giornata all’insegna della bellezza, del rispetto per l’ambiente, della condivisione e della conservazione.
Saliamo tutti insieme nell’Ultimo Vallone Selvaggio. Lunga Vita al Vallone delle Cime Bianche!
All’origine dei tempi storici tutti i popoli, fanciulli dalle mille teste ingenue, guardavano così verso le montagne; vi scorgevano le divinità, o almeno i loro troni che si mostravano o si nascondevano di volta in volta, sotto il mutevole velo delle nubi. A queste montagne facevano risalire quasi tutti l’origine della loro razza; vi ponevano la sede delle loro tradizioni e leggende; vi contemplavano, inoltre, nel futuro l’avverarsi delle loro ambizioni e dei loro sogni; di là doveva sempre discendere il salvatore, l’angelo della gloria o della libertà. Tanto importante era il ruolo delle alte vette nella vita delle nazioni che si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti; sono come grandi pietre miliari, situate ad ampi intervalli sulla via dei popoli in cammino.
A proposito di conoscenza della montagna, che il nuovo collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt sul quale ho scritto stamattina dice di voler promuovere, e della montagna per eccellenza, ovvero proprio il Cervino/Matterhorn attorno al quale il suddetto collegamento corre, rileggo il brano lì sopra di Reclus e, in tema di culti dei monti fondativi per la vita delle nazioni ai loro piedi, penso al “culto” fondamentale del quale oggi viene reso (s)oggetto il Cervino/Matterhorn, ben evidenziato dalle icone lì sopra riprodotte (una minima parte di quelle citabili).
Reclus scrisse – a fine Ottocento, si badi bene – che «si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti» ovvero la storia della comunità umana che vive alla base di certi monti: be’, direi che pure nel caso del Cervino/Matterhorn ha avuto ragione, da qualche giorno ancora di più. Ecco.
Nelle immagini, (cliccateci sopra per ingrandirle): il Cervino/Matterhorn “celebrato” su una nota barretta al cioccolato, un’attrazione di Disneyland, un dolcificante per caffè, una marca di filtri per l’acqua, un deodorante per il corpo, un gin e un pacchetto di sigarette.
[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch.]Il nuovo collegamento funiviario “Matterhorn Alpine Crossing” tra Zermatt e Cervinia, enfaticamente inaugurato lo scorso 30 giugno, oltre ai tanti temi riguardanti la presenza e l’impatto di un’infrastruttura del genere in alta montagna, dei quali si può leggere un po’ ovunque, sulla stampa e sul web, si porta pure appresso due altre cose, ovvero un dato di fatto e una bugia di fatto, entrambe ineluttabili.
Parto da questa seconda: nei vari articoli dedicati al nuovo collegamento funiviario si legge che permette a tutti di «conoscere la montagna, capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri e vedere le tre pareti del Cervino, la sud, la est e la nord da vicino, standosene comodamente seduti». Un’affermazione palesemente ossimorica se non proprio grottesca: come si possa «capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri» – posto che nessuno sulle Alpi vive a tale quota e chi lo fa altrove, sui monti di altre parti del mondo, vive in condizioni imparagonabili a quelle alpine – «standosene comodamente seduti», come se si fosse sul bus di un sightseeing tour cittadino, appare un bel mistero e sembra il testo di una bizzarra gag comica. In generale, la “conoscenza” della montagna proposta in questo modo avviene tramite un’esperienza di trasporto a bordo di una sorta di metropolitana su funi diversa solo nella forma da quella urbana e molto affine nella sostanza, mediata tecnologicamente senza alcun contatto materiale diretto con la montagna vera se non facendo due passi sul ghiacciaio sempre che le sue condizioni lo permettano – cosa che avviene e avverrà con sempre meno frequenza – e dunque senza alcuna autentica percezione di matrice culturale della stessa, cioè quella che può veramente fornire una cognizione dell’ambiente nel quale ci si trova. Ma, appunto, è come non esserci nemmeno, in quell’ambiente di alta quota: si sale in funivia a Cervinia o Zermatt, si transita da stazioni intermedie che sembrano proprio quelle di una metropolitana in città, con tanto di bar e negozi lungo i corridoi di trasferimento, si giunge su una vetta – il Klein Matterhorn / Piccolo Cervino – la quale credo che, in proporzione alla sua altitudine e alle dimensioni della sommità, si possa definire lo spazio più cementificato delle Alpi, tra stazioni funiviarie, ristoranti, scale, ascensori, tralicci per telecomunicazioni e altre infrastrutture (l’immagine là sotto rende piuttosto bene l’idea)… Se qualcuno giungesse lassù e la meteo non fosse favorevole al punto da sconsigliare di uscire all’aperto (ovvero se non lo si volesse fare a prescindere), la “conoscenza” e la “visione” della montagna avverrebbe soltanto da dietro un vetro e muovendo non più di qualche decina di passi. Magari indossando dei sandali, come qualcuno ha ironicamente osservato. A questo punto tanto varrebbe restarsene a casa e godersi il luogo grazie a un bel video su qualche piattaforma social, così pure risparmiando l’esborso di 240 Franchi o 260 Euro a testa per il solo biglietto!
