Qualcuno se li ricorda ancora, i ghiacciai delle Alpi?

[Il Ghiacciaio di Fellaria il 13 agosto 2016. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
Leggo su alcuni media svizzeri (qui, ad esempio) che secondo un recente e innovativo studio condotto dalla Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna (UNIL), in collaborazione con l’Università di Grenoble, i due Politecnici federali (EPFL e ETHZ) e l’Università di Zurigo, anche se il riscaldamento globale venisse completamente arrestato il volume dei ghiacci sulle Alpi è inesorabilmente destinato a diminuire del 34% entro il 2050. Se continuerà invece al ritmo attuale, la contrazione dei ghiacciai sarà quasi del 50%, dato che sale al 65% se ci si basa invece sui dati degli ultimi dieci anni.

Lo studio franco-svizzero, che si trova qui, appare innovativo non solo per la metodologia utilizzata ma anche per il fatto di proporre, in tema di fusione dei ghiacci alpini, una prospettiva a breve termine e dunque ben più tangibile di altre maggiormente protratte nel tempo. In poche parole, lo studio presenta qualcosa che nelle situazioni indicate quasi certamente avverrà, non probabilmente o forse. Concede pochissimi dubbi al riguardo, insomma.

Per di più, uno dei firmatari dello studio, il ricercatore dell’UNIL Samuel Cook, ha affermato che «I dati utilizzati per elaborare gli scenari si fermano al 2022, un anno che è stato caratterizzato da un’estate eccezionalmente calda. È quindi probabile che la situazione sia ancora peggiore di quella che presentiamo».

[Ancora il Ghiacciaio di Fellaria, immagine del Servizio Glaciologico Lombardo tratta dalla pagina Facebook del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.]
Così, mentre ancora qualcuno crede di poter dubitare del cambiamento climatico in corso magari solo perché qualche località di montagna ha registrato nei giorni scorsi temperature molto basse (ma non c’è da perdere tempo a spiegare nuovamente a queste persone come funzionano meteo e clima, tanto non possono e non vogliono capire), o magari di sostenere che sia tutta una combutta tra scienziati e “lobby verde” (che è un po’ come essere a bordo di una nave che imbarca acqua e affonda sempre più sostenendo che sia solo una messinscena per ingannare la società di assicurazione) è significativo notare che non solo la sparizione dei ghiacciai da molte zone delle Alpi cambierà di conseguenza il nostro rapporto culturale – oltre che quello più pratico – con quei territori e i loro paesaggi, con effetti difficilmente prevedibili (come ho cercato di spiegare qualche tempo fa in questo articolo), ma muterà radicalmente anche le modalità di vita lontano dalla catena alpina, in quelle zone dove magari si pensa di non poter essere coinvolti da ciò che succede sulle montagne. Ad esempio: ancora nel 2017 l’Istat certificava che «Il ghiaccio perso sull’arco alpino dagli anni ’80 a oggi corrisponde, in termini di volume d’acqua, a circa quattro volte la capacità del Lago Maggiore». Considerando che nel 2018, sempre secondo l’Istat, in Italia per garantire il livello di consumo della popolazione sono stati immessi nella rete 8,2 miliardi di metri cubi di acqua, e che il Lago Maggiore preso a riferimento contiene circa 37,5 miliardi di metri cubi di acqua, significa che in circa quattro decenni abbiamo perso più di 18 anni di acqua potenzialmente disponibile dai nostri rubinetti.

Converrete che è un dato a dir poco inquietante.

Be’, da quella rilevazione dell’Istat sono passati più di sei anni, è facile immaginare quant’altra risorsa idrica immagazzinata sulle Alpi in forma di ghiaccio nel frattempo sia andata persa: una prova lampante di cosa ciò possa comportare l’abbiamo avuta nei due anni scorsi, con il lungo periodo di siccità vissuto e le tante problematiche da esso causate. Ma siamo in grado di tenercela a memoria, questa realtà pur così recente, oppure ce la siamo già dimenticata come ci scordiamo tante altre cose importanti, non avendo imparato nulla da quel periodo? E i ghiacciai, dunque, che li stiamo ugualmente dimenticando, come se già non esistessero più, come se non ci dovesse interessare nulla della loro sorte perché già inesorabilmente segnata?

