Non possiamo fare energy management, se ci sono le condizioni di vento, temperatura e umidità diventa fondamentale produrre neve, senza badare alle spese: se si salta una serata ideale, poi si corre il rischio di dover aspettare una settimana e la preparazione delle piste richiede tempo. Abbiamo già provato quanto significa restare chiusi e non possiamo fermarci, altrimenti si blocca un’intera filiera.
Queste parole di Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (ANEF) raccolte in questo articolo de “Il Dolomiti”, trovo che siano profondamente emblematiche riguardo la forma mentis imprenditoriale, ma pure culturale, che sta alla base dell’industria dello sci su pista contemporanea, ovvero del suo stato di sostanziale alienazione rispetto alla realtà dei fatti montani in essere e in divenire.
«Diventa fondamentale produrre neve, senza badare alle spese […] non possiamo fermarci.» Dunque, in parole povere: chi se ne importa dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale, della salvaguardia dell’ambiente naturale e delle sue risorse, dei costi energetici e di gestione dei comprensori e quindi dei prezzi degli skipass sempre più alti che riducono le presenze sulle piste… lo sci non si ferma e non bada a spese!
Tanto, aggiungo io, poi ci pensano le casse pubbliche cioè lo Stato con i nostri soldi a coprire i loro buchi di bilancio, così come ci penseranno i nostri torrenti ad alimentare i loro cannoni per la neve artificiale. Avremo meno servizi di base, nei paesi di montagna, meno ambulatori medici e meno acqua per campi e animali, ma che sarà mai a fronte di piste sempre ben innevate (se non farà troppo caldo)? Loro sì che non badano a spese, già, tanto chi ne farà le spese saranno le montagne e i loro abitanti.
Ecco: vi rendete conto a quale parossistico stato di disconnessione dalla realtà sia ormai giunto lo sci su pista?
Poi, certamente, l’idea espressa dalla presidente Anef la capisco, se la constato dal loro punto di vista, e posso pure comprendere il tentativo goffamente disperato di preservare la propria realtà da un cambiamento che loro stessi sanno essere (a meno che siano realmente degli squilibrati, ma non credo) pressoché inevitabile. D’altro canto quell’idea della presidente Anef mi sembra la stessa idea sostenuta e difesa dagli ufficiali del Titanic i quali, quando la nave imbarcando sempre più acqua dalle falle nello scafo stava inclinandosi sul fianco in modo ormai irreversibile, continuavano a ripetersi che «la nave è inaffondabile, dunque non ci fermiamo, andiamo avanti!»
Be’, come sia andata a finire con l’inaffondabile Titanic lo sapete tutti.
[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
L’Engadina è come quelle compagne di classe di cui sei sempre stato innamorato ma non hai mai avuto il coraggio di dirglielo per paura di chissà che cosa: ogni volta che la vedi, anche a distanza di anni, lei rimane sempre la più bella. L’Engadina possiede quella perfezione estetica propria delle visioni celestiali, quasi fosse una Beatrice dei paesaggi montani, la quintessenza dell’idea stessa delle Alpi. Fitti boschi di conifere, tanti larici prossimi a ingiallire; venature di roccia grigia – granito – e verde – serpentino – sotto cime aguzze e innevate; le acque grigie e rapide dei torrenti; i ghiacciai lassù che vedi e non vedi, e poi laghi qui e là, il tutto con un incastro di colori che sembrano scelti con la sapienza di un pittore impressionista. E quei prati, così perfettamente verdi, così perfettamente rasati, così perfettamente pettinati da far venire il sospetto che il sospetto che dietro ci sia qualche organizzazione di giardinieri anonimi che nottetempo si preoccupano di raderli e sistemarli come si fa con certe spiagge di sabbia bianca nei resort di extra lusso. Bellissimo, indubbiamente, peccato che l’Engadina, o quanto meno l’Alta Engadina – quella che va dal passo del Maloja fino a Celerina e Zernez – ormai sia diventata proprio come quei resort: montagna extra-lusso. E dunque quando ci vado a passeggiare in cerca di fresco – perché lassù è comunque più fresco che giù da noi che siamo non in montagna, ma “tra” le montagne – finisco per fare un viaggio strano, a suo modo disturbante, come se entrassi in un film di Wes Anderson, o nelle pagine di Thomas Mann aggiornate al 2022, e mi sentissi fuori posto. […]
Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.