Insomma: che “esperienza” di alta montagna può mai essere questa? Cosa mai potrà insegnare di ciò che è realmente la montagna, cosa ci si potrà capire?
[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Ecco perché quelle dichiarazioni sopra citate rappresentano una sostanziale “bugia di fatto”. Va bene, sarà pure marketing e di quello parecchio spinto come sovente se ne intercetta in giro (anche in altre località montane), dettato dal dover lanciare la nuova attrazione alla clientela. Ma pure a tali pratiche commerciali c’è un limite, soprattutto quando esse vanno a corrompere e degradare gli aspetti culturali che comunque la relazione antropica con l’ambiente montano – ancor più quello d’alta quota – porta con sé, anche quando si tratti di una relazione fugace e meramente ludico-ricreativa. E se quel processo di degrado culturale si avvia, determina inevitabilmente anche il degrado ambientale del luogo proprio perché non lo si riconosce e comprende più in tali sue valenze fondamentali. Mi auguro che ciò non avvenga lassù in forza del nuovo collegamento funiviario e che le dichiarazioni in tal senso dei responsabili dell’impianto siano ben più concrete e fattuali di certe altre.
A tal proposito, vengo al dato di fatto che il “Matterhorn Alpine Crossing” evidenzia, legato all’aspetto dell’impatto della nuova funivia nel luogo e nel paesaggio tra il Plateau Rosa e il Klein Matterhorn. Capisco bene i tanti che denunciano la pesantezza di tale impatto e le sue criticità ambientali, tanto più in considerazione della funzionalità dell’impianto, prettamente turistica e nemmeno in chiave sciistica. Di contro, obiettivamente, la nuova funivia è inserita in un contesto certamente d’alta montagna ma già pesantemente infrastrutturato, con un ghiacciaio sofferente sul quale insistono tralicci e cavi d’ogni sorta e altri manufatti funzionali alla sua fruizione turistica. Salendo a Plateau Rosa e osservando tutt’intorno, ovunque lo sguardo intercetta qualcosa di antropico e artificiale, che spesso di pone inframezzo la veduta delle meravigliose vette, quasi tutte superiori ai 4000 m, che ornano l’orizzonte. Voglio dire: bella o brutta che possa apparire la nuova funivia, e visto che ormai c’è (e che l’opposizione alla sua realizzazione, se mai c’è stata, ha perso la sua battaglia), meglio che sia stata realizzata lì piuttosto che in un altro territorio montano ben più integro ovvero ancora pressoché intatto nel suo aspetto naturale, paesaggistico e ambientale. In tal senso il pensiero inevitabilmente corre al vicino e incontaminato Vallone delle Cime Bianche e agli impianti funiviari che vi si vorrebbero installare, questi sì una devastazione ex novo di un ambiente e un paesaggio ormai più unici che rari, in questa zona delle Alpi: una cosa inammissibile sotto ogni punto di vista se non da quello che vede e concepisce le montagne soltanto come uno spazio da trasformare in “bene” da consumare e dunque in denaro, senza alcuna cura verso la loro bellezza e nessuna tutela dell’ambiente naturale. Come fossero una periferia cittadina da infrastrutturare dacché altrimenti inutile, ne più ne meno.
[Immagine tratta da https://www.rainews.it/tgr/vda.]Insomma: opere come il “Matterhorn Alpine Crossing”, al netto del marketing enfatico che le accompagna, oggi sono da un lato quasi sempre insostenibili ambientalmente e dall’altro motivabili solo da strategie turistico-commerciali che poco hanno a che vedere con la “montagna” e che nascono già obsolete – infatti lo stesso collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt è un’idea nata quasi un secolo fa – se non per un pubblico turistico esotico che le Alpi le conosce solo per nome, e magari nemmeno per quello. Ma è un pubblico danaroso, disposto a spendere tanto senza fare domande su ciò che acquista, basta che sia qualcosa di “spettacolare”: dunque rappresenta una platea ideale da poter sfruttare, posta anche la maturazione pressoché compiuta del turismo sciistico invernale. Il punto ora è determinare il necessario, ineludibile equilibrio tra queste opere, visto che ormai ci sono, e l’ambiente nel quale sono state realizzate e inserite, ricavandone un parametro analitico da rendere organico agli altri che determinano l’efficienza e la funzionalità dell’impianto; al contempo, tutelare rigidamente gli altri spazi ancora integri da qualsiasi infrastrutturazione di tal genere e da qualsiasi forma di messa a profitto del territorio montano che determini qualsivoglia detrimento, anche minimo, delle sue valenze ambientali e culturali. Il che rappresenterebbe a sua volta una pratica di riequilibrio tra spazi antropizzati e non, fondamentale se vogliamo continuare a definire e vivere le montagne per ciò che realmente sono e non per dei simulacri ludici in quota del mondo iperurbanizzato.
