[Sulle mie montagne lo scorso dicembre al calare della notte, con la pianura milanese luminescente sullo sfondo.]
In un paese densamente popolato come la Gran Bretagna trovare spazi aperti può essere un’impresa. È difficile raggiungere luoghi dove l’orizzonte sia percepibile come una lunga linea ininterrotta, o dove si offra allo sguardo l’azzurro delle grandi distanze. Gli spazi aperti sono rari, e preziosi in proporzione. Vivere sempre tra case e strade genera un senso di clausura, di forzata miopia. Brughiere, mari e montagne sono un contravveleno. Ogni volta che torno dalle brughiere sento come una luce accesa dietro agli occhi, come se il mio raggio visivo si fosse allargato diventi gradi per parte. Una regione di spazi aperti non è soltanto un’adeguata metafora di libertà e apertura mentale, può anche rivelarsi un potente induttore di questi stati d’animo.
Macfarlane scrive quanto sopra con ovvio riferimento alla sua «densamente popolata» Gran Bretagna, che con 261 abitanti per kmq è il 34° stato del mondo nella relativa “classifica”. L’Italia non è tanto da meno: è al 39° posto con 206 abitanti per kmq, ma se si fa riferimento al solo nordovest (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia) la densità sale a 275 abitanti per kmq, più della Gran Bretagna; e se si considera la sola Lombardia, la regione più densamente popolata d’Italia – dunque pure la più antropizzata, urbanizzata, cementificata – si arriva a ben 419 abitanti per kmq. Non parliamo della città metropolitana di Milano, peraltro: 7505 abitanti per kmq!
[Veduta di Rannoch Moor, in Scozia, una delle più vaste aree di brughiera della Gran Bretagna. Foto di Peter Aikman, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]Ecco perché lo stato d’animo raccontato da Macfarlane di ritorno dalle brughiere britanniche è lo stesso nostro di quando torniamo dalle montagne più vicine alle aree maggiormente antropizzate; parimenti ecco perché, quando osserviamo quelli che vivono in tali aree, a volte cogliamo in loro lo stesso senso di clausura, di forzata miopia, di “avvelenamento”. E – mi viene da sospettare – ecco pure perché nella nostra società le «libertà» e le «aperture mentali» sovente latitano.
[Foto di Harmony Lawrence da Pixabay.]Sono certo che anche a molti di voi come a me, camminare nei boschi e nelle foreste sia una cosa che ci faccia stare bene nel senso più compiuto della definizione, ci genera una vivida sensazione di benessere, di equilibrio – al netto di quelle pratiche come il forest bathing, il tree hugging e altre simili che, con tutto il rispetto per chi le pratica, a me danno sempre una certa sensazione di affettazione modaiola.
Posto ciò, mi chiedo dunque perché lo stare in un bosco mi faccia sentire così bene, forse come in nessun altro ambiente che abitualmente frequento. E siccome capisco che sia qualcosa che vada indagato nel profondo, che non sia sufficiente analizzato nella mera materialità, cerco qualche indizio dove so bene che vi siano profondità da esplorare, in grado di custodire nozioni importanti: nelle parole e nella loro etimologia.
L’associazione tra bosco e natura selvaggia affonda le sue radici anche nell’etimologia. Si ritiene che i due termini inglesi wild e wood provengano entrambi dalla radice wald e dall’antico teutonico walthus, che significa «foresta». Walthus entrò nell’inglese antico nelle varianti weald, wald e wold, usate per designare sia un «luogo selvaggio» sia un «luogo silvestre», in cui sopravvivevano animali selvatici – lupi, volpi, orsi. Natura selvaggia e bosco sono uniti anche nella parola latina silva, che significa «selva», e da cui emerge il concetto di «selvaggio» nella sua connotazione ferina.
[Robert Macfarlane, Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, Einaudi, 2019, pagg.93-94.]