Marco Albino Ferrari, “Assalto alle Alpi”

Da gran appassionato di etimologia quale sono, trovo sempre interessante trovare il senso “pratico” – dunque non solo quello prettamente semantico – delle parole che utilizziamo, perché la loro origine sovente può svelare o suscitare comprensioni di esse più articolate di quanto si potrebbe ritenere di primo acchito.

Dunque, «assalto» – sostantivo derivante dal verbo assalire – è un termine che nella sua forma attuale si origina dal latino medievale assaltus composto da ad e da saltus, “salto”, che indica il moto verso l’alto, il salire – così adsaltus/assalto è il saltare sopra o addosso, il che rimanda chiaramente ad un impulso aggressivo, di sopraffazione. Di contro, il “salire” contenuto nella parola, se inteso in chiave montana, fa pensare subito all’ascensione di una cima: un’attività in genere praticata per passione e divertimento, dunque apparentemente nulla di veemente. Tuttavia, fino a qualche anno fa nei resoconti alpinistici si poteva leggere di frequente l’espressione «assalto finale alla vetta» e, parimenti, si usa spesso ancora oggi il termine “conquista”, entrambi i quali di nuovo rimandano a qualcosa di bellicoso: infatti l’alpinismo “eroico” di qualche decennio fa si compendiava nell’idea della “lotta con l’alpe” espressa dall’alpinista torinese Guido Rey e tutt’oggi presente, come motto, sulla tessera dei soci del Club Alpino Italiano.

Insomma, tutta questa curiosità etimologica intorno alla parola “assalto” nasce – lo avrete ovviamente già capito – dal titolo del più recente libro di Marco Albino FerrariAssalto alle Alpi (Einaudi, 2023), in particolar modo riflettendo sulla scelta per esso di un vocabolo così forte e dalle accezioni bellicose, appunto. Scelta che d’altro canto apparirà motivata a qualsiasi frequentatore delle nostre montagne che alle vette e ai loro paesaggi sappia dedicare uno sguardo sensibile e attento: come denota la presentazione del volume,  «Le Alpi sono minacciate da modelli di sviluppo del passato. Sul piano materiale, dal varo di nuove infrastrutture turistiche pesanti; sul piano immateriale, attraverso vecchi stereotipi idealizzanti, che riducono la montagna a luogo salvifico di pura “bellezza”.» “Minacciate”, già, altro termine che porta alla mente una dimensione di intimidazione, di rischio e sopraffazione, ulteriori elementi afferenti alla belligeranza []

(Potete leggere la recensione completa di Assalto alle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Giovedì 25 gennaio a Erba, con Marco Albino Ferrari e “Assalto alle Alpi” per il Monte San Primo

Giovedì 25 gennaio alle ore 20.45 presso la sala conferenze “F. Isacchi” di Ca’ Prina a Erba, avrò il grande onore di colloquiare con Marco Albino Ferrari, una delle voci più autorevoli della cultura di montagna italiana, e moderare l’incontro – organizzato dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” – che avrà come protagonista il suo ultimo libro Assalto alle Alpi (Einaudi), una lunga e articolata riflessione – programmatica fin dal titolo – sul presente e sul futuro della montagna, ricca di considerazioni e suggestioni emblematiche dalle quali scaturiscono prospettive e soluzioni nuove, rispettose sia dell’ambiente sia delle persone.

Le Alpi sono minacciate da modelli di sviluppo del passato. Sul piano materiale, dal varo di nuove infrastrutture turistiche pesanti; sul piano immateriale, attraverso vecchi stereotipi idealizzanti, che riducono la montagna a luogo salvifico di pura “bellezza”. Per dare futuro alle Alpi è necessario uno sguardo nuovo, consapevole, rispettoso.

[Dall’introduzione al libro.]

Durante l’incontro, a ingresso libero fino ad esaurimento posti, prenderanno la parola i portavoce del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, che faranno il punto della situazione sullo stato di avanzamento del dissennato progetto “OltreLario” – un progetto assolutamente “consono” al testo di Marco Albino Ferrari per come la sua sostanza, fatta di nuovi impianti di risalita e di innevamento artificiale a 1100 m di quota, con varie infrastrutture a corredo in una zona estremamente delicata dal punto di vista ambientale, palesi un vero e proprio assalto al San Primo con interventi fuori dal tempo e dalla realtà contemporanea.

