Il clima è «impazzito»?

[Foto di Dieter Ludwig Scharnagl da Pixabay]
Dunque, facciamo il punto della situazione.

Lo scorso autunno era estate.
Lo scorso inverno era autunno, e pure di quelli miti.
Questa primavera sembra inverno ma con temperature autunnali.
Infine ci sono buone probabilità che se la primavera – quella propriamente detta – arriverà, sembrerà già estate, la quale quando poi giungerà veramente porterà temperature viepiù africane, altro che europee.

Molti lo definiscono «clima impazzito» ma è la definizione più stupida che si possa utilizzare, buona per i titoli dei TG e dei media generalisti e in realtà funzionale a non andare oltre con la comprensione della realtà in corso. «Il clima? È impazzito, che ci possiamo fare?» Eh, infatti: che facciamo? Nulla?

Già, probabilmente la pazzia è altrove, non nel clima.

Pale eoliche in montagna: siete favorevoli o contrari?

[Il parco eolico del Passo del Gottardo. Immagine tratta da aet.ch.]
Solo pochi giorni fa in Svizzera ha fatto discutere la presa di posizione di Pro Natura, una delle principali associazioni di tutela ambientale del paese, che si è detta a favore degli impianti eolici giustificando la propria posizione per il fatto che «I vantaggi per la transizione energetica superano gli svantaggi in termini di conservazione del paesaggio» (si veda qui). Il tema sarà oggetto di un referendum relativo alla nuova Legge federale sulle energie rinnovabili sulla quale gli svizzeri si pronunceranno il prossimo 9 giugno. Altre importanti associazioni ambientaliste invece hanno già espresso il loro dissenso al riguardo, palesando la differenza di vedute nei soggetti che si occupano di salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Fatto sta che alcuni impianti particolarmente impattanti dal punto di vista paesaggistico sono già stati realizzati: il più emblematico è probabilmente quello del Passo del Gottardo, realizzato in uno dei luoghi geograficamente e storicamente più identitari della Svizzera. Ne scrissi qui.

Anche in Italia si manifesta tale differenza di vedute tra associazioni ambientaliste: Legambiente da tempo si è proclamata favorevole alle pale eoliche e anche WWF e FAI si dichiarano favorevoli; altri soggetti sono invece nettamente contrari, innanzi tutto in relazione agli impianti che si prevede di realizzare sui crinali montani e in altre zone di particolare pregio paesaggistico, più che per gli impianti off shore realizzati in mare.

[Rendering del parco eolico del Monte Giogo, in Toscana. Immagine tratta da radiomugello.it, che qui offre un’articolata ricostruzione del caso in questione.]
In ogni caso il tema è particolarmente interessante, da un lato per l’evidente necessità di accelerare la transizione ecologica verso le energie rinnovabili per abbandonare i combustibili fossili e evitare il ritorno del nucleare, e dall’altro per la sempre più diffusa sensibilità nei confronti dell’ambiente, dei paesaggi naturali e della tutela delle aree non antropizzate, che in Italia come in Svizzera significano soprattutto montagne. Sensibilità diffusa che d’altro canto è la stessa che spinge per abbandonare al più presto i suddetti combustibili fossili, al fine di mitigare le conseguenze già pesanti del cambiamento climatico in corso. Un cul-de-sac, verrebbe da ritenere.

Posto quanto sopra, vi pongo l’ovvia domanda (che può valere come sondaggio informale ma comunque significativo): che ne pensate al riguardo? Ritenete come l’elvetica Pro Natura che siano maggiori i vantaggi rispetto agli svantaggi, oppure la pensate all’opposto come altri?

Grazie a chiunque vorrà esprimere un parere!

P.S.: del tema dell’eolico in montagna mi sono già occupato varie volte in passato, si veda qui.

Il Lago Bianco e il campionato nazionale di arrampicata sugli specchi, a Santa Caterina Valfurva

Se venisse istituito il campionato italiano di arrampicata sugli specchi, Santa Caterina Valfurva sarebbe sicuramente una delle sedi più appropriate per ospitarlo, visto l’impegno che il suo primo cittadino mette nella pratica della specialità.

