Le recenti ondate di maltempo, con le disastrose conseguenze che hanno interessato le diverse aree del nostro Paese, hanno riportato all’attenzione la fragilità del suolo italiano con i rischi idrogeologici sempre più frequenti, marcati e, sfortunatamente, causa di distruzione e morte. A tal proposito, lo scorso lunedì 05 dicembre si è celebrata la Giornata Mondiale del Suolo, in occasione della quale l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un report aggiornato proprio sul consumo di suolo in Italia. Da tale dato è emerso che nell’ultimo anno l’Italia ha perso circa 2,2 metri quadri di suolo al secondo e che nel 2021 si è raggiunto il picco di 19 ettari di suolo persi ogni giorno, che rappresenta il valore più alto registrato negli ultimi dieci anni. Tra le cause principali vi sono la cementificazione incontrollata e l’agricoltura intensiva. Grazie al grande lavoro di analisi e di osservazione effettuato dall’ISPRA è possibile consultare una mappa digitale estremamente dettagliata del rischio idrogeologico dell’Italia, ovvero la piattaforma “IdroGeo”, che consente la consultazione e la condivisione di dati, mappe, report e documenti sull’inventario dei fenomeni franosi in Italia e dei livelli di pericolosità per frane e alluvioni, con annessi indicatori di rischio per ogni comune italiano. La sua consultazione, grazie a un’infografica molto semplificata e intuitiva, consente agli utenti, dai semplici cittadini, agli operatori economici fino agli amministratori locali, di conoscere i livelli di rischio e pericolosità da frane e alluvioni per ogni area di interesse.
Da “Il Supplemento Geografico” sulla pagina Facebook della Società Geografica Italiana. Per consultare la piattaforma “IdroGeo” si possono utilizzare i seguenti link: per i livelli di pericolosità e rischio https://bit.ly/3Y1kYkc, per quelli relativi all’inventario dei fenomeni franosi https://bit.ly/3gVnPe4. Oppure potete iniziare dalla homepage del sito di “IdroGeo” cliccando sull’immagine qui sotto:
Nella foto in testa al post: il versante di Casamicciola del Monte Epomeo, a Ischia, come si presentava negli anni Trenta del Novecento, ben terrazzato e con adeguati canali di regimentazione e scarico delle acque superficiali, cioè prima che la montagna venisse ampiamente cementificata, e sovente in modo abusivo, con le conseguenze tragiche verificatesi nella notte tra il 25 e il 26 novembre scorso che hanno provocato 12 vittime, evento sul quale ho scritto qui.
Credo ci siano ottime probabilità che il titolo di “PEGGIOR GEOTITOLO GIORNALISTICO” del mese (che lo sia anche dell’anno non saprei dirlo, al momento) vada al seguente articolo de “Il Sole 24 Ore”:
“Cervinio”?! E cos’è, il fratello di Cervinia? Il figlio del Cervino? E “lo Zermatt” dunque è un monte, non un comune? Eppoi perché si dovrebbe andare – erroracci a parte – “dal Cervino a Zermatt” percorrendo 580 km, come verrebbe da pensare leggendo il titolo, se sono l’uno sopra l’altro?
Cari articolisti de “Il Sole 24 Ore”, complimentoni per l’accuratezza geografica e toponomastica, proprio! Non sapete forse che esiste una roba bellissima, si chiama “internet”, dove si può andare e rapidamente verificare se si stanno scrivendo corbellerie oppure no?
D’altro canto, Titolomen omen! L’articolo infatti è pieno di cose totalmente infondate e altamente opinabili (per non dire di autentiche stupidaggini). Da questo punto di vista, in effetti, non ci poteva essere titolo “migliore” per giudicare da subito la qualità dell’informazione fornita dal giornale!
Ogni qualvolta mi trovo davanti – in immagini fotografiche come quella di Annamaria Gremmo qui sopra, scattata di recente, e ancor più da vivo – un luogo come il Vallone delle Cime Bianche, nel quale qualcuno vorrebbe installare le ennesime infrastrutture turistiche, e sciistiche in particolare, come si trattasse di uno spazio qualsiasi, sfruttabile liberamente, monetizzabile e vendibile senza alcun limite, senza la minima considerazione del valore generale del luogo, resto tanto sgomento quanto indignato. Mi sembra qualcosa come la pretesa di piazzare un fast food nel bel mezzo d’un museo d’arte, fregandosene bellamente dei capolavori in esso conservati, patrimonio di tutti, che verrebbero inesorabilmente deturpati.
