
Un interessante articolo di Silvia Bottani uscito qualche tempo addietro sul periodico d’arte Exibart, intitolato Come funzionano l’arte e la memoria all’epoca dei social media, mi ha consentito di focalizzare l’attenzione e riflettere su quello che, a mio parere, è uno dei più palesi paradossi che presenta il web contemporaneo – quello dei social network, di Facebook e Twitter e tutti gli altri tra le cui pagine ormai è inevitabile stare. Spiego: tali media contemporanei, che potenzialmente sarebbero un archivio infinito delle nostre scritture, dunque delle tracce scritte, messe nero su bianco (seppur virtualmente) sulle loro pagine da noi che ne siamo autori, finiscono invece per essere l’ambito di maggior smemoratezza indotta dei tempi correnti, facendo così che di essi noi che li usiamo perdiamo un’occasione incommensurabile e irripetibile di caratterizzare questa epoca con i nostri segni, le nostre parole, il nostro pensiero – anche se concentrato in soli 140 caratteri, come su Twitter. E’ un paradosso, questo, anche perché la nostra epoca ha (avrebbe) un disperato bisogno di ricordare, anzi, è “percorsa da una percepibile ansia legata alla perdita della memoria”, come scrive Silvia Bottani dell’articolo citato, ma ciò accade soprattutto per colpa nostra, consapevole o meno, non certo dei suddetti social media!
Cito ancora dall’articolo: “Memoria, o meglio, memorie: frammentate, differenti, finzionali, si moltiplicano esponenzialmente fino a saturare il contemporaneo. Il bisogno ossessivo di raccontare – tutto è o sembra avere la dignità di divenire “storytelling”, e la deriva verso il dato minimo, (…) appare un tentativo malinconico di negare l’impossibilità di fissare il ricordo.” E poi: “La forzata persistenza nel presente, perpetrata attraverso i social media, è strettamente relazionata all’evaporazione della memoria stessa”: come se fossimo affetti da una sorta di “progressivo Alzheimer collettivo”, per citare ancora Silvia Bottani, che più avanti aggiunge: “Mentre scriviamo compulsivamente sul web, fotografiamo, produciamo contenuti con il quasi esclusivo scopo di condividerli con un non meglio definito network di relazioni, l’atto stesso di produrre e affidare tali contenuti a un supporto volatile come i byte, a loro volta allocati su “cloud” gestite da entità commerciali, ci libera immediatamente dal peso del ricordo e ci prepara al momento successivo. Lo spazio di elaborazione dell’esperienza, quello spazio vitale, critico, germinale che si espande durante la fruizione di quei contenuti, si comprime violentemente nella dimensione del social network, fino a scomparire.”
L’autrice dell’articolo analizza la situazione dal punto di vista della fruibilità e della considerazione delle opere d’arte una volta date in pasto al web; io invece mi sono ritrovato a riflettere su tali argomenti, e sul quel paradosso di cui ho detto, dal punto di vista della scrittura, ovvero delle favolose potenzialità che i social media ci offrono in tal senso. E’ innegabile, infatti, che Facebook, Twitter e gli altri social sono luoghi in cui si esercita la scrittura: commenti, post, tweet e quant’altro ci trasformano, seppur in modo aleatorio ed effimero, in scrittori, o autori se preferite. Con pochi o tanti caratteri, ci danno la possibilità di mettere per iscritto ciò che pensiamo, una nostra idea, un’esperienza, un’opinione, una congettura o una fantasia eccetera eccetera. Ci consentono di lasciare il segno, come detto, il nostro segno personale, individuale dunque potenzialmente unico, in un archivio che tutto conserva e mette a disposizione dell’intero pianeta (anche oltre certi limiti di privacy, certo, ma questo è un altro problema!). Una possibilità, insomma, della quale mai l’umanità prima di noi ha potuto godere: ma ve lo immaginate un Oscar Wilde, uno Stendhal oppure un Kant o un Nietzsche cosa avrebbero potuto fare con un mezzo come facebook?