[Silvia De Bastiani, acquerello su carta Winsor & Newton, 2018.]Ecco. A quanto denotato da Macfarlane aggiungo che pure il termine italiano «foresta» ha un’etimologia che a sua volta richiama il mondo selvatico. La parola deriva dal latino medievale forestis (o foresta), che a sua volta affonda le proprie radici nell’avverbio latino foris, il cui significato è «fuori». In origine indicava un «bosco esterno», ossia un’area selvaggia situata fuori dai centri abitati e dai terreni coltivati. Il termine era anche associato all’espressione foris stare («stare fuori»), dalla quale derivano forestiero («colui chi viene da fuori») e l’ormai desueto aggettivo forastico («selvaggio», «esterno»).
Il termine «bosco», invece, deriva dal latino medievale boscus (o buscus/busca), a sua volta proveniente dalle lingue germaniche: la radice originaria è rintracciabile nell’antico alto tedesco busk, che significa «cespuglio» o «arbusto». Boscus ha sempre indicato una porzione di vegetazione “addomesticata”, sfruttata direttamente dall’uomo per la legna, il pascolo o come riserva di caccia, in contrapposizione a silva ovvero – come detto – la foresta incontaminata, il luogo selvaggio e spesso associato a pericoli.
Poste tali evidenze, non serve poi rimarcare che nel nostro linguaggio comune bosco e foresta assumono significati e accezioni del tutto sovrapposte. I due termini si trovano anche nella lingua anglosassone, wood e forest, nella quale invece l’accezione selvatica è stata formalmente (ed è comunemente) associata al primo in forza della sovrapposizione germanica dei due termini.
[Vagabondando per le faggete dei monti sopra casa, qualche anno fa.]Bene: appurato tutto ciò, e riflettendo sulle indicazioni che le parole citate e le rispettive etimologie mi forniscono, penso che forse quello stato di benessere profondo che provo stando nel bosco, vagandoci dentro, possa essere in qualche modo legato alla primordiale natura selvatica che, in quanto animali, noi umani abbiamo dentro, seppur dimenticata chissà dove, ignorata, rifiutata o negata. Quell’anima selvatica che, nel bosco, torna in superficie e riattiva la mia (nostra) relazione primigenia con la Natura, mi rimette in connessione con essa, con la sua vitalità assoluta, mi fa ritrovare una condizione antica e assoluta che da Sapiens non considero più per convenienze e convinzioni funzionali al vissuto quotidiano ma che ho sempre dentro, che tutti abbiamo dentro e che, quando si rigenera, ci rigenera riportandoci allo stato di equilibrio primordiale assoluto con il mondo in cui viviamo, il tutto manifestato nel qui-e-ora in modo inopinato e sorprendente, dunque emozionante, quindi in grado di alimentare una sensazione di benessere – ben-essere, essere nel posto giusto al momento giusto e lì stare bene come altrimenti non si può stare. Non perché non si possa in senso assoluto, ma perché si possa solo nelle particolari condizioni che a me dà lo stare nel bosco, appunto.
È così che vanno le cose, dunque? Magari sì, chissà.
Be’, forse posso solo capirlo in modo ancora più compiuto, e rispondermi per bene a quella domanda, tornando di nuovo nel bosco. Già.
P.S.: tutte (o quasi) le altre volte che ho scritto di boschi e foreste le trovate qui.
RAGIONI PER LE QUALI MI SONO ISOLATO IN UNA CAPANNA
Parlavo troppo
Desideravo il silenzio
Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare
Ero geloso di Robinson
Fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi
Perché sono stufo di fare acquisti
Per essere libero di urlare e vivere nudo
Perché detesto il telefono e il rumore dei motori.
