Gli chalet “svizzeri”

[Foto di TeeFarm da Pixabay.]

L’avvento del turismo alpino ha gradualmente modificato la relazione diretta delle comunità con i propri territori. L’immaginario urbano ha colonizzato progressivamente la mentalità degli abitanti, introducendo forme del costruire ispirate a modelli di «tipicità», pensati secondo rappresentazioni della montagna del tutto idealizzate. Tali espressioni «ideal-tipiche» di costruzioni montane, etichettate come «alpine», sono diventate sempre più disfunzionali nei confronti del vivere, dell’abitare e del lavorare in montagna. Esse hanno contribuito ad alimentare lo stereotipo dell’architettura alpina generando tipologie cristallizzate che fanno spesso riferimento al mimetismo, al finto tirolese degli erker (bovindi) o al finto vallesano degli chalet svizzeri.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.139-140.)

[Foto Di Vouliagmeni, opera propria, CC BY-SA 4.0, da commons.wikimedia.org.]
Foto sopra: chalet “svizzeri” in Svizzera; foto sotto: chalet “svizzero” in… Galles!

Be’, quest’estate, se andrete in vacanza sulle Alpi o sulle montagne un po’ ovunque nel mondo e ciò che vedrete vi verrà presentato come “tipico”, oppure già lo credete tale per nozione convenzionale ormai assodata, sappiate che non sempre, anzi, che raramente è così. Già.

 

Che storia, (sul)la Dol dei Tre Signori!

Le Alpi Bergamasche o Orobie che dir si voglia, lungo le dorsali tra la bergamasca, il bacino del Lago di Como e la Valtellina, custodiscono frequenti e preziose testimonianze capaci di narrare una storia della frequentazione umana delle terre alte di almeno due millenni. L’itinerario della Dol dei Tre Signori, raccontato dall’omonima guida della quale sono uno degli autori, corre su alcune di quelle antiche vie di comunicazione e attraversa valichi importantissimi dal punto di vista storico oltre che geografico, come la Bocchetta di Trona, a quota 2092 m, praticato nei secoli da genti, mercanti ed eserciti per raggiungere la pianura padana dalla Valtellina, dalla Svizzera e dal centro Europa. Transitare da un luogo del genere equivale dunque a compiere una sorta di viaggio nello spazio e nel tempo, in territori geografici antropizzati da millenni ove le varie tracce umane lasciate ne rivelano la cronologia. La citata Bocchetta di Trona, in particolare, è un passaggio che in tal senso divenne – ed è ancora oggi – un luogo altamente simbolico: è stato il transito principale tra la Valsassina e il lecchese e la Bassa Valtellina in un tempo nel quale la via lungo il Lago di Como non era affatto sviluppata, e più avanti ha rappresentato anche (a proposito di testimonianze storiche sul campo) un nodo fondamentale del “Sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera”, meglio conosciuto come Linea Cadorna, il che spiega la presenza su un dosso appena a monte del valico di un ex caserma militare costruita nel 1917 (la vedete nelle immagini qui sopra), l’unico fortino ancora pressoché intatto nell’intero complesso di fortificazioni che correva dai rilievi dell’Ossola fin sul crinale orobico e che, nell’ambito della Primo Guerra Mondiale, avrebbe dovuto contrastare l’eventuale avanzata dell’esercito austro-ungarico in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio.

Il Generale Luigi Cadorna (al quale in verità il sistema difensivo è impropriamente intitolato, visto che venne progettato molto tempo prima degli anni in cui Cadorna fu Capo di Stato Maggiore), sospettando che la neutralità della Svizzera proclamata dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale non avrebbe retto, temeva che l’esercito austro-ungarico sarebbe potuto calare dalla Svizzera per invadere tutto il Nord Italia e dunque ordinò di riprendere il progetto della linea difensiva e metterlo in atto, con la fortificazione di tutto il crinale orobico di confine con la Valtellina attraverso trincee, fortini, casematte, postazioni di tiro, gallerie, osservatori blindati e strade militari – con la rigorosa pendenza costante del 12% – per portare in quota armamenti, attrezzature, vettovaglie e quant’altro di necessario all’attività del sistema difensivo. Poi, gli sviluppi sul campo del conflitto mantennero inutilizzata la Linea Cadorna, oggi diventata un’imponente attrazione storica il cui fascino indubbio dei manufatti, sovente ben mantenuti ovvero recuperati e visitabili, come nel caso del fortino della Bocchetta di Trona, stempera col tempo l’inquietudine latente legata agli originari scopi bellici che ne determinarono la costruzione.

Questa storia, con maggior profusione di dettagli e insieme alle mille altre che le montagne della Dorsale Orobica Lecchese offrono, Sara Invernizzi, Ruggero Meles e io ve le raccontiamo nella guida “DOL dei Tre Signori” che, dopo essere andata esaurita in allegato a “L’Eco di Bergamo” e a “La Provincia di Lecco”, in queste settimane è a disposizione di escursionisti e amanti del territorio nelle edicole valtellinesi in abbinamento con il quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Inoltre il volume è disponibile ovvero ordinabile in alcune librerie della catena Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano.

Per saperne di più sulla guida cliccate qui, oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.

Dunque, per ribadire una volta ancora: buona lettura e buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

N.B.: l’ispirazione per questo articolo viene dal relativo post della pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Le foto in testa al post sono © Cristian Riva.

Schizofrenie montane

[Prato Nevoso (Cuneo), non esattamente tra gli esempi più virtuosi di urbanizzazione dei territori montani. Foto di Mizardellorsa, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Le comunità alpine, spesso colonizzate mentalmente attraverso forme di persuasione subliminale a opera dell’immaginario urbano e metropolitano, corrono il rischio di non riuscire a prevedere e programmare sensatamente gli scenari futuri dei loro territori. Se viene meno la capacità, da parte delle comunità, di potersi identificare con i luoghi da esse abitati e costruiti, l’identità rimarrà una mera petizione di principio vuota, sterile, persino controproducente. Senza un continuo processo di identificazione comunitaria con i territori, il rapporto fra popolazione e spazio vissuto rischia di diventare schizofrenico.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storiaDonzelli Editore, 2019, pagg.91-92.)

Uno sguardo necessario sulle Alpi

[Il villaggio di Guarda presso Scuol, Engadina, Svizzera. Foto di Nolan Di Meo da Unsplash.]

Uno sguardo responsabile sul paesaggio delle Alpi, al netto di ogni dimensione contemplativa, è oggi più che mai necessario e indispensabile. Uno sguardo di cui si avverte il bisogno, pena la perdita di valore delle Alpi come spazio di vivibilità sostenibile. Una riflessione, quindi, che sappia comprendere i nuovi scenari, non secondo gli sviluppi lineari dei paradigmi di un tempo, ma attraverso l’incedere tipicamente multidirezionale e dialettico della società contemporanea della conoscenza e della complessità. Una riflessione matura sui paesaggi alpini, in conclusione, che riesca a coniugare l’importanza della storia e della tradizione con quella del governo del territorio e dell’innovazione.

(Gianluca Cipollaro e Alessandro De Bertolini, prefazione a Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pag.XVI.)