Una delle sue ultime prestazioni al riguardo è notevole: in una recente conferenza stampa ha cercato di autoscagionarsi dalle palesi responsabilità di committente dei lavori di captazione delle acque del Lago Bianco al Passo di Gavia per alimentare gli impianti di innevamento artificiale delle piste di Santa Caterina citando alcuni estratti da un rapporto preliminare sui lavori dell’Ispra che, come denotano i referenti del Comitato “Salviamo il Lago Bianco, si basa su un veloce sopralluogo effettuato (non da Ispra) a cantiere ultimato, nel quale si dichiara che non sussisterebbe alcun problema né danno ambientale, e per ciò definendo egli “illazioni” le denunce in tal senso del Comitato, delle altre associazioni di tutela ambientale che si stanno interessando alla vicenda e dei tantissimi cittadini che hanno raccolto in loco testimonianze al riguardo.

L’Ispra è un ente benemerito e di indiscutibile attendibilità, ma quanto sopra equivale ad asserire che un autocarro non emetta sostanze inquinanti con i propri gas di scarico quando è a motore spento. Ah, grazie, bella scoperta! Ecco qui infatti, ritratte in maniera inequivocabile, le “illazioni” del sindaco di Santa Caterina:

Lo stesso primo cittadino, apparentemente così bravo nell’arrampicata sugli specchi, probabilmente non si rende conto – o finge di non rendersene conto – che glissando su tutte le altre evidenze che fanno dei lavori al Lago Bianco un atto di rara efferatezza ai danni dell’ambiente naturale del Gavia, prima o poi si cade a terra, pigliandosi pure una gran botta. Infatti, pare non rendersi conto della colpa primaria e fondante di tutta la questione: la presenza di un cantiere così impattante e di lavori talmente devastanti nella zona di massima tutela di un parco nazionale, ai danni di un elemento di valore assoluto per l’ecosistema locale quale è il Lago Bianco. Ma veramente non capisce ciò che ha commissionato? Sul serio non si rende conto della gravità di quanto accaduto? O forse sì, se ne rende conto e cerca in modi tanto goffi quanto grotteschi di tirare indietro le mani sporche di marmellata dal vasetto nel quale le ha a lungo intinte facendo credere che quella non era marmellata? Peccato che poi, appunto, con le mani così unte è andato ad arrampicarsi sugli specchi e inesorabilmente è scivolato a terra.

Inoltre, in generale: veramente il sindaco di Santa Caterina e tutti gli altri responsabili degli enti pubblici coinvolti nella questione non si rendono conto del portato devastante, a livello politico, morale, ambientale, culturale, etico, di quanto perpetrato al Lago Bianco? Se nella zona di massima tutela ambientale di un parco nazionale – un parco nazionale, sia chiaro, non un giardino pubblico di periferia – si può fare ciò che è stato fatto al Gavia, allora vuol dire che sulle montagne vale tutto, anche l’opera più deturpante, distruttiva, degradante, a maggior ragione dove non sussista alcun regime di tutela e salvaguardia del luogo. È accettabile secondo voi una circostanza del genere? È ciò che la nostra società civile, la nostra civiltà, può imporre ai territori montani e al loro ambiente naturale?

Questo, insomma, è il classico caso nel quale la toppa messa per tappare il buco è peggio del buco stesso. Sarebbe stato di gran lunga meglio se, più semplicemente e onestamente, nella sua conferenza stampa il sindaco di Santa Caterina avesse ammesso che, pure in presenza delle “autorizzazioni” ai lavori (le quali peraltro sono uno degli oggetti delle denunce e degli esposti di chi si oppone al cantiere), ci si è resi conto di quale grave errore sia stato pensare di captare acqua da un lago alpino naturale a oltre 2500 m di quota nel mezzo di un ecosistema tra i più preziosi delle Alpi Italiane tutelato da apposite normative sancite da un parco nazionale, per alimentare dei cannoni sparaneve. Invece no, il sindaco ha deciso di insistere con la propria arrampicata sugli specchi. Evidentemente non si sta nemmeno reso conto del danno che sta cagionando anche all’immagine del proprio comune e località turistica: danno ben evidenziato dal servizio sul cantiere al Lago Bianco della trasmissione di Rai3Indovina chi viene a cena” andato in onda in prima serata domenica 24 marzo (lo potete vedere cliccando sull’immagine lì sopra). Che anche per queste pur palesi evidenze ci sia bisogno del rapporto di qualche benemerito ente certificato?