A pagina 103 del suo Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012), lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson elenca le ragioni per le quali ha scelto di isolarsi per sei mesi in una capanna sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, tra l’inverno e l’estate del 2010, a decine di miglia da qualsiasi altra presenza umana; l’immagine lì sopra vi può far capire il luogo. Una scelta sicuramente estrema che tuttavia a molti, credo (soprattutto a chi come me sia un “discepolo” di Thoreau), sarà venuta in mente qualche volta, magari senza finire in capo al mondo (o quasi) come Tesson ma facendosi bastare una baita in qualche valle poco o nulla abitata tra le montagne a qualche ora di cammino dal villaggio più vicino, oppure un isolotto disabitato a sufficiente distanza dalla costa e dalla “civiltà”. Ma se mai decidereste di farlo, per quali motivi lo fareste?
Io per questi:
Non avere più l’obbligo di controllare date e ore.
Non avere più l’obbligo di dover dire cose a qualcuno ne di dover ascoltare qualcuno.
Essere libero di poter fare cose e non di dover fare cose.
Leggere un sacco, scrivere un sacco.
Dormire tantissimo per recuperare anni di sonno arretrato.
“Sentire” il silenzio ovvero ascoltare i soli suoni della Natura.
Provare a capire quali cose della mia vita siano veramente utili e quali veramente superflue.
Osservare la Natura e il cielo stellato per ore intere.
Vivere la solitudine vera per poi (ri)vivere meglio la socialità, quando torno.
Capire se la parte selvatica che io credo di avere si manifesti sul serio o sia solo una stupidaggine.
Sperimentare la situazione vissuta da Thoreau in Walden ma pure dal protagonista del romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli.
Non doversi curare di ciò che accade nel mondo.
Ecco. Più o meno sono questi, i miei motivi. Magari voi direte: be’, ma per fare alcune di queste cose non c’è bisogno di isolarsi chissà dove per chissà quanto tempo! Forse sì, è vero, ma credo che ciò sia comunque qualcosa che ognuno può e deve decidere personalmente come fare. C’è chi ha bisogno di rumore per riuscire a concentrarsi e chi di silenzio assoluto, ad esempio: dipende da persona a persona insomma, e per esperienza personale credo che l’isolamento, idealmente in montagna, a me aiuterebbe molto a realizzarle in modo compiuto e proficuo. Che è poi ciò che conta, del farle.
Quello del rifugiarsi nelle foreste è uno spartito che può essere eseguito solo da un numero limitato di interpreti. Gli anacoreti formano una élite. Lo scrive anche Aldo Leopold nel suo “Almanacco di un mondo semplice” che ho cominciato a rileggere stamattina, subito dopo aver acceso la stufa: «Ogni forma di protezione della vita selvaggia è fatalmente destinata a fallire. Infatti per amare abbiamo bisogno di vedere e accarezzare, ma dopo che un numero abbastanza alto di persone ha visto e accarezzato, non resta più niente da amare». Quando le moltitudini invadono le foreste, è solo per abbatterle a colpi d’ascia. La vita nei boschi non risolve il problema ecologico. E un fenomeno che contiene in sé il suo contrario. Le masse, trasferendosi nei boschi, vi porterebbero i mali a cui credevano di sfuggire abbandonando le città. Non esiste una via d’uscita.
Non voglio essere pessimista come l’Aldo Leopold citato da Tesson, riguardo le masse nei boschi, ma lo capisco bene quel suo pensiero cupo e lo trovo legittimo. Perché è bello vedere molte persone che apprezzano il vagabondare per i boschi e i territori naturali, e meno male che sono lì e non in un centro commerciale o in altri posti similmente tristi, ma a volte, osservandole, in tutta sincerità mi chiedo se quelle persone siano veramente consapevoli di dove sono, di cosa fanno e se realmente stiano elaborando una qualche forma di relazione profonda con l’ambito silvestre nel quale vagano, tanto fisica quanto mentale. Oppure se anche lì, in quei momenti, non stiano facendo altro che autoreferenziarsi usando il bosco come strumento – diretto o indiretto – di affermazione di sé, che appunto è uno dei mali con i quali ammorbiamo la nostra pur “civile” società.