Posto ciò, e al di là di tali raffronti suggestivi seppur irrazionali, trovo che la grande e illimitata possibilità di scrittura che il web 2.0 ci offre ovvero il non saperla sfruttare come si potrebbe e dovrebbe, e dunque l’uso in grandissima parte futile se non francamente idiota che molti utenti fanno dei social network, debba ascriversi tra le cause fondamentali per la genesi di quel paradosso della smemoratezza su cui sto disquisendo. Andiamo sul web, abbiamo la chiave virtuale di questo archivio infinito nel quale lasciare qualcosa di importante, di significativo su di noi e sul mondo che ci circonda e che viviamo quotidianamente, e invece troppe volte lasciamo in esso cose sostanzialmente inutili, prive d’alcuna importanza: cose che non serve ricordare, per essere chiari. E’ la deriva verso il dato minimo che giustamente cita Silvia Bottani nell’articolo: “tutto è o sembra avere la dignità di divenire storytelling” in primo luogo perché ci sentiamo obbligati a dover scrivere qualcosa – quasi che altrimenti, senza una qualche attività sul web, non si esista, forse nemmeno nella realtà reale! – e in secondo luogo perché il modus vivendi e cogitandi nel quale siamo immersi (e dal quale siamo sopraffatti, a ben vedere) ci ha ormai fatto perdere la capacità di concepire il valore effettivo di molte cose, così che a tante francamente insulse venga data una dignità senz’altro immeritata. Che peraltro si infila in un marasma di innumerevoli altre cose senza autentica dignità, diventando come fango in una immensa palude melmosa: il nulla nel nulla, insomma, che inevitabilmente annulla pure quel poco che c’è di potenzialmente buono. In fondo, è quanto sta accadendo – o accade sempre più – pure in letteratura: anche per questo vedo così evidente il legame della questione in dibattimento con il web 2.0 e l’esercizio della scrittura che offre e impone.
Ecco, qui – anche qui – io credo che nasca lo spreco di memoria del web, dunque la smemoratezza collettiva nella quale siamo coinvolti in veste di utenti dei suoi media. Ed è un grandissimo peccato che ciò accada, lo ribadisco: siamo così indotti a vivere nemmeno più alla giornata ma ormai quasi all’ora singola, per nostra stupidità o per condizionamento del distorto sistema socio-politico che governa buona parte del mondo, che non ci rendiamo conto della possibilità di memorizzazione offertaci dal web contemporaneo, e così la sprechiamo in modo insensato. Per carità: ognuno può fare ciò che vuole di quanto ha a disposizione, finché non danneggia nessuno, e qualche divertente futilità (trad.: cazzata) ci sta benissimo e ci vuole, ci mancherebbe, anzi! Ma uno spazio fondamentale in cui inserire e conservare qualcosa di importante ci deve assolutamente essere: perché – banale dirlo ma sempre pragmatico – il presente nel quale forzatamente persistiamo non esiste; esiste (esisterà) il futuro, semmai, che si costruisce con il passato. Punto. E se il passato è fatto per sua gran parte di vacuità, sarà ben difficile che il futuro cresca intellettualmente e mentalmente (di rimando, culturalmente) solido – nonostante la meravigliosa e potenzialmente rivoluzionaria tecnologia che abbiamo tra le mani. “Sapremo” tutto di tutti, ora, per non ricordarci niente di niente domani. Non mi pare una gran bella prospettiva, non trovate?
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Chi ben comincia è a metà dell’opera (letteraria). Il titolo di un libro, passo fondamentale verso il suo imperituro successo.
Ho discusso di recente con alcuni colleghi circa un tema che tutti sappiamo fondamentale per far che un libro possa ritenersi ben riuscito (e dunque di potenziale successo), ma che a volte risulta trascurato ovvero sopravvalutato in modo pacchiano, mentre in moltissimi casi viene “risolto” fin troppo modestamente: il titolo. Più importante anche della copertina – fondamentale, poi, per quelle edizioni che proprio non utilizzino alcuna elaborazione grafica sulla stessa – il titolo è sotto molti aspetti IL libro. E non solo perché lo identifica materialmente nella conoscenza del pubblico, ma perché in qualche modo è il suo passaporto: un passaporto, tuttavia, che non fornisce dati precisi, semmai genera una suggestione, un’emozione primaria, attiva una potenziale attrazione magnetica la cui pur minima forza può risultare incontrastabile e imperitura.