In fin dei conti è proprio questo il punto nodale attorno al quale orbitano tanto opere ultra turistiche come il “Matterhorn Alpine Crossing” quanto le iniziative di salvaguardia ambientale e le pratiche di turismo montano sostenibile: antropizzare la montagna, come ha sempre fatto l’uomo, in modo consono al luogo nel quale si interviene e sincronico alla realtà ambientale del momento, come è ormai ineludibile fare ovunque, sulle Alpi e altrove. Lo può fare, lo sa fare una funivia come quella tra Cervinia e Zermatt? Chissà.
Sono immagini che ho tratto da una serie fotografica pubblicata sulle pagine sociale di Varasc.it – ad esempio su Facebook è qui.
Per quanto mi riguarda, io ci vedo un luogo dove dimora il Genius Loci delle Alpi “in persona”, nel quale si ritrova l’anima più autentica dello spazio alpino, la coscienza del luogo-Alpi. E ci vedo la vita, il futuro, ovviamente la bellezza, ci sgorgo le fattezze di una gran fortuna, un tesoro, la forma che vorrei avesse la mia anima, un racconto affascinante, ci colgo un senso di fiducia e di responsabilità. Un posto in cui sentirsi bene semplicemente standoci, dove sentirsi in equilibrio. Un posto che dà un senso alle cose, qualsiasi esse siano.
Altri, invece, ci vedono un mero motivo per fare soldi, alla faccia del luogo stesso e di qualsiasi altra cosa, ne più ne meno fosse uno spazio sterile da dover far monetizzare perché altrimenti ritenuto inutile, sterile, fastidioso. Magari pure brutto. Come un prato di periferia in mezzo a tanti palazzoni ove non poter far altro che costruircene sopra altri, piuttosto di tutelarlo come ultima preziosa area verde. Chi vuole guadagnarci sopra lo vede esattamente così: una inutile periferia alpestre in mezzo ai propri danarosi “centri commerciali”. Un fastidio appunto, un impiccio da togliere di mezzo al più presto conquistandolo ai propri interessi particolari.
Ecco: secondo me, voler piazzare degli impianti funiviari nel Vallone delle Cime Bianche (il luogo in questione, per chi non lo [ri]conoscesse) è la manifestazione di un’alienazione ossessiva. Di un’incapacità di cogliere le cose belle e importanti per far spazio a quelle nocive, deleterie, riprovevoli ma che si inseguono morbosamente in forza di una devianza che nella realtà si manifesta nella pretesa di fare soldi a scapito di chiunque e di qualsiasi cosa. Anche di se stessi, sia chiaro, ma ovviamente in quell’alienazione non si è in grado di capirlo.
Non vedo come altrimenti spiegare la volontà di distruggere un luogo così speciale – non solo per le Alpi valdostane – senza nemmeno formulare una pur minima presa di coscienza, e di assunzione di responsabilità, di ciò che significherebbe. Ragionare solamente in termini di meri numeri, di milioni (di soldi pubblici) da spendere, di tornaconti personali, di marketing, di ostentazione di potere politico e commerciale rispetto a un luogo del genere: vi pare sensato? Vi pare logico, sostenibile, ammissibile, anche al di là che possa ritenersi (presuntamente) legittimo? Si può ancora ragionare così, quando si ha a che fare con l’ambiente naturale, a fronte di tutto quanto è già stato fatto e dei problemi che molti delle cose fatte hanno generato? Devastare un ennesimo territorio montano… per chi? Per cosa? Perché?
Non è una questione di tutela ecoambientalista da una parte e di sviluppo turistico-imprenditoriale dall’altra, no: è una questione di sensibilità, buon senso e saggezza contro prepotenza, insensatezza, menefreghismo innanzi tutto contro – ribadisco – se stessi e la propria gente, anche prima che contro la montagna.
In quell’immagine del Vallone delle Cime Bianche, luogo emblematico di molti altri sulle montagne italiane a rischio di devastazione, io ci vedo quanto avete letto. E non mi spiego la questione in altro modo.
P.S.: i miei numerosi articoli dedicati alla questione del Vallone delle Cime Bianche li trovate qui.