Ultima cosa ma non ultima, vorrei nuovamente ribadire il grande plauso per tutti quelli che stanno agendo in difesa del Lago Bianco, in primis per i referenti del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, protagonisti di un’azione quanto mai fondamentale, emblematica, esemplare per la salvaguardia di questo meraviglioso territorio alpino italiano. Se non ci fossero stati loro, e se tanti altrui non li avessero appoggiato, sostenuti, seguiti in questa “battaglia”, non oso immaginare quali spaventosi danni sarebbero stati inferti al Lago Bianco nel silenzio e nell’impunità generali. Chapeau!

[Una recente immagine del Lago Bianco protetto dalla coltre nevosa invernale. Foto di Fausto Compagnoni, tratta da qui.]

Incontri ravvicinati di molti tipi, nel bosco

C’è ormai una bella animazione dalle mie parti, in queste sere che profumano sempre più intensamente di primavera nelle quali io e il segretario personale (a forma di cane) Loki usciamo per la consueta sgambata attraverso i boschi e i prati adiacenti il nostro centro abitato. Con l’inverno che si decompone in un mero ricordo viepiù vago a ogni secondo di luce che sfrangia la notte e a ciascun decimo di grado Celsius guadagnato dalla temperatura da un giorno all’altro, di vita in giro ne troviamo parecchia… Sì, ma non umana: tassi in quantità, alcuni (giovani?) piuttosto confidenti, parecchie volpi sempre curiose fino a che non ritengano di esagerare, altrettanti scoiattoli, qualche riccio acquattato tra i cespugli (se non vi siano i tassi nelle vicinanze, i quali non disdegnano di inserirlo tra le portate del proprio menù), la ben più sfuggente faina e idem il ghiro, un capriolo che giusto ieri sera abbiamo sorpreso mentre curiosava in un parco giochi per bambini che confina col bosco, oltre ai vari rapaci notturni e alla presenza recondita eppure tangibile dei cinghiali, nel caso evidenziata al solito dai segni sui prati delle loro grufolate.

Basta che il fascio luminoso della pila frontale che mi porto appreso punti verso il buio del bosco per cogliere regolarmente diverse paia di punti luminosi, piccoli fanali che si mantengono a lungo fissi sulle nostre figure in movimento. A volte invece nel nero silvestre non scorgo nulla ma è Loki che di colpo si ferma e punta il naso verso il bosco, apparentemente (per me) osservando il vuoto: vi dirigo la luce della frontale, attendo qualche attimo ed ecco accendersi pure lì un altro paio di fanali luminosi. A volte sono occhi di gatti, quelli che per fortuna si mostrano ancora almeno un po’ selvatici e rifiutano di abbandonarsi definitivamente agli agi domestici e alle scatolette di cibo, ma con pari frequenza chi ci osserva è qualche rappresentante del regno animale silvestre, senza contare poi le presenze più furtive che preferiscono evitare pure il contatto visivo con noi restando celati nell’oscuro del bosco. E parimenti senza contare chi non si fa vedere ma si fa sentire: in effetti c’è anche un gran ciarlare selvatico che viene dal bosco in queste sere, versi di innumerevoli tipi, molti dei quali non riconosco, che in certi casi sembrano veramente rispondersi e ribattersi dibattendo animatamente, protestando, litigando o forse, chissà, veramente festeggiando in compagnia l’arrivo ormai deciso della primavera.