Per ciò il titolo di un libro deve essere qualcosa di accattivante, di adescante, magari pure di bizzarro, comunque che genera qualcosa di più che semplice curiosità e ordinario interesse… Non deve descrivere il libro – a ciò semmai può servire il sottotitolo – anzi, deve dire il meno possibile eppure affascinare: deve essere come l’attore che sul palco già con le proprie movenze sappia conquistare il pubblico, prima ancora di attaccare con la recitazione. Può addirittura disorientare o trarre in inganno il potenziale lettore, ma anche in questo modo può suscitargli quel desiderio di saperne di più che da subito è ottima fondamenta per la costruzione del gradimento del libro così titolato.
Riflettendo su tale questione, mi sono chiesto quali potessero essere titoli di opere letterarie ben riusciti, o che a mio giudizio possa ritenere tali. Di sicuro ce ne sono parecchi, più o meno celebri – così come ci sono capolavori della letteratura dotati di titoli assai poco interessanti – in ogni caso, tra i tanti a cui ho pensato, trovo che ad esempio molti titoli di opere di Italo Calvino siano veramente ottimi: Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente, Il castello dei destini incrociati… Un altro autore – contemporaneo, questa volta – i cui libri sono dotati di titoli parecchio suggestivi è Haruki Murakami: Kafka sulla spiaggia non può non essere accattivante, così come L’uccello che girava le viti del mondo incuriosirebbe chiunque. Ma, appunto, sono solo alcuni degli infiniti esempi che chiunque di voi potrebbe citare, ovviamente legati poi al proprio gusto, istinto, piacere, predisposizione, estasi e visione del mondo.
Altra domanda inevitabile che viene da porsi sulla questione, è se si possa determinare una metodologia (pur di matrice personale ma comunque dotata di tratti comuni a qualsiasi altra) da seguire per poter trovare titoli letterari affascinanti. In questo caso è stato Umberto Eco a fornirmi una interessante risposta, grazie alle celebri postille a Il nome della rosa pubblicate su Alfabeta n. 49, giugno 1983, e poi riprese nell’appendice di varie edizioni successive del romanzo.
Così scrive Eco:
Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.
E continua:
Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da “Il rosso e il nero” o da “Guerra e pace”. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come “David Copperfield” o “Robinson Crusoe”, ma anche il riferimento all’eponimo può costituire una indebita ingerenza da parte dell’autore. Le “Père Goriot” centra l’attenzione del lettore sulla figura del vecchio padre, mentre il romanzo è anche l’epopea di Rastignac, o di Vautrin alias Collin. Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che “I tre moschettieri” è in verità la storia del quarto. Ma sono lussi rari, e forse l’autore può consentirseli solo per sbaglio.
Interessante anche scoprire la genesi del titolo Il nome della rosa, certamente ben piazzato nella testa di tanti, anche non lettori:
Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era l’“Abbazia del delitto”. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca e poteva illecitamente indurre sfortunati acquirenti, in caccia di storie tutte azione, a buttarsi su un libro che li avrebbe delusi. Il mio sogno era di intitolare il libro “Adso da Melk”. Titolo molto neutro, perché Adso era pur sempre la voce narrante. Ma da noi gli editori non amano i nomi propri, persino “Fermo e Lucia” è stato riciclato in altra forma, e per il resto ci sono pochi esempi, come “Lemmonio Boreo”, “Rubé” o “Metello”… Pochissimi, rispetto alle legioni di cugine Bette, di Barry Lyndon, di Armance e di Tom Jones che popolano altre letterature.
L’idea del “Nome della rosa” mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.
Una chiosa, questa finale di Eco, che in poche parole riassume assai bene il senso fondamentale del tema disquisito, e che disvela gli elementi primari di quella che in fondo è una piccola/grande arte (nell’arte), minima nella forma ma sovente di natura sostanziale ed eterna.
A.A.A. Scrittori italiani contemporeanei VERAMENTE degni di nota: cercasi nomi.
Un amico artista visivo – Marco Mapelli – durante una conversazione su facebook circa cosa sia – cosa debba essere, cosa viene inteso o non inteso per – “arte” oggi, e su che consonanze concettuali vi siano con la letteratura, prima scrive:
In generale, sull’arte contemporanea, da troppo tempo mi chiedo cosa sia successo nella mente di tutti da portarli a pensare che l’arte finisca col romanticismo (neanche con l’impressionismo) e poi da lì il nulla. Cioè, non è solo colpa della scuola, non è solo colpa della televisione… credo sia una cosa ancora molto più profonda e irrisolta. Boh, un giorno qualcuno riuscirà a spiegarmelo, qualcuno si metterà li e farà chiarezza non solo per gli addetti ai lavori che parlano la loro lingua ma per tutti.