Mi chiedo da tempo come si possa sostenere il folle progetto di installazione di impianti funiviari attraverso il Vallone delle Cime Bianche, uno dei territori d’alta quota rimasti incontaminati dall’infrastrutturazione turistica altrimenti dilagante, in questa sezione valdostana delle Alpi, soltanto per mere ragioni di vanto sciistico relative a un comprensorio dalla fruibilità complessiva scarsa o nulla, senza considerare minimamente, come detto, le innumerevoli valenze del territorio in questione, la sua bellezza ambientale, le peculiarità naturalistiche e paesaggistiche, la cultura che ne deriva, per giunta pretendendo di spendere decine di milioni di Euro di soldi pubblici (se ne prevedevano 66 milioni nel 2020, ora chissà quanto aumentati in forza dei costi attuali delle materie prime – aggiornamento del 13/12: «La società Monterosa sarebbe in possesso dello studio di fattibilità per il collegamento funiviario di Cime Bianche, il cui costo lieviterebbe a 75 milioni di Euro» (fonte Ansa) – inesorabilmente tolti al sostegno dei bisogni e delle necessità autentiche delle genti che abitano queste valli alpine. Me lo chiedo da tempo e, invariabilmente, l’unica risposta che mi do è che i sostenitori di un tale scellerato progetto sono veri e propri nemici delle loro stesse montagne, nemici della loro storia, dell’identità, delle comunità che le vivono, del loro buon futuro. Perché a fronte di un tale assurdo progetto sul serio non si possono trovare benefici proporzionati, in nessun modo lo si guardi: dal punto di vista economico, turistico, sociale, ovviamente ambientale… in nessuna forma. Di contro, ribadisco, si vogliono spendere decine di milionate di Euro per ottenere immediatamente un effetto lampante: la distruzione del Vallone, della sua bellezza e del suo valore identitariamente alpino. Una follia, non c’è altro da poter dire.
Difendere il Vallone delle Cime Bianche da un tale esecrabile assalto degli impiantisti e dei loro sodali è un atto fondamentale. Lo sta facendo da tempo e con mirabile impegno il gruppo di “Varasc.it. Escursionismo, alpinismo, storia e cultura in Val d’Ayas”, con una petizione aperta su Change.org che ha superato i 16.000 firmatari (vi invito caldamente ad aggiungervi ad essi, se non l’avete ancora fatto) e con numerosi eventi di sensibilizzazione riguardo il tema sul campo e sugli organi di informazione. In particolar modo, il gruppo di lavoro sta tenendo sott’occhio lo studio di fattibilità dei promotori degli impianti, contenente il piano di spesa aggiornato, che doveva essere pubblicato entro fine ottobre scorso, poi rimandato a fine novembre ma non ancora pubblicato: se per palesi difficoltà di gestirne il peso complessivo o se per il tentativo (maldestro) di nasconderlo all’opinione pubblica non è dato sapersi, e ciò non fa che imporre occhi ancora più aperti e vigili sulla questione.
In ogni caso, è importante considerare che la difesa e la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche rappresenta e rappresenterà comunque un precedente: se la mobilitazione a sua difesa verrà sconfitta e il devastante collegamento funiviario si realizzerà, anche in altre zone ancora libere da infrastrutturazioni turistiche amministratori locali di pari insensibilità e cinismo di sentiranno liberi di agire nello stesso modo, piazzando tralicci, cavi, tubi e quant’altro in luoghi d’alta quota al momento incontaminati e accessibili a chiunque voglia goderne la grande bellezza. Se invece la mobilitazione avrà successo e il Vallone delle Cime Bianche verrà salvato, anche altrove sulle montagne italiane iniziative similari di salvaguardia ambientale potranno godere della forza necessaria per salvare ulteriori spazi di incontaminata bellezza alpestre, consegnando ai residenti e alle future generazioni una montagna ancora vera, genuina, meravigliosa, ricca di potenzialità realmente sostenibili, in grado di conciliare economia con ecologia (parole “sorelle”, d’altro canto, anche se oggi appaiono nemiche) e di preservare un patrimonio culturale che è di tutti, dunque che tutti abbiamo il diritto e il dovere di pretendere ben conservato e giammai deturpato. Secondo voi, quale dei due precedenti è bene che si realizzi e diventi la fonte di relative buone o cattive conseguenze?
Ecco.
Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, dunque, e lunga vita a ogni territorio montano incontaminato ovvero antropizzato armonicamente: la loro salvaguardia nel presente è la garanzia del nostro miglior futuro, non dimentichiamocelo mai!
P.S.: nella pagina Facebook di Varasc.it potrete trovare innumerevoli immagini fotografiche del Vallone delle Cime Bianche. Fateci un “tour” e già così capirete quanta meraviglia alpestre è messa in pericolo, lassù, e quanto sia importante salvaguardarla. Qui sotto invece potete vedere (cliccateci sopra) il video di Beppe BussoCime Bianche. Unicum, altrettanto significativo delle peculiarità del luogo e della sua bellezza.