[Una coppia di tassi (Meles meles) come quella, molto confidente, che io e Loki ci siano ritrovati di fronte qualche sera fa, vicino casa.]
Ogni sera, ogni uscita, è un’avventura diversa con qualche sorpresa. Il buio profondo del bosco non intimorisce ma intriga: regala la percezione nitida del mistero naturale e della vita che pulsa incessante, anche quando di contro la civiltà umana si mette in pausa e in gran parte s’acquieta fino al mattino successivo. Vagabondare sul margine tra il mondo degli uomini e quello dei selvatici è qualcosa di semplice tanto quanto affascinante, e può aiutare a comprendere che le nostre pretese di dominazione assoluta del mondo possono rapidamente svaporare in presenza del più minimo elemento di incertezza, ancor più se fino a poco prima lo concepivamo come parte “normale” di esso. Come il buio notturno, e come la presa d’atto che in quelle ore indubbiamente il bosco è reame d’altri il quale può essere anche nostro solo se ci rimettiamo sullo stesso piano di chi lo abita come e più di noi. Non è quel poco di tecnologia che abbiamo sviluppato nell’arco di qualche millennio a renderci superiori a loro: dominanti sì, ma questa circostanza non ci garantisce alcuna superiorità, anzi, ci riserva maggiore responsabilità. In fondo la notte è il giorno senza la luce, il giorno è la notte illuminata e noi siamo animali tali e quali agli altri senza gli occhi luminosi come quelli che ci osservano, nascosti nel buio del bosco.

Basta poco per capire il “pensiero” di chi vorrebbe riportare lo sci sul Monte San Primo

A volte basta veramente poco per capire “molto”. Bastano poche parole, ad esempio, per comprendere tutto un atteggiamento, un modo di pensiero, un contegno, un comportamento del tutto significativi e emblematici.

Bastano ad esempio poche parole – proferite ad un giornale locale qualche giorno fa (“Giornale di Erba”, edizione del 9 marzo 2024, pagina 26) – del sindaco di Bellagio, il cui comune è capofila dello scriteriato progetto di sviluppo sciistico-turistico sul Monte San Primo messo ormai alla berlina dalla stampa di mezzo mondo, per capire il pensiero che vi sta alla base nei riguardi della montagna, la sensibilità verso la sua realtà, la “cultura” (virgolette inevitabili) che guida le proposte del progetto paventato, al quale chiunque si è ormai detto contrario con la sola eccezione dei pochi amministratori locali che lo sostengono.

Dunque, il sindaco di Bellagio sostiene che le iniziative a difesa del San Primo sarebbero «l’ennesima riedizione del solito mito, che non propone nulla di costruttivo. È un’opposizione ideologica, abbiamo sempre mantenuto la più ampia disponibilità al dialogo con tutti, però per dialogare bisogna essere in due.» Una sfilza di falsità: a parte che non si capisce di quale “mito” si stia parlando (forse intende che lo sia il cambiamento climatico?), è falso che non si proponga nulla di costruttivo, visto che solo pochi giorni fa il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha presentato pubblicamente un lungo elenco di proposte assolutamente costruttive per lo sviluppo sostenibile della zona, che peraltro ne compendia molte altre più volte suggerite nei mesi scorsi. È falso che sia un’opposizione ideologica, visto che il Coordinamento riunisce decine di associazioni della più varia natura senza avere alcuna connotazione ideologico-politica, e poi il sindaco dovrebbe spiegare come possa essere “ideologico” opporsi a delle infrastrutture sciistiche a 1100 metri di quota: semmai “ideologico” è proprio il pretendere di imporle senza accettare alcun confronto con la società civile. È oltre modo falso, appunto, che il sindaco, il suo Comune e gli altri enti locali che sostengono il progetto siano rimasti sempre aperti e disponibili al dialogo: l’hanno sempre rifiutato, è attestato dalle numerose richieste d’ogni tipo – verbali, cartacee, email, PEC – inviate a quegli enti alle quali mai è stato risposto. Mai.

Ecco qui palesemente manifestato, grazie a quelle poche parole che rivelano moltissimo, il reale atteggiamento dei politici coinvolti nel progetto: verso il Monte San Primo, il suo ambiente e il suo paesaggio, verso la comunità che lo abita, verso chi lo frequenta, verso il più ordinario buon senso, verso l’onestà intellettuale e morale, verso il valore civico e culturale della pratica amministrativa di un territorio prezioso come il Monte San Primo. Non c’è da aggiungere altro.