Saranno quindi ribadite le contro-proposte elaborate dal Coordinamento per una fruizione più sostenibile della montagna e sarà possibile partecipare alla raccolta firme, come manifestazione autentica e consapevole di protesta nei confronti della visione a breve termine, adottata dalle Amministrazioni locali, che si ostinano ad ignorare le richieste di confronto da parte della cittadinanza attiva.

Per tutto ciò la serata di giovedì a Erba, grazie alla presenza di una figura tra le più importanti e rinomate nell’ambito culturale di montagna qual è Marco Albino Ferrari, si propone come un’importante e imprescindibile iniziativa di sensibilizzazione per la tutela delle montagne, del San Primo innanzi tutto ma di rimando di tutti gli altri territori sottoposti a tali irragionevoli progettualità, di incoraggiare l’apertura di un tavolo di confronto con le istituzioni interessate, che è stato più volte sollecitato dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” e che, finora, ha avuto uno scarso riscontro da parte delle suddette istituzioni ma di contro ha sensibilizzato ampiamente la stampa nazionale e estera, che da tempo non manca di evidenziare le numerose illogicità del progetto.

Per saperne di più sull’incontro potete visitare il sito web del Coordinamento, nel quale trovate ogni altra informazione sul caso del Monte San Primo; qui invece trovate l’evento Facebook.

Dunque, appuntamento giovedì sera 25 gennaio alle 20.45 a Erba: sarà una serata estremamente interessante, da non perdere!

La “Montagna Sacra” e il «capitale naturale» di Mario Rigoni Stern

[P.S.Pre Scriptum: articolo pubblicato lo scorso 12 gennaio sul blog “La Montagna Sacra” ospitato sul portale Sherpa.]

[Il versante valdostano del Monveso di Forzo visto dal Glacier di Sendzé nel vallone della Valleile, sopra Cogne. Immagine tratta da www.gulliver.it.]
Uno degli aspetti che ancora qualcuno tende a opinare, del progetto della “Montagna Sacra” (del quale sono uno dei membri del gruppo di lavoro che lo promuove), è l’idea di rendere inviolabile la vetta del Monveso di Forzo – la “Montagna Sacra” nel parco Nazionale del Gran Paradiso protagonista del progetto – spesso interpretata come una sorta di divieto imposto e sentenziato dalla “sacralità” del monte. In verità – repetita iuvantnel progetto della “Montagna Sacra” non esiste nulla del genere e la presunta interdizione alla salita sul Monveso è il frutto di una scelta assolutamente personale attuata da chi vi ha aderito e ne condivide le finalità. Un atto profondamente simbolico, privo di qualsiasi decodificazione strumentale che non sia quella che sta alla base del progetto, ovvero il senso del limite e la necessità di recuperarne pienamente il valore ormai imprescindibile nella realtà che stiamo vivendo, in tema di presenza e interventi antropici nei territori montani ma non solo. L’aggettivo “sacro”, privo di alcun valore fideistico – di nuovo repetita iuvant – nella definizione del progetto ha proprio lo scopo di rendere subitamente chiaro e intelligibile il concetto. Come quando per indicare l’inviolabilità della proprietà privata si dice che è “sacra” senza con ciò pensare a chissà quali culti o riti: ecco, il principio è lo stesso. Da tutto ciò se ne deduce – se serve rimarcarlo – che non vi sono e saranno mai cartelli di “divieto di salita” nei dintorni del Monveso di Forzo (e parimenti su qualsiasi altra vetta) e che il tutto è demandato alle scelte libere e personali di chi vuole considerare il progetto, ma di contro che la simbolicità del non salire in vetta materialmente attuata da chi aderisce al progetto non ne inficia per nulla il senso e l’importanza, proprio perché frutto di un’assunzione consapevole di responsabilità non solo riguardo l’atto in sé ma, soprattutto, verso l’idea alla base e i suoi significati nel contesto presente e nei riguardi di qualsiasi vetta, montagna, territorio naturale non (ancora) antropizzato.