E non è poi come quella cosa che io considero la letteratura contemporanea, ovvero pura spazzatura, arrivando a ritenere importanti gli scrittori solo fino agli anni sessanta/settanta… cioè, non è la stessa cosa! Gli scrittori italiani di oggi si limitano a creare oggetti leggibili e basta, non fanno la storia, non si mettono li a ripensare il ruolo della scrittura, scrivono e basta storie che interessano a nessuno, meglio il blog… Non c’è nessun Calvino in giro…
Invece nell’arte contemporanea ce ne sono eccome di artisti che lavorano seriamente! Altri meno, si fanno coccolare dai critici e dal dio denaro, è vero, ma molti lavorano davvero, si interrogano davvero sul loro ruolo e sul significato di quello che stanno facendo…
Poi mi tagga chiedendomi: «Dammi un suggerimento. dimmi chi c’è in giro… chi scriva oggi in Italia, sia degno di nota e che non sia uno che scrive e basta… come quelli che dipingono e basta… voglio che scriva per un motivo vero e non solo per vendere…»
Ovvero, gente – scrittori – che scrivano per motivi prettamente letterari, e che provino a creare qualcosa di nuovo, di innovativo, di non già scritto-già sentito, di vendibile perché di valore (letterario), e non vendibile per un valore (economico)…
Mi ha scritto il tutto domenica sera (15 Giugno). Ieri mattina ho linkato sulla sua pagina facebook questo mio articolo (pubblicato anche QUI) nel quale curiosamente presi a mia volta Italo Calvino quale riferimento diretto e “storicizzato” della mia dissertazione, con il quale rispondo in buona parte alla questione di fondo toccata da Mapelli.
Ora solo le 19.00 di lunedì 16. E’ tutto il giorno che sto pensando e cercando una risposta, invece, alla questione pratica – i nomi! – che mi ha posto. Qualcuno in mente ce l’ho, ma non posso dire che li ritenga totalmente soddisfacenti la questione stessa.
Insomma, quella risposta non l’ho ancora trovata.
Tuttavia c’è, la risposta, ce n’è più d’una senza dubbio… Ma, temo, è di quelle sfuggenti, inafferrabili e inaccessibili ovvero non accessibili (già, esattamente come nelle librerie la maggior parte dei volumi pubblicati dall’editoria indipendente o non mainstream). Cercando invece ove la stessa potrebbe essere più accessibile, nel panorama editoriale e letterario nazional-popolare, se così posso dire, non ho ancora trovato nulla.
Accetto ben volentieri suggerimenti, se ne avete da darmi.
INTERVALLO – Sarajevo (Bosnia Erzegovina), Biblioteca Nazionale

Inevitabile dedicare un articolo di questa sezione denominata Intervallo alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo e alla sua recente riapertura (è stata inaugurata lo scorso 9 Maggio 2014), un evento di altissimo valore simbolico per quanto la biblioteca ha subìto e, di conseguenza, ha rappresentato – suo malgrado – non solo nella storia della Guerra di Jugoslavia ma, lo si può ben dire, per l’intera vicenda culturale europea moderna.
Cliccate sull’immagine per saperne di più, oppure QUI per leggere un interessante articolo di approfondimento sulla storia della biblioteca, dal sito balcanicaucaso.org.