Mi è capitato di nuovo sotto gli occhi questo brano di Arno Camenisch (il libro da cui è tratto lo vedete qui accanto) il quale m’ha fatto riflettere sul fatto che, forse, la terribile estate 2022, iniziata a fine aprile con la sua siccità estrema e il caldo infernale, è finalmente terminata, lasciandosi dietro una scia di disastri di varia entità nonché, purtroppo, alcune terribili tragedie climatiche come quella della Marmolada, caso estremo di una stagione che per i ghiacciai si è rivelata la più drammatica da almeno due secoli a questa parte, ovvero da quando sono iniziate le misurazioni glaciologiche. Quasi che lo scrittore svizzero in quel passaggio si fosse immaginato, o avesse facilmente previsto, gli accadimenti alpestri dell’anno in corso così attinenti alle sue parole più di quanto accaduto negli anni scorsi, che già hanno registrato diffusi sfaceli montani più o meno cospicui e angosciosi.
In effetti abbiamo temuto, per tutta questa lunga estate e in forza della situazione climatica, altri crolli di porzioni di masse glaciali un po’ ovunque sulle Alpi e altri drammi conseguenti come quelli della Marmolada; d’altro canto di frane in quota dovute in gran parte allo scioglimento del ghiaccio interstiziale (il permafrost) se ne sono registrate moltissime, fortunatamente senza troppi danni a cose e persone. Nell’estate appena terminata “scopriamo” – o, per meglio dire, constatiamo inesorabilmente – una montagna ancora più fragile di quanto si potesse temere, ancora più in balia delle conseguenze dei cambiamenti climatici, percependola fatalmente più “pericolosa” e ciò suo malgrado, in fondo, prima che nostro malgrado – anche se per forma mentis diffusa ci viene semplice definirla “colpevole” di ciò che di funesto accade, come dimostrano di frequente i titoli dei giornali che in quelle circostanze utilizzano formulazioni assai cretine come «montagna assassina» o altre affini. Una montagna che, per tutto questo, si mostra ancora più bisognosa della nostra cura e della più approfondita consapevolezza diffusa riguardo le peculiarità del suo ambiente, soprattutto (anche se trattasi di avverbio fin troppo utopista, temo) ove sia una montagna sottoposta alle dinamiche del turismo di massa. Questa consapevolezza deve anche considerare l’evidenza che le montagne, così come ogni lembo della superficie della Terra, sono soggette a cambiamenti geomorfologici nel corso del tempo per le più varie ragioni: è un aspetto della Natura la cui portata si fa storia che poi sono gli esseri viventi a dover comprendere, capire, ricordare, strutturare in memoria, preziosa esperienza, conveniente resilienza.
Fortunatamente, nell’estate da poco conclusa, di altri ghiacciai non ne sono più crollati, almeno con conseguenze tragiche (sorprendentemente, viste le condizioni05), ma la realtà climatica che già viviamo e che ci aspetta negli anni futuri faranno di tali casi una possibilità viepiù frequente. Il pericolo maggiore al riguardo non è quello “ineluttabile” dato dalla condizione delle montagne dettata (anche e in misura sempre maggiore) dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma dalla nostra potenziale incapacità di comprenderne l’entità attuale e futura e la necessità di agire collettivamente per mitigarne gli effetti, da un lato, e di riequilibrare la nostra relazione con i territori montani dall’altro. D’altronde siamo noi esseri umani, che peraltro abbiamo le nostre belle colpe per l’acuirsi attuale di certi rischi ambientali sui monti, a definire e configurare la stessa nozione di “pericolo” – noi che saliamo alle alte quote in bermuda e infradito e poi inorridiamo quando lassù qualcuno ci lascia le penne ovvero che passiamo in un attimo dal considerare le montagne un confortevole paradiso a temerle come un incubo infernale… Ma le montagne con le loro pareti, le pietraie, le guglie, i ghiacciai, comunque crolleranno prima o poi, che accada domani o tra un milione di anni, per cause naturali oppure artificiali e che se ne percepisca il pericolo o meno. Coniugare e contestualizzare quella nozione nella nostra relazione con i monti può contribuire a rendere il loro valore e la loro bellezza eterni anche nel nostro bagaglio culturale più di quanto le nevi da sempre parimenti definite, “eterne” (definizione sinonimica scolastica di “ghiacciai”, lo saprete), oggi non lo sono più, e allo stesso modo possono permetterci di coltivare la più edotta e proficua consapevolezza diffusa a favore delle montagne e del loro paesaggio. Che potranno variare, modificarsi, rovinarsi o quant’altro ma sono e saranno sempre uno dei più preziosi e fondamentali patrimoni donati all’umanità, finché questa esisterà.