Occupandomi di relazione tra uomo e paesaggio, francamente a me l’ennesimo dibattito in corso dopo la tragedia di Ischia mi risulta ipocrita, vergognoso, vomitevole. È sufficiente che una perturbazione più violenta del solito – ovvero di quel “solito” che era una volta e che è ormai diventato la normalità di oggi – colpisca qualsiasi territorio italiano ed è praticamente certo: qualche disgrazia più o meno grave accadrà. Da decenni va così, e da decenni si sentono le istituzioni blaterare sui media di “tragedia annunciata”, di “emergenza”, di “fermare l’abusivismo”, di “vicinanza alle persone coinvolte”, di fare questa cosa, quella e quell’altra… blablabla. In concreto niente, tutto nella sostanza resta come prima se non peggio, con gran compiacenza di tutti – pubblico e privato, sia chiaro. Tutto cambia a parole e nulla cambia nei fatti, siamo sempre gattopardianamente fermi lì, è una delle norme “fondative” del paese Italia: l’avessero messa nella Costituzione, non risulterebbe così ben rispettata. Finché arriva il successivo nubifragio e si ricomincia daccapo: copione invariato, tragicommedia assicurata.
È ormai un assodato modus operandi italiano, quello delle “emergenze” (ne ho scritto più volte al riguardo, ad esempio qui): contate quante cose vengono definite “emergenze” da un sacco di anni, quando il termine dovrebbe indicare una situazione temporanea e tale fino al suo necessario rimedio. L’emergenza maltempo, l’emergenza femminicidi, l’emergenza immigrazione… Funziona così: non si è capaci di risolvere un problema? Benissimo, lo si proclama “emergenza”, così se ne può parlare a iosa dando l’impressione di fare qualcosa al riguardo e, grazie ai media compiacenti, confondendo l’opinione pubblica, parimenti evitando di risolvere realmente il problema in questione (per incompetenza, lassismo, menefreghismo o perché il problema è funzionale a certi “interessi” in vigore), anzi, magari trovando il modo di ricavarci qualche buon tornaconto. E le persone che perdono la vita? Be’, un po’ di cordoglio mediatico e amen, d’altro canto di qualcosa bisogna pur morire prima o poi, no?
Ecco. Qualcuno di voi crede sul serio che quest’ultima tragedia avvierà la risoluzione del problema relativo alla gestione – politica, innanzi tutto – del territorio italiano, soprattutto di quello più delicato e potenzialmente soggetto a dissesti idrogeologici? Se c’è qualcuno che lo crede, gli faccio i miei più sentiti auguri. A tutti gli altri, chiedo di cominciare il conto alla rovescia per il prossimo nubifragio, la successiva tragedia, gli ennesimi morti. E di tirare le conclusioni politiche relative, una volta per tutte.
La notizia dal titolo che vedete nell’immagine lì sopra, tratta dal sito web del “Giornale di Brescia” che l’ha pubblicata lo scorso 11 novembre (cliccateci sopra per leggerla), è di quelle che da un lato confortano e dall’altro inquietano.
Confortano perché, a fronte delle infrastrutture «per far rinascere e riscoprire la montagna, rendendola attrattiva per gli sportivi» (cito dall’articolo) piazzate sul Piz di Olda, bella vetta di oltre 2500 m che fa da pietrone d’angolo tra la Valle Camonica e la laterale Val Saviore, con un passato da seconda linea bellica a poca distanza dal fronte che nel corso della Prima Guerra Mondiale sconquassava l’Adamello, evidentemente qualcuno dei promotori delle opere ha capito di averla fatta troppo grossa ovvero di non poter riuscire a nascondersi come avrebbe voluto davanti alle mancanze di autorizzazioni segnalate dall’articolo nonché all’impatto delle opere così allegramente (e troppo rapidamente, appunto) installate sul Piz di Olda. Monte che, d’altro canto, per quanto sopra esposto non viene affatto messo al riparo dal pericolo che i promotori delle “passerelle” non ci riprovino a imporle e a esaltarle come “sviluppo della montagna” o cose simili, trovando la scappatoia burocratica consona a saltare a piè pari, in perfetto e italico stile, le numerose e evidenti criticità delle installazioni, a partire dalla presenza del vincolo ambientale sul territorio in questione.
Da ciò infatti nasce l’inquietudine che, dall’altro lato, suscita la notizia – queste come le molte altre che si possono leggere con sempre maggior frequenza sui media: l’inquietudine del constatare come vi siano amministratori pubblici di territori particolarmente pregiati, sotto molti aspetti sia materiali che immateriali, e anche per questo delicati dunque necessitanti di una particolare competenza politico-culturale, che con tale sconcertante leggerezza (ovvero per altre loro “doti” che evito di citare per non sembrare troppo irrispettoso e offensivo) promuovano, acconsentano nelle loro sedi istituzionali e giustifichino opere così stupide, oltre che così decontestuali e volgarmente impattanti sul territorio. Ma come è possibile che non capiscano ciò che fanno? O forse bisogna nuovamente pensare che capiscano benissimo e se ne disinteressino totalmente di quanto sanno di capire?