Ovvero, per dirla in breve, se nel bosco siano veramente Natura, insieme a ogni altro elemento che dà forma, sostanza, senso e vita all’ambiente silvestre, o se restino Sapiens in mezzo agli alberi. Felici di starci, sensibili alla bellezza che hanno intorno, consci di godere di uno stato di sublime benessere ma tutto ciò, e ogni altra cosa del genere, sempre e comunque in chiave egoriferita, dunque senza che si instauri un’autentica relazione consapevole la Natura d’intorno.
[In alta Val San Giacomo (Sondrio), ottobre 2025.]E ripeto che è meglio che le persone se ne stiano nei boschi invece che nei tanti altri non luoghi di cui il nostro mondo iperantropizzato è pieno. Tuttavia, senza una reale presa di coscienza del senso di starci, nel bosco e in generale nell’ambiente naturale ovvero in qualsiasi altro contesto nel quale la presenza antropica non sia palesemente dominante e assoggettante ogni altra, l’ascia utile ad abbattere gli alberi resterà a disposizione delle moltitudini imboscate sempre affilata. Magari ben chiusa nel proprio fodero ma comunque pronta all’uso.
A seguito dell’articolo pubblicato qualche giorno fa nel quale ho elencato alcuni termini talmente usati e abusati, nei testi e nei discorsi sul turismo in montagna e su cose affini, che parecchia gente proprio non ne può più di sentirli, numerosi amici (che ringrazio di cuore) ne hanno evidenziati altri parimenti sfruttati e consumati al punto che, oltre a diventare quasi irritanti, la loro stessa accezione ordinaria sfuma, perde senso, si storce, devia, si ribalta… Come rimarcavo nel precedente articolo, questo abuso di parole e formule – spesso ad mentula canis – è la manifestazione di un evidente impoverimento lessicale nella comunicazione a scopi turistici e similari, che la standardizza verso un livello sempre più basso, funzionale al mercato massificato e al consumismo dei luoghi (in fondo ciò che conta unicamente per i promotori di questi modelli di frequentazione turistica), e di contro del tutto antitetica alla narrazione delle valenze paesaggistiche, naturali, ambientali e culturali dei luoghi soggetti loro malgrado a quel lessico impoverito ma pure ai loro visitatori, nella cui percezione di quei luoghi si creano cortocircuiti disorientanti e parecchio dannosi.
E se invece si tornasse a raccontare i territori turistici in modi lessicalmente “normali”, senza slogan, luoghi troppo comuni, frasi fatte, banalità, termini abusati, iperboli assurde e quant’altro di linguisticamente opinabile, cercando di raccontare ciò che il loro paesaggio sa offrire invece di quello che vi si può acquistare?
Secondo me, se così si facesse, un po’ di problematiche che caratterizzano in negativo il turismo contemporaneo si risolverebbero rapidamente.
Comunque, eccovi un’altra “bella” (si fa per dire) infornata di terminologie e formule abusate, con l’invito sempre valido di segnalarne ancora altri e le vostre relative considerazioni, così da creare un piccolo antivocabolario turistico, tanto ironico quanto emblematico e utile:
Experience: ma quanto abbiamo vissuto male e ci siamo persi noi che fino a qualche tempo fa in montagna vivevamo “esperienze”? Che fortunati invece i gitanti di oggi che si godono le experience! Come? Dite che sono la stessa cosa? Be’, una differenza sostanziale c’è: l’esperienza la si vive e acquisisce gratuitamente, della “experience” si può godere solo se si compra e paga. È tutta un’altra cosa, in effetti.
Green: questo termine è un po’ la versione anglofona di “sostenibilità”, utilizzato ad mentula canis quando si voglia far credere che una cosa sia ambientalmente equilibrata senza prendersi la briga di specificare come lo sia e perché. Infatti sorge il dubbio che il termine nasconda un sottile inganno, che in realtà non sia “green” ma grin, che in inglese significa (anche) “sorriso enigmatico”, “sogghigno”. Come di uno che vi stia prendendo in giro, ecco.
