Una guida in buona compagnia

È sempre piacevole visitare un luogo dove sai di trovare tanti buoni amici, alcuni conosciuti bene e da tempo, altri che conosci appena ma sai già che li conoscerai meglio quanto prima, altri invece che non conosci affatto e non pensi nemmeno di farteli “amici”, prossimamente, ma che ti fa comunque piacere vedere, lì insieme agli altri in un “assembramento” tanto variegato quanto gradevole e per nulla pericoloso, anzi, solamente e profondamente benefico dacché in un luogo del genere si può diffondere una “pandemia” che di più salubri non ce ne sono. E poi, d’un tratto, ti trovi di fronte ciò che l’immagine qui sopra mostra, comprendi il senso di tutto ciò che stai osservando e con animo leggero pensi: «Ecco perché mi trovo così bene qui, in questa libreria!»

P.S.: perché sì, quella è la guida escursionistico-letteraria Dol dei Tre Signori, che ho scritto insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, ospitata in una libreria della catena “Libraccio” nella quale la potere trovare e ovviamente acquistare (grazie di cuore a Loretta Carsana per la fotografia!), oltre che sulle principali librerie on line e, ancora in questo periodo, come allegato del quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Per saperne di più al riguardo cliccate qui, oppure cliccate sull’immagine in testa all’articolo per conoscere ogni dettaglio utile sulla guida. Se invece del volume e delle sue narrazioni (scritte e fotografiche) volete godere qualche intrigante pillola, visitate la pagina Facebook “I Cammini di Orobie”.

Il turista cosciente

[Foto di Michele Mescolin da Unsplash.]

La ricollocazione del paesaggio al centro di una relazione dialettica che restituisce pari dignità ai fattori naturali e culturali trova una giustificazione scientifica nelle odierne teorie eco-sistemiche della complessità. Esse ci consentono non soltanto di uscire dalle dicotomie oppositive e riduzionistiche delle precedenti impostazioni culturali, ma anche e soprattutto di cogliere la portata innovativa della responsabilità etico-politica dell’uomo nella costruzione del paesaggio mediante il governo intelligente della natura e del territorio. In questo rinnovato corso di idee entra in gioco la riscoperta e la riappropriazione del valore identitario dei territori che le comunità residenti possono ritrovare tanto nella memoria storica, da un lato, che nella progettazione responsabile, dall’altro. Il paesaggio ritorna, così, a essere percepito come luogo dell’appartenenza per chi, dall’interno (gli abitanti), vi si riconosce e dell’accoglienza rassicurante per chi, dall’esterno (il turista), vuol esserne ospite cosciente.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.36-37.)

Di questo emblematico passaggio del libro di Annibale Salsa, ricco di innumerevoli spunti di riflessione e di dissertazione (che invito caldamente a cogliere e meditare), mi limito a citare le sole ultime-ma-non-ultime, parole: «il turista (che) vuol essere ospite cosciente». Una condizione tanto fondamentale (è la cosiddetta place experience definita dalla sociologia del turismo contemporanea, contrapposta alla precedente e ormai fallimentare customer experience) per la qualità del turismo montano e la proficuità per le montagne stesse e la loro realtà, quanto troppo spesso ignorata se non palesemente avversata da chi invece punta a mere pratiche turistiche di massa – e ai relativi possibili grassi (?) tornaconti – per le quali conta solo la quantità (di turisti) a totale discapito della qualità (del turismo).

Ecco così proliferare in giro per i nostri monti idee immateriali e opere materiali sovente scellerate e che non c’entrano nulla con i territori alpini ai quali vengono imposti dacché il loro unico compito è attrarre più persone possibili: fa niente poi se tali persone non sanno nemmeno dove si trovano, cosa hanno intorno, quali peculiarità possiede quel territorio, perché il suo paesaggio è unico, dunque identitario, ovvero certamente diverso da qualsiasi altro. Manca il perseguimento di qualsiasi relazione culturale con il luogo la quale poi genererebbe anche il legame nel tempo (cioè il ritorno del turista che si sente legato e magari affezionato a quel luogo, appunto), c’è solo la volontà di monetizzare il più rapidamente possibile la presenza di massa, null’altro. Ciò anche perché, probabilmente, quei personaggi che impongono tali scellerate strategie turistico-commerciali sanno bene, essi per primi, che queste forme lunaparkizzate di turismo massificato durano pochissimo tempo e, una volta decadute, lasciano strascichi pesanti (ambientali, economici, sociali, antropologici) nel territorio che le ha subite. Ma intanto quelli avranno ottenuto (forse) il loro bel tornaconto e amen, alla faccia dello sviluppo, della valorizzazione, del bene, del futuro delle montagne e delle genti che le abitano e vorrebbero continuare a farlo. Già.

Relazioni sovrumane

Dalle placche rocciose fra i massi, su cui stesi nei sacchi piuma attendevamo la notte, contemplavamo il Mont Velan, ricoperto dalla caratteristica e favolosa calotta bianca. A ovest, da dove venivamo, si profilava oltre le creste l’intero gruppo del Bianco, dove erano riconoscibili le singole cime a cui eravamo stati così vicini pochi giorni prima. Rivedere i monti lasciati da poche o molte tappe e scorgere in direzione opposta quelli che desideravo raggiungere faceva nascere in me un sentimento molto incoraggiante, che dipendeva dalla familiarità; era come se il viaggio mi permettesse di stringere o arricchire relazioni con personaggi non umani delle Alpi, dove ciascuno di essi testimoniava qualcosa di universale presente nella natura. Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti. Le prime alleanze dell’uomo preistorico non potevano che essere con lo spirito presente negli elementi naturali e io sentivo rinascere in me quella propensione.

(Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi, CAI / Ponte alle Grazie, 2020, pag.156.)

Tra le altre cose significative dice una verità ancestrale, Franco Michieli in questo brano: «Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti». La stanzialità della razza umana è un “errore” che per ragioni funzionali abbiamo reso “ortodossia”: in realtà restiamo inconsapevoli animali nomadi e, in quanto tali, non possiamo non ricercare continuamente “alleanze” e relazioni con il mondo naturale che abbiamo intorno – anche quando in esso di “naturale” vi sia ormai ben poco. Non fare ciò significa annullare una parte fondamentale di ciò che siamo: qui sta l’errore, quantunque ignorato e incompreso eppure importante per le conseguenze che comporta. Anche se crediamo di essere semidei, assisi sulle nostre solide e inamovibili fondamenta, nel trascurare quella verità e quella pratica ancestrali, così ben evidenziate da Michieli, in effetti ci palesiamo come tra gli animali più ottusi che ci siano, ahinoi.

I trekking sulla “Dol dei Tre Signori”

Mi unisco con gran piacere al magazine “Orobie” per comunicarvi che, dopo la pubblicazione della guida escursionistica “Dol dei Tre Signori”, realizzata da Orobie con il supporto di Italcementi per fare conoscere il cammino della Dol – Dorsale orobica lecchese tra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio e della quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles, nell’ambito del progetto di rilancio del percorso di Moma Comunicazione e con il coinvolgimento dell’Ersaf-Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste, ecco finalmente la possibilità di percorrere la “Dol dei Tre Signori” grazie alla collaborazione con il social tour operator Viaggi e Miraggi.

Sono due le possibilità di viaggiare lungo l’itinerario: dal 28 agosto al 4 settembre 2021 oppure dal 18 al 25 settembre 2021. Sette giornate che consentono di passare dallo splendore e dalla ricchezza storica ed artistica della Città Alta di Bergamo fino alla Valtellina o al Lago di Como. Natura, storia, geografia, paesaggi, arte e sapori antichi si offrono ai sensi del viandante in un crescendo continuo di visioni, emozioni, esperienze e percezioni di rara bellezza. Camminando su antichi sentieri che intersecano alcuni dei gruppi montuosi più spettacolari e emblematici della Lombardia, si attraversano borghi che raccontano la vita in vallate dalle tradizioni millenarie come la Val San Martino, la Valle Imagna, la Valsassina, la Val Taleggio, la Val Brembana, la Val Varrone e la Val Gerola pernottando in rifugi di grande fascino, per raggiungere infine la Valtellina in vista dei giganti delle Alpi Retiche.
Ovviamente, se deciderete di partire e vivere un’esperienza così intensa ed emozionante, la lettura della guida vi potrà ancor più accrescere la bellezza del viaggio, senza alcun dubbio, oltre a rendervi consapevoli della miriade di cose che potrete scoprire nel corso del cammino.

Cliccando qui potete scoprire il programma completo del trekking e come potervi partecipare, affiancati da esperti accompagnatori di media montagna e con la presenza degli autori della guida.

Per sapere invece ogni cosa sulla guida “Dol dei Tre Signori”, cliccate qui oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.

Franco Michieli, “L’abbraccio selvatico delle Alpi”

Cosa intendiamo, abitualmente, riguardo il termine “maturità”? Innanzi tutto, credo, ciò che si ottiene (simbolicamente, più che altro) completando le scuole secondarie superiori, oppure la dote che dovrebbe contraddistinguere la persona adulta o comunque qualsiasi similare stato di sviluppo avanzato. In verità, dal punto di vista dell’uomo, la “maturità” non è uno stato definitivo ma intermedio ovvero l’età tra la giovinezza e la vecchiezza; curiosamente un’analoga accezione vale anche in geologia, ove lo stadio di maturità è quello «intermedio fra i tre stadî morfologici (giovanile, maturo e di senilità) che si possono distinguere nel rilievo terrestre» (clic). Proseguo dunque per sillogismi, denotando che a disquisire di «rilievo terrestre» la prima cosa che viene in mente sono le montagne e, a proposito di esse, ripenso a un noto motteggio di forma certamente retorica eppure parimenti obiettiva nella sostanza, che in ogni caso a me piace molto: «la montagna è una scuola di vita». Scuola, già: ritorno all’ambito scolastico, insomma, e all’accezione più comune e immediata del termine “maturità” ma, dopo tutto questo giro lessicale, pensando ora a una maturità vitale che si può conseguire sui monti – quindi anche la seconda accezione, quella anagrafica, a sua volta rientra in gioco.
Ecco, nel mentre che, pagina dopo pagina, approfondivo la lettura dell’ultimo libro di Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi (CAI / Ponte alle Grazie, 2020), mi si è formata in mente l’elucubrazione che sopra ho cercato di riassumervi. L’input per essa è d’altro canto facile: il libro racconta la traversata dell’intera catena alpina, da Ventimiglia e il Mar Ligure a Trieste e al Mar Adriatico, per la quale Michieli partì poche ore dopo aver conseguito la maturità scolastica – scientifica, per la precisione. Più di 2000 km percorsi nell’estate 1981 senza l’uso di alcun mezzo meccanico e bivaccando il più delle volte all’aperto, 219.000 metri di dislivello complessivi, 25 cime tra le più significative delle Alpi salite, con la compagnia di nove amici che si sono alternati nel condividere con l’autore i vari tratti del cammino. []

(Potete leggere la recensione completa di L’abbraccio selvatico delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)