Certamente qualcuno potrà ribattere a tali domande spontanee rimarcando il fatto che si tratti di piccole cose, niente di devastante, e che tanto sulla vetta dell’Olda già alcuni ci arrivano con la propria bici. Be’, ciò invero rappresenta una buona ragione in più per non realizzare le opere previste, e che la storia del turismo alpino di massa insegna bene che in molti casi le più grandi e degradanti “turistificazioni” delle montagne nascono proprio da piccole opere, trascurate dai più e magari in origine pure “apprezzate” ma già manifestanti perfettamente la mancanza di cultura, cura, attenzione e progettazione nei confronti dei territori in cui sono state realizzate. Ma scusate, poi: sviluppare il turismo di montagna significa che chiunque possa pretendere di poter arrivare dovunque o quasi? Su ogni vetta adatta al caso, in ogni luogo incontaminato, in ogni angolo che sia in qualche modo vendibile e monetizzabile? Se non tutti sono in grado di salire una certa montagna, in qualsiasi modo lo si faccia, ci sarà un valido motivo, no? Valido, peraltro, anche per non poter pretendere di salirci comunque attraverso la realizzazione di percorsi facilitati che in realtà quella montagna la banalizzano e la degradano nel valore geografico, alpinistico, culturale.
[Panoramica della vetta del Piz di Olda, con sullo sfondo l’Adamello, tratta da www.montagnecamune.it.]Ecco, veramente io mi chiedo perché chiunque «adora il brivido, le pedalate intense e faticose, i tecnicismi sulle due ruote» debba necessariamente andare fino ai 2500 m del Piz di Olda e solo grazie a un percorso artificiale brutto e avvilente, quando poi sulla vetta già i bikers più bravi ci arrivano superando a modo loro gli ostacoli naturali lungo il percorso (siamo in alta montagna, mica sul lungolago di Lovere, no?). Che senso ha? Forse che la Valle Camonica non offra sufficienti percorsi di ogni genere per gli amanti delle pedalate montane senza il bisogni di piazzarci manufatti artificiali? Forse che l’andare in bicicletta sui monti debba necessariamente significare “brivido”, “pedalate intense”, “tecnicismi” e ciò valga ovunque, ovvero dovunque qualche amministratore locale privo di scrupoli e soprattutto di attenzione e cura verso i propri territori acconsenta di poter andare? È questo il nuovo “turismo green e sostenibile” che si vorrebbe proporre quando non imporre – visti gli andazzi – per i nostri territori montani? E ribadisco la domanda fondamentale, al riguardo: è questa la montagna che vogliamo? È questa la montagna che gli amministratori pubblici sostenitori di tali opere vogliono ingiungerci? Un luogo totalmente deprivato della sua cultura e trasformato sempre di più in un adrenalinico parco giochi nel quale non contano più la storia, le geografie, le narrazioni secolari, le comunità residenti, le potenzialità culturali, le bellezze naturali ma solo il brivido e i tecnicismi? Ribadisco di nuovo: non conta l’entità degli interventi, non la forma e non tanto la visibilità ma principalmente la sostanza e la proposta, politica, culturale, imprenditoriale, turistica, che essi manifestano, e che rischia di diventare la norma per il contesto territoriale in questione.
Sarebbe molto interessante e importante se gli amministratori pubblici locali rispondessero a tali sollecitazioni. Sarebbe bello se manifestassero il coraggio di farlo e al contempo se finalmente prendessero l’impegno di evitare i soliti slogan sullo “sviluppo della montagna”, sulle “opportunità da cogliere”, sulla “lotta allo spopolamento” oppure i termini “green”, “sostenibile” e compagnia cantante. Sarebbe importantissimo se mostrassero la capacità di presentare una progettualità strutturata e a lungo termine pensata ad hoc per il territorio e capace di formulare per esso prospettive concrete, coerenti, realmente innovative, in grado di mettere al centro di tutto le comunità residenti costruendo su di esse e sul loro buon futuro lo sviluppo del territorio, in senso economico, ecologico, sociale, antropologico, culturale.
Se invece non fossero in grado di fare quanto sopra, o se credessero di esserne capaci ma solo in base a mere convinzioni immateriali di matrice funzionalmente politica, be’, dovrebbero rendersi conto di avere già fallito. E che purtroppo con le loro iniziative insensate rischierebbe di fallire anche tutta la montagna, come è già accaduto altrove quando si sia preteso di intervenire con opere del tutto fuori contesto per inseguire tornaconti particolari a discapito dell’interesse e del benessere collettivo. Veramente gli amministratori pubblici camuni vogliono assumersi una responsabilità del genere?