Senza dare una sola occhiata

[Una veduta lacustre del centro di Bellagio. Immagine tratta da qui.]

Questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume radio e televisori e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche sui binari della metropolitana, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo «A mia moglie, che ha battuto a macchina con amore il manoscritto», si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi d’ufficio «buon lavoro», sono ancora quelli che nelle gite aziendali sul Lago di Como si raccolgono in circolo compatto intorno a una chitarra scordata, magari sottoponte, e fanno il percorso Como Bellagio e ritorno senza dare una sola occhiata all’acqua, alle rive, alle ville, alle montagne, al cielo. La sera, uscendo dalla stazione, comprano un chilo di prugne all’acetone e la gita è finita.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pagg.89-90.)

Meno seggiovie, più biblioteche!

Colgo l’ottimo pretesto delle immagini – pubblicate da Antonio De Rossi sulla propria pagina Facebook – della mirabile Biblioteca di Campo Tures/Sand in Taufers, principale comune della Val di Tures (o Valle Aurina) al cospetto delle maggiori vette delle Alpi Aurine (provincia di Bolzano), per porre una delle domande più spontanee che mi ritrovo a fare ogni qualvolta legga di certi progetti di “sviluppo” delle montagne di matrice quasi esclusivamente turistica: ma perché, invece di spendere decine di milioni di soldi pubblici in opere e infrastrutture che sovente appaiono illogiche, fuori contesto spaziale e temporale, francamente inutili per i luoghi ai quali vengono imposte, palesemente destinate ad un quasi certo fallimento – il caso dei tanti impianti sciistici progettati e realizzati a quote che, nella realtà climatica attuale, non garantiscono più una stagione turistica invernale economicamente e ambientalmente sostenibile è quello più classico – non si investe molto, moltissimo di più in infrastrutture culturali e di autentico servizio sociale a favore delle comunità dei territori montani? Perché seggiovie, funivie, impianti per la neve artificiale anche dove risultano insensati e non biblioteche, centri culturali e di sviluppo delle arti, istituzioni di sostegno e sviluppo della cultura dei luoghi e della loro economia sociale, oltre che della locale socialità (come la suddetta biblioteca, dotata di ampie sezioni dedicate ai bambini e spazi per il coworking)? Perché si punta sempre e solo sulle stesse cose monoculturali, sugli stessi progetti che per la cui banalità invero non si possono nemmeno definire tali, sulle stesse opere palesemente prive di ragionamento, di relazione con il territorio, di criteri ecologici e economici? Perché non si è in grado di concepire, in così tante amministrazioni pubbliche, che la cultura è LO sviluppo per eccellenza dei territori abitati e soprattutto di quelli nei quali la relazione tra luoghi, abitanti e paesaggio è così emblematica come sulle montagne? Come non si può non comprendere che è la cultura diffusa, condivisa e contestuale al territorio che ne regge le sorti sociali, economiche, identitarie, che lo nutre insomma, ben prima che qualsiasi infrastrutturazione forzatamente turistica* che invece il territorio sovente lo consuma?

Ecco.

A dire il vero, io una risposta unitaria ce l’avrei a queste domande, ma è meglio che non la dica per non essere tacciato da qualche anima pia di essere un “sovversivo”, un “ribelle contro il sistema” o altro del genere. D’altro canto sono convinto che quella risposta ce l’abbiano anche molti di voi, ormai ben comprovata dalla più semplice analisi della realtà oltre che da una gran quantità di fatti, numerosi dei quali purtroppo assai deleteri per le montagne. Vero?

*: sia chiaro, il turismo in sé non è il colpevole, niente affatto (così come non lo è lo sci), ma è la modalità di gestione della frequentazione turistica delle montagne, e quanto di ciò è conseguenza, che fanno diventare il turismo non più una risorsa ma, in certi casi, un’autentica piaga. Che forse farà guadagnare qualcuno, in loco, ma sicuramente fa perdere tutti gli altri.

(La foto panoramica di Campo Tures/Sand in Taufers in testa al post è di Julian Nyča, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Carlo Mollino e Cervinia (o viceversa)

Chiunque passerà le prossime giornate festive all’ombra della Gran Becca e vorrà ritemprarsi dopo la calca in funivia e l’affollamento in pista, sappia che Luciano Bolzoni, uno dei maggiori esperti di architettura alpina, autore di vari volumi e soprattutto (in tal contesto) di Carlo Mollino. Architetto, splendido testo sul geniale progettista torinese, mercoledì 28 dicembre terrà la conferenza la cui locandina vedete qui sopra. Un’ottima occasione per conoscere ancora meglio la conca del Breuil attraverso le opere, i progetti, le idee e l’estro di Mollino e dunque, il giorno dopo, per affrontare con mente e animo ben appagati – nonché con uno sguardo più consapevole e sensibile verso il luogo – le sciate sulle piste del comprensorio.

D’altro canto è un evento targato Alpes, questo: garanzia di grande fascino e massima qualità. Per cui, se siete in zona, partecipate: ne vale assolutamente la pena.

La miseria mentale corre sulle ciclovie montane

Ahinoi nessun arresto, nessun sussulto di inorridimento si alza per la devastazione in corso dei sentieri valtellinesi, in nome di inarrestabili smanie di ristrutturazioni viabilistiche. Una miseria mentale che corre sulle nuove ciclovie e sulle maledette biciclette elettriche. Quanto vale una radice? Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri? Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via? Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne? Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri. Oggi stanno sparendo, non solo per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di una nuova accessibilità. Interventi fuori misura, centrati su un’idea distorta superficiale e fuorviante di inclusione, che equipara le barriere naturali con quelle architettoniche. Perché in ossequio alla moda della “ciclabilità” arriviamo ad eliminare radici e gradini troppo alti, raccordare dislivelli creati dalla presenza di rocce affioranti o creare nuovi passaggi in corrispondenza dei guadi o di alcune zone paludose? Perché le flebili forme di “valutazione di incidenza” producono pagine e pagine di relazioni vuote, che considerano la tutela solo in funzione di motivazioni economiche, di aree protette, del computo analitico di emissioni, senza considerare che, almeno in alcuni luoghi particolari, la semplice alterazione permanente di un sentiero di grazia costituisce valido motivo per lasciarlo così come da sempre lo conosciamo?
[Clic.]
Michele Comi, sulla propria pagina Facebook il 7 dicembre 2022, riassume efficacemente tutta la pericolosità di tante attuali iniziative di “valorizzazione” turistica delle montagne: prive di qualsiasi cultura, conoscenza, competenza, sensibilità, cura, visione dei monti, e ricche di prepotenza, boria, imperizia, incultura, egoismo nonché di finalità del tutto avverse alla realtà passata, presente e futura delle terre alte. Il primo passo per poter fare cose buone, in montagna, è opporsi fermamente a queste cose pessime, l’atto basilare per innovare paradigmi altrimenti obsoleti, fallimentari, pericolosi e finalmente cambiare le sorti dei territori montani. Per il bene loro e di noi tutti. (Nell’immagine in testa al post: Il benessere si esplicita in fondoschiena robusti, disegno di Giuseppe Galimberti, tratto da Memorie di un architetto di provincia.)

Sta rinascendo la “Cà di Sciùur” del Lago Palù, finalmente!

[La Cà di Sciùur nel contesto naturale della conca del Lago Palù in veste autunnale, qualche anno fa.]
Una delle cose che ultimamente ho constatato con maggior piacere, vagando per terre montane in quest’estate per altri versi angosciante, è l’avvio dei lavori di ristrutturazione della Cà di Sciùur, conosciuta anche come Cà di Ladér, suggestiva costruzione in stile rustico alpino edificata nel 1878 a quasi 2000 metri di quota sulle rive del Lago Palù, in Valmalenco.

Avevo già scritto tempo fa, qui sul blog, di quanto fosse triste osservare lo stato di perdurante abbandono dell’edificio, ogni volta che tornavo lassù, che lo poneva sempre più a rischio di crollo e comunque lo rendeva una presenza desolante in un paesaggio altrimenti meraviglioso. Ne avevo dunque auspicato e perorato un rapido recupero, quale impegno simbolico che chiunque frequenti il luogo e ne apprezzi la bellezza avrebbe dovuto assumere nei confronti dei proprietari dello stabile e di ogni altro soggetto pubblico e privato che potesse fare qualcosa al riguardo. Perché, avevo scritto allora, vedere la Cà di Sciùur crollare e così sparire per sempre dalle rive del Lago Palù sarebbe come perdere una vecchia amica, dal passato assai particolare seppur poco conosciuto dai più (testimoniato fin dalla sua doppia denominazione, bizzarramente antitetica), presenza tranquilla e silente ma in fondo sempre avvenente e di piacevole compagnia, alla quale ci si era ormai affezionati.

Per quanto sopra devo dunque ringraziare la Funivie al Bernina – FAB Spa, società che gestisce il comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco e proprietaria dello stabile, per aver compreso l’importanza del recupero della Cà di Sciùur – ridenominata nella pratica edilizia “Casa del Palù” – e averne avviato la ristrutturazione, con il necessario avvallo della Soprintendenza ai Beni Culturali che mi auguro sia garanzia di lavori ben fatti anche dal punto di vista filologico rispetto alla storia dell’edificio. Noto che una delle prime operazioni compiute è stata la messa in sicurezza dei pittoreschi affreschi presenti sulle facciate, e questo mi pare un buon segno rispetto a quanto appena rimarcato.

[La Cà di Sciùur qualche inverno fa.]
Non so ancora quale nuovo uso o nuova funzione verrà affidata alla casa, oppure se ciò debba essere ancora stabilito. Nel mio articolo di qualche tempo fa avevo provato a immaginare alcuni utilizzi a mio parere interessanti e soprattutto consoni al luogo e alla presenza in esso della casa. Perché senza dubbio la Cà di Sciùur rappresenta per diversi aspetti un prezioso valore aggiunto al luogo, una ritrovata presenza dal cui fascino peculiare si possono certamente ricavare numerose potenzialità d’uso attrattive e contestuali al paesaggio d’intorno oltre che una altrettanto rinnovata vitalità per il luogo stesso e per l’intero territorio dell’alta Valmalenco.

N.B.: le foto dei lavori in corso sono state effettuate dal sottoscritto lo scorso 11 settembre.