Caleidoscopio di colori: temo sia la combinazione cromatica che assume il paesaggio nello sguardo di uno che abbia assunto allucinogeni. Se osservate un paesaggio e trovate che la gamma di colori risulti armoniosamente conforme al territorio e alle sue peculiarità geografiche o antropiche e non si manifesti in strutture simmetriche caleidoscopiche (appunto), beh… provate ad assumere allucinogeni, ecco!
Natura incontaminata: sono state trovate microplastiche e altre sostanze contaminanti persino sulla vetta dell’Everest e in Antartide, il che – purtroppo – rende la definizione ormai priva di senso reale e credibilità. Infatti chi la usa nel lessico turistico spesso sta fingendo che alcune aree naturali siano “incontaminate” per poterle così contaminare al pari delle altre.
Chilometro zero: in origine i prodotti così definiti erano quelli che si acquistavano presso l’azienda agricola del paese, oggi invece si ha l’impressione che tale formula stia subendo la stessa sorte di «Prodotto in Italia» per la quale basta che qualcosa venga confezionato entro i confini nazionali per essere definito così, anche se viene prodotto dall’altra parte del mondo. O forse si riferisce ai beni trasportati con veicoli acquistati a “km zero”?
[Ecco, per dire…]
Adrenalinico: fa il paio con “mozzafiato” e, visto come l’adrenalina in quanto neurotrasmettitore provoca effetti come l’accelerazione della frequenza cardiaca, l’aumento della pressione sanguigna e la dilatazione delle vie aeree, se qualcuno dovesse vivere «un’esperienza adrenalinica» in un «paesaggio mozzafiato» spero per lui che vi sia un medico nelle vicinanze. E con lui uno psicoterapeuta che, dopo la rianimazione, gli faccia capire che godere del paesaggio con maggior calma e serenità non è affatto una colpa, anzi.
Borgo abbarbicato: in effetti se un borgo è situato su un versante montuoso, spesso è “abbarbicato”, una peculiarità che peraltro, in un paese con diffusi dissesti idrogeologici come l’Italia, non è esattamente qualcosa da vantare a cuor leggero. Ma poi, sopra quale grado di pendenza del monte il borgo diventa “abbarbicato” invece che esser semplicemente situato su un pendio?
Inclusivo: è un termine certamente affascinante, questo, se non fosse che di frequente chi lo usa in certi contesti o per determinati ambiti non aggiunge chi o cosa possano e debbano includere. Con la sensazione che, in tali casi, il termine venga utilizzato con un’accezione paradossalmente esclusiva.
Splendida cornice: a volte ci si trova di fronte a certi dipinti, racchiusi in cornici notevoli, la cui qualità artistica è così discutibile che inevitabilmente si pensa: be’, vale più la cornice del quadro! Ecco: i paesaggi naturali pregevoli, come quelli frequentati dal turismo, di “valore” invece ne hanno così tanto che a nessuno verrebbe in mente di racchiuderli in una pur «splendida cornice», eccetto a quelli che invece non sanno coglierne e apprezzarne realmente la bellezza e, evidentemente, li considerano solo merce da agghindare e vendere.
Terra di contrasti: ecco un’altra di quelle formule suggestive e accattivanti che descrivono “qualcosa” ma nessuno capisce bene cosa. Con il risultato che, quando viene così usata al punto di diventare abusata, i veri «contrasti» che evidenzia sono tra le specificità della “terra” in questione e la turistificazione omologante che le viene imposta, a partire dalla banalità del lessico utilizzato.
Questo è quanto, per ora. Converrete che c’è di che ridere, riflettere, inquietarsi, inorridire… fate voi.
Ribadisco il mio grazie di cuore agli amici che hanno segnalato i termini e le definizioni i cui miei commenti avete appena letto: Maurizio Brini, Giovanni Grosskopf, Peter Hoogstaden, Cesare Martinato, Ettore Pettinaroli.