Il genere “sui generis”. Le prefazioni dei libri, quando poche parole possono condizionare il successo di un’opera
Saprete bene, voi lettori di un certo pregio, che il libro che nel tempo ha acquisito successo, si è storicizzato ed ha sollecitato le dissertazioni della critica, quasi certamente verrà dall’editore prima o poi dotato di una prefazione, sovente redatta da qualche firma di pregio; un’introduzione all’opera, insomma, che prepari il lettore e lo renda pronto a recepire di essa tutti il valore letterario riconosciuto. Qualche settimana fa, sul tema, ha disquisito Carlo Rovella in un articolo su Domenica 24 – inserto culturale de Il Sole 24 ORE – intitolato “Non credete a ciò che state leggendo”, nel quale l’autore si interroga sul fine e sul valore dei testi introduttivi in letteratura. Un passaggio, in particolare, ha attivato la mia riflessione: “Ma servono davvero le prefazioni? In Italia impariamo a scuola che per comprendere un’opera bisogna inquadrarla nel suo contesto culturale, spiegare cosa c’era prima, come viveva l’autore, che problemi aveva, eccetera. (…) In altre scuole del mondo non è così. Nelle scuole anglosassoni per esempio, dove la lunga mano dello storicismo di Hegel ha avuto assai meno presa, un testo si valuta per come può parlare oggi a noi, senza interesse per come e perché è stato scritto a suo tempo. In una scuola inglese si apre una tragedia di Shakespeare, la si legge e ci si chiede: c’è qualcosa di interessante per me in questo testo, così com’è? Mi dice qualcosa? Sui miei problemi, sulla mia società, sulle mie emozioni? Mi insegna qualcosa? Senza fare introduzioni, cappelli, premesse o inquadramenti.”.
Tali osservazioni, appunto, mi hanno portato a riflettere ulteriormente sulla questione, ovvero a cercare di analizzare quello che, a tutti gli effetti, è una sorta di genere sui generis dotato di propri schemi, stili, regole e strategie espressive: la prefazione – e, di conseguenza, lo scrivere prefazioni. Se Rovella si chiede a cosa servono, io mi chiedo: ma cosa deve essere una prefazione? Che funzione deve avere in relazione al libro che introduce, per far che sia effettivamente proficua per esso e non invece, in qualche modo, addirittura nociva?
Nociva, già: uno degli esempi più illuminanti in tal senso è la celebre prefazione di Bertrand Russell al Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein, considerato uno dei testi fondamentali per il pensiero del Novecento, che Russell introduce con mille elogi ma pure con una sostanziale stroncatura, affermando in buona sostanza di non credervi (parlando di “illusorietà di teorie apparentemente irrefutabili”); non solo, indirizzando pure il lettore verso una certa interpretazione del testo – in relazione alla creazione, nel Tractatus, delle condizioni per un linguaggio (di descrizione filosofica della realtà) logicamente perfetto – che però lo stesso Wittgenstein respinge già nel testo stesso, dichiarandosi per nulla interessato a nessun tipo di linguaggio!
Ora, questo è un esempio certamente molto “accademico” ma d’altro canto assai esemplificativo della questione alla base delle mie suddette domande. Vi sono stati nel tempo ottimi autori che si sono più volte cimentati nella scrittura di prefazioni per opere altrui, quasi specializzandosi nella loro stesura: è capitato che tali autori fossero più celebri e rinomati degli scrittori delle opere introdotte, in questo modo influenzando inevitabilmente l’attenzione e la considerazione del lettore (è il caso, ad esempio, dell’autore straniero introdotto dallo scrittore indigeno già noto). Non di rado, poi, nella prefazione non ci si limita a introdurre l’opera e a contestualizzarla nel tempo e nello spazio in cui la vicenda narrata si svolge, ma ci si spinge pure ad interpretarla ovvero a offrire (o imporre) al lettore una chiave di lettura di essa: un metodo assai discutibile, a mio modo di vedere, anche quando venga da un luminare dell’ambiente letterario, che spesso cela un egotismo bello e buono, e pure dogmatico! Da citare è anche il caso delle prefazioni sostanzialmente inutili, talmente vuote di senso da annoiare mortalmente il lettore prima ancora di arrivare al testo vero e proprio e guastandogli la predisposizione d’animo verso di esso.
Nonostante la personale passione per i testi di critica letteraria, credo che un maggiore approccio alle opere letterarie in stile anglosassone, come indica Rovella nell’articolo citato, non farebbe male all’evoluzione del gusto letterario diffuso. E’ il lettore che si legge il libro, e che deve dunque ricavarne non solo un giudizio estetico ma pure una propria interpretazione razionale il più possibile libera e autonomamente ragionata. La prefazione ad un libro deve semmai essere un morbido tappeto che vi introduca con calma e confortevolmente, non certo uno scivolo sul quale si viene spinti con irruenza. Ripeto: sono convinto che il gusto pubblico per la lettura ne gioverebbe parecchio, e ne gioverebbero i libri stessi, finalmente in grado di vivere totalmente di vita propria, non più dipendenti, poco o tanto, da un tutore a volte troppo ingombrante.
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