La tendenza odierna in montagna è quella di inventare sempre nuovi giochi e attrazioni, anche a carattere prettamente culturale, con i quali dimostrare all’ospite che per lui si è fatto “anche questo”. Queste iniziative, volenti o nolenti, vanno a sostituirsi alla naturale propensione dell’ospite a scoprire per suo conto le cose che davvero lo possono meravigliare.
Funziona così: ci sono un po’ di soldi da spendere, attrezzature e mano d’opera costano, dunque il denaro è speso facilmente in questo modo, cercando di dimostrare che è stato speso per opere concrete. Non voglio qui parlare di altro genere di motivazioni a spendere: voglio rimanere sull’affermazione che il denaro disponibile deve essere speso in modo diverso. Anzitutto si deve considerare un periodo più lungo (in luogo del “tutto e subito”), un periodo che vada oltre la durata della carica di quell’amministratore o amministrazione.
Il punto che vorrei suggerire ai nostri amministratori, per ciò che riguarda l’ambiente e la qualità nell’offrire ospitalità, è che i progetti devono essere decennali, anche ventennali e non esaurirsi entro le prossime elezioni. Devono essere veri progetti lungimiranti, non dei “mordi e fuggi” che vanno bene nell’immediato per fare bella figura, per concludere l’evento e poi chi s’è visto s’è visto. L’ambiente si conserva con progetti che vanno molto alla lontana, i cui effetti non potremo vedere noi ma magari solo i nostri figli. Valutare i progetti in quest’ottica è ciò che dà qualità, anche immediata.
Alessandro Gogna, uno dei più importanti alpinisti italiani nonché figura di riferimento per tutto il mondo della montagna, intervistato da Ivo Cestari (alias Lou Arranca) in Dal tema delle ferrate (con l’obbrobrio sulla Paganella) a quello dei ponti tibetani e delle panchine giganti: la montagna per Alessandro Gogna, pubblicato su “Il Dolomiti” il 01 settembre scorso e ripreso in Vagando per i boschi di Sagron-Mis su gognablog.sherpa-gate.com il 20 settembre. Un’intervista assolutamente interessante sui temi del turismo in montagna, e sulle montagne di domani, come lo sono sempre le osservazioni illuminate e illuminanti di Gogna (anche per chi vi dissenta, senza dubbio).
Cliccate sulle immagini per leggere l’intervista nella sua interezza.
Sì, perché in questo modo Chiara ci ha voluto rimarcare come certi personaggi dei quali lei è icona, oggi definiti “influencer” e per questo sovente ritenuti assai valenti e capaci, be’, in fondo non lo sono così tanto, soprattutto riguardo certe tematiche meno banali di altre. «Ehi, mi credete super figa ma guardate che non è mica tanto vero!» ha voluto dirci Chiara a modo suo, sollazzandosi sul ghiacciaio, e personalmente non posso che ringraziarla di questa sua implicita onestà intellettuale e morale. Che forse, ehm, nemmeno lei sa di possedere ma tant’è. Già.
P.S.: posto quanto sopra, tocca comunque constatare che l’esperienza glaciale vissuta da Chiara è parte di un’abituale offerta turistica della compagnia di volo in questione, e suppongo di molte altre, acquistata da chissà quanti altri che se la possono permettere.