Detto questo, nella massima libertà di opinione al riguardo (anche questa una cosa “sacra” nella sua inviolabilità, no?), magari porre la questione sotto un ulteriore punto di vista può servire a renderla ancora più chiara, e più comprensibile il senso. A tal proposito viene in aiuto una nota e bella affermazione di Mario Rigoni Stern (che prendo da qui), il quale sosteneva che per sviluppare un rapporto equilibrato e responsabile nei confronti dei territori e degli ambienti naturali è necessario considerare una natura

dalla quale si doveva prelevare l’interesse senza intaccare il capitale. Oggi siamo in un momento della storia in cui occorre frenare un presunto progresso che non pone limiti alla totale distruzione del pianeta.

Ecco: non intaccare il «capitale» naturale che abbiamo a disposizione, limitare l’uso all’«interesse» che se ne può ricavare senza andare oltre ovvero al fine di frenare quel «progresso che non pone limiti alla totale distruzione del pianeta» che così spesso vediamo manifestarsi sulle montagne. Bene, il Monveso di Forzo è il simbolo del capitale da non intaccare, mentre il limite simbolico (ma manifesto) del non salire sulla sua vetta è il riconoscimento dell’interesse senza il consumo del capitale, cioè del senso del limite così necessario in questo momento della storia – peraltro già successivo ormai di qualche anno a quando Rigoni Stern scrisse quelle parole e non certo sviluppatasi al meglio, la storia, frequentemente sui monti.

Dunque, se anche qualcuno ritenesse (legittimamente) di non concordare con la richiesta di fare del Monveso di Forzo una vetta inviolabile e in tal senso “sacra”, credo proprio che nessuno o quasi tra chi si ritenga un appassionato dell’andare per montagne e territori naturali potrà dichiararsi in disaccordo con il messaggio fondamentale del progetto della “Montagna Sacra” contestualizzato all’intero ambito montano e naturale. Considerata la questione sotto questo punto di vista, forse anche la proposta di non salire sulla vetta del Monveso di Forzo, convenendo in essa un limite simbolico ma riconosciuto, potrà essere meglio compresa e la sua idea di fondo messa in pratica nelle forme che più si ritengono proprie ma in ogni caso nel loro pieno, necessario, imprescindibile valore culturale. Per riscoprire la libertà di riconoscere i limiti naturali e logici al nostro agire e svincolarci dall’obbligo di superarli continuamente che troppo spesso e da troppo tempo la nostra società ci ha imposto, con le conseguenze sovente drammatiche che ormai tutti abbiano sotto gli occhi.

Martedì 16 gennaio il Vallone delle Cime Bianche è… a Milano!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Fotografia ©Annamaria Gremmo, tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Il Vallone delle Cime Bianche è in Val d’Ayas, è a Aosta, a Biella, Genova, Firenze, Pavia, Verona… e domani sera sarà a Milano! Perché, come ho detto altre volte e qui ribadisco, il Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo Vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, è un luogo emblematico il cui valore si manifesta ovunque vi sia chi sappia a sua volta manifestare attenzione, cura, sensibilità, amore per le nostre montagne e la loro salvaguardia, in primis quando certi dissennati progetti – come quello funiviario che si vorrebbe imporre al Vallone delle Cime Bianche – le mettano a rischio di devastazione. Per questo la sua difesa e la tutela del suo paesaggio alpino peculiare rappresenta la difesa e la tutela di tutte le nostre montagne ovvero, ancor più, è un’azione per la tutela del nostro diritto di poterle frequentare intatte in tutta la loro bellezza naturale.

Dunque, appuntamento con Annamaria Gremmo, Marco Soggetto, Francesco Sisti e il Vallone delle Cime Bianche a Milano, domani sera. Se potete, non mancate: sostenete anche voi questa fondamentale difesa di quell’inestimabile e insostituibile patrimonio di bellezza e cultura rappresentato dalle nostre montagne!

Per qualsiasi informazione sulla serata, date un occhio al sito del Gruppo Sciistico Alpinistico (G.S.A.) Edelweiss, sottosezione del CAI di Milano, che la ospita.

Per contribuire concretamente alla causa in difesa delle